Clementi: “Sulla riforma i 56 costituzionalisti contraddicono se stessi”

Riforme
Francesco Clementi, uno dei saggi della Commissione per le riforme costituzionali, a Cogne per il Forum italo-francese 'Dalle riforme la rinascita', organizzato dalla Fondation Grand Paradis, 12 ottobre 2013. ANSA / ENRICO MARCOZ

Il giurista: “Regioni più responsabili, spacchettare i quesiti nonha fondamento”

Francesco Clementi, professore di Diritto Pubblico Comparato all’università di Perugia, i quesiti del referendum si possono spacchettare oppure no?

«Condivido la tesi di chi riterrebbe lo spacchettamento illegittimo. Sono tre le questioni da prendere in considerazione. In primo luogo, il referendum costituzionale ex articolo 138 della Carta non è equiparabile a quello abrogativo ex articolo 75. Di conseguenza, la giurisprudenza della Consulta a proposito dei quesiti sul primo non è estendibile al secondo».

La seconda considerazione?

«L’articolo 138 dà al Parlamento la possibilità di scegliere in autonomia i modi e le forme del progetto di legge costituzionale. Allora, se il Parlamento decide di non spacchettare perché dovrebbe farlo il popolo? Su che basi dovrebbe esprimersi solo su parti del testo anziché sulla sua interezza? Le due votazioni sono previste costituzionalmente simmetriche Dividerle mi sembra un non senso».

C’è chi le risponderebbe che la materia è troppo ampia e disomogenea per essere esaurita in un solo sì o un solo no.

«Ma non si può votare una riforma costituzionale come se si sfogliasse una margherita, facendo m’ama e non m’ama. Perché questa non è la logica prevista dalla costituzione. Tuttavia, seguiamo un istante la strada dello spacchettamento. Vedremo l’emergere di un duplice rischio. Intanto non è previsto nell’ordinamento un soggetto titolato a spacchettare. Chi potrebbe farlo e su che bae giuridica? E bisognerebbe interrogarsi su come armonizzare le diverse domande».

Può fare un esempio concreto?

«Se gli elettori sono favorevoli al Senato eletto indirettamente ma contrari alle competenze attribuitegli e vorrebbero ampliarle dandogli il voto di fiducia, che succede? Quale omogeneità rimane? La riforma ha una coerenza intrinseca che in questo caso rischierebbe di saltare. Come in un puzzle in cui i pezzi non tornano più».

Valerio Onida, ex presidente della Consulta, rilancia il tema auspicando la separazione dei quesiti su bicameralismo e Regioni. Ha torto?

«Rispetto le valutazioni di tutti e non voglio polemizzare. Ma con rispetto dico che non mi sembra una soluzione tecnicamente possibile alla luce dell’ordinamento vigente».

La riforma Boschi riconcentra in mano allo stato alcune materie oggi di competenza delle Regioni. Una sorta di neocentralismo come principio ispiratore del testo. Lei è d’accordo?

«Intanto, non lo chiamerei neocentralismo. Ci sono alcuni elementi da evidenziare. La critica basata sul modello dei rapporti tra Stato e Regioni a mio avviso dovrebbe partire da una consapevolezza che forse si è persa: il federalismo del Titolo V 2001 non si è tradotto in un modello organico e coerente con la storia del nostro paese. E dopo 15 anni vediamo gli squilibri di quel sistema. Alcune materie mostrano le difficoltà del federalismo anche per quanto riguarda i rapporti con l’Europa, penso a energia e grandi infrastrutture. Cambiare era necessario».

Si ripete, in questi casi, che le Marche o il Molise non hanno la forza per attrarre investimenti o posizionarsi sullo scacchiere geopolitico europeo. Verissimo. Ma è tutto qui il problema?

«No, ma c’è un punto vero nella riforma. Al nuovo rapporto tra Stato e Regioni corrisponde in capo a queste ultime una situazione di accresciuta autonomia e responsabilità. Oggi, dopo tanti scandali, le Regioni hanno toccato il punto più basso anche agli occhi dell’opinione pubblica e devono mostrarsi all’altezza delle sfide del 2001. È il tema: devono recuperare per quanto riguarda la dignità pubblica del loro operato e la modernità nella legislazione».

In che modo la riforma Boschi le aiuterebbe?

«Con la riforma le Regioni sono equiparate allo Stato anche sul piano dell’autonomia economica e finanziaria. Il terzo comma dell’articolo 116 prevede proprio un rafforzamento del principio di responsabilità. Quindi, vedo uno scambio forte per superare l’irresponsabilità delle Regioni che ha danneggiato loro per prime».

La lettera aperta di 56 costituzionalisti, tra cui diversi ex presidenti della Consulta, contrari alla riforma esprime timori fondati?

«Rispetto le loro valutazioni ma non le condivido. Sono contrarie a quello che loro stessi hanno scritto in trent’anni di studi sui quali molti di noi peraltro ci siamo formati. Più di recente, Roberto Bin ha risposto loro punto per punto.»

Il clima tra politica e magistratura si è scaldato proprio sulla riforma. Se un giudice si schiera perde la sua terzietà o esercita un diritto trattandosi di materie inerenti alla Costituzione?

«Ho apprezzato le riflessioni di Vladimiro Zagrebelsky sulla “Stampa” di ieri e in particolare il fatto che ci sono ragioni di opportunità prima ancora che giuridiche a sostegno di un sano self-restraint da parte di chi esercita funzioni giurisdizionali».

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