Ciprì: “Cari giovani, fate meno ma fate meglio”

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Alla fine del festival “Corto dorico”, il direttore artistico e regista siciliano spiega la sua idea di cinema “non incravattato”

Si è concluso domenica il Festival “Corto Dorico”, la kermesse cinematografica marchigiana che è giunta alla decima edizione, ha visto protagonisti tanti e vasti linguaggi del cinema. “Corto dorico” non è però solo un festival, ma è anche uno spazio di discussione e innovazione importante, nell’arco delle giornate del festival infatti si sono succedute molte tavole rotonde sul futuro del mondo cinematografico e su come far sopravvivere il settore in nuova epoca complessa.

Tra i titoli in concorso ha trionfato Bellissima di Alessandro Capitani, che si è aggiudicato il Premio Stamura come miglior cortometraggio, invece il corto Six di Frank Jerky è stato insignito del premio come miglior cortometraggio di impegno sociale e la sezione speciale Piccolo principe. Tommaso Pitta e il suo All the pain in the world invece fa incetta di premi aggiudicandosi il premio per la critica, il premio Sentieri di cinema, il premio Giovani e il premio del pubblico.

Dietro questa edizione così diversa dal passato si nota una mano importante, quella di Daniele Ciprì, da quest’anno direttore artistico del Festival. Abbiamo incontrato il regista palermitano a latere della premiazione finale e con il suo intercalare dolce e deciso, ci ha raccontato un festival che vuole diventare simbolo di un’altra idea di fare cinema.

E’ terminato “Corto dorico”, che bilancio fa come direttore artistico del Festival?
Sono molto contento per il risultato sia per quanto concerne la partecipazione del pubblico e sia per la qualità degli ospiti. In particolare, sono felice della grande partecipazione che abbiamo avuto per la retrospettiva su Matteo Garrone, abbiamo fatto il pienone. La mia soddisfazione è legata anche alla peculiarità che abbiamo impresso al festival, con una giuria completa e variegata composta da Ugo Gregoretti, Massimo Gaudioso, Lidiya Liberman, Luca Vecchi, che incarna le tante fasi di evoluzione del mezzo filmico. Ho immaginato un festival che parlasse più linguaggi.

Quali cambiamenti noti nei cortometraggi e nei film in concorso?
Sono abbastanza sbalordito che tutti i film e tutti i corti parlano dell’uomo, non si distraggono dal parlare della vita e delle sue sfumature del nostro contemporaneo. Penso che quello che stanno facendo i ragazzi esprima il meglio del nostro cinema adesso. Il cortista nel corso degli anni si è evoluto con le tecnologie e c’è molta maturità nei contenuti. Negli anni ho fatto giurie e noto un grandissimo salto di qualità. Il rammarico è che solo una piccola percentuale di loro entra pienamente nel mondo del cinema. Noto che film fatti con poco che hanno più qualità, perché nella povertà fanno cose migliori. Mi emoziona di più un lavoro fatto da un giovane e vedo positività in questa ricerca spasmodica. Le istituzioni purtroppo stanno facendo calcoli e non arte. Il cinema dovrebbe recuperare una visione più antica, occorre ripartire dal basso, da questi festival. Noi anziani dovremmo rasserenare i giovani, togliere il carico di ansia da prestazione che hanno, dicendogli di fare meno ma di farlo sempre al meglio.

Come mai la scelta del tributo a Matteo Garrone?
Anche Matteo Garrone è un cortista, quindi è una rappresentanza dovuta. Matteo ha fatto il salto con un film di genere, è un ragazzo intraprendente, sciolto, autentico; io sono un “garroniano”, io non sono incravattato, per me il cinema è senza orpelli. A me non piace la gente che si incravatta e quindi dovendo scegliere il miglior rappresentante di quel modo di porsi a quel mestiere, Matteo ha dimostrato nel suo percorso che raccontando l’uomo e le persone, puoi fare anche la commedia. Il suo cinema è pieno e vivo, le durate non sono mai banali: oggi ci sono film che dovrebbero durare 24 minuti e invece durano due ore per avere un mercato.

Quanto il cinema risente dell’influenza dei social e quanto lei è immerso in questa seconda dimensione?
Non sono moralista sul web, mi piace confrontarmi su quello che accade, questa cosa dei “mi piace” non la conosco e per questo ho inserito un giurato come Luca Vecchi, che fa parte di un altro tipo di linguaggio. La nostra giuria mi caratterizza da questo punto di vista, faccio le cose con una logica.

Invece il Daniele Ciprì regista a cosa sta lavorando?
Sto facendo molte cose ma sogno di fare un film sull’immaginare. Denuncio sempre che questa società sta smarrendo l’idea di non avere più parole, di arrendersi alla bolgia del già visto e del già sentito. Immaginare oggi è la nuova frontiera della verità e della libertà. Due fattori che ci mancano molto.

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