Cicchitto: “L’intelligence non basta, bisogna agire in Siria”

Siria
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Il Presidente della Commissione esteri della Camera: “Un errore non sostenere la rivoluzione del 2011″. “L’Ue sia meno succube di obamismo e putinismo”

“Si colpisce a Parigi e a Bruxelles, ma la centrale del terrore jihadista resta la Siria. E allora c’è da chiedersi a chi abbia davvero giovato la tregua stipulata in quel devastato Paese. Certo ad Assad, ma non si può sostenere che la tregua abbia fermato la mano dell’Isis”. A sostenerlo è Fabrizio Cicchitto, presidente della Commissione Esteri della Camera. “Guardando al disastro siriano – rimarca Cicchitto – c’è da rilevare come il lascito di Barack Obama in politica estera, soprattutto guardando al Medio Oriente, sia stato tutt’altro che esaltante. E l’atteggiamento ondivago sulla guerra in Siria ne è la più netta dimostrazione”.

L’Europa è ancora sotto shock per Bruxelles. C’è chi parla di un terrorismo interno, sganciato dalle dinamiche che segnano il Medio Oriente.

“Non sono di questo avviso. Gli stessi sviluppi delle indagini sugli attentati di Parigi e ora di Bruxelles mettono in evidenza che il nucleo terrorista che ha agito in Francia e Belgio aveva un preciso referente nell’Isis siriana. E non solo questione di addestramento. In Siria è in vigore una sorta di tregua, ma la domanda da porsi è: ma questa tregua chi riguarda?”.

Domanda pertinente. E qual è la sua di risposta?

“Riguarda per un verso Bashar al-Assad, che è stato rimesso in sella dal massiccio intervento militare della Russia, e per l’altro verso, riguarda le componenti non Isis della rivolta siriana, quelle che hanno come riferimento gli Stati Uniti o l’Arabia Saudita e qualche altro Paese arabo. Resta il fatto che quanto è avvenuto non ha per nulla colpito in profondità l’Isis, che semmai ha esteso il suo raggio d’azione seminando morte e terrore nel cuore dell’Europa. C’è chi ritiene questo un segno di debolezza da parte del Daesh, un ripiego rispetto alle sconfitte subite sul terreno in Siria e Iraq. A me francamente non sembra, e comunque questa lettura non è certo tranquillizzante per l’Europa. Il punto è chiederci perché l’Isis sia ancora in piedi e perché mantenga ancora il suo centro propulsivo in Siria”.

Cosa c’è a monte di tutto questo?

“A monte c’è il fatto che né gli Stati Uniti né l’Occidente europeo hanno minimamente sostenuto quella originaria rivoluzione siriana, nata davvero nel 2011 come espressione genuina delle Primavere arabe. Le istanze che allora mossero quella rivoluzione non avevano nulla a che vedere con il jihadismo  né con la suggestione del “Califfato”. Non si voleva instaurare uno Stato del terrore, si cercava di radicare anche in Siria un processo riformatore. Ciò non fu possibile perché la risposta di Assad fu affidata alla più brutale repressione, ad una gestione criminale del potere. Quelle componenti non jihadiste furono abbandonate a se stesse dall’Occidente, il che finì per favorire un intervento di stampo jihadista da cui è germinata la versione siriana dell’Isis. Quando poi fu provato che Assad aveva fatto uso di armi chimiche, e in più circostanze, gli Usa sembrarono sul punto di intervenire ma poi Obama rinunciò. E questa è una macchia indelebile sul bilancio in politica estera, complessivamente non eccelso, della sua presidenza. E in quello spazio lasciato vuoto si sono inserite due forze: da un lato la Russia di Putin, e dall’altro lato gli hezbollah libanesi e i loro sponsor iraniani e questo nel quadro più generale dello scontro tra sciiti e sunniti. La realtà, insisto su questo punto che ritengo cruciale, è che in Siria questa tregua è ritagliata perfettamente a misura alla ripresa dell’iniziativa geopolitica di Mosca e alle esigenze di Assad che ha riconquistato terreno ma senza che questo abbia minato la pericolosità della filiera siriana dell’Isis. In questo senso, ritengo che la nostra politica estera, come Italia ed Europa, dovrebbe essere meno succube sia dell’ obamismo sia del putinismo”.

Cosa fare allora?

“Certamente è importante e giusto rivedere la strategia difensiva dell’Europa, operando per un efficace coordinamento europeo delle intelligence e delle magistrature antiterrorismo, ma se ci limitassimo a questo saremo comunque sempre all’interno di uno schema difensivo. Va invece presa di petto la questione di una iniziativa, anche militare, fra i Paesi europei, gli Stati Uniti e la stessa Russia che smantelli il cuore dell’Isis, che oggi è collocato a Raqqa, in Siria. Solo così, a mio avviso, potremmo fronteggiare adeguatamente e contrastare i colpi di un terrorismo, quello del Daesh, che mantiene la sua capacità di aggressione verso l’Europa. Un punto di riferimento è dato dall’azione messa in campo in Iraq: penso in particolare alla riorganizzazione e all’addestramento delle forze armate irachene, con un importante contributo dato in tal senso anche dall’Italia, oltre che dagli Usa. Un impegno sul campo che ha determinato un forte ridimensionamento della branca irachena dell’Isis. Ora, però, occorre agire in Siria. Perché è ancora lì che l’Isis ha la sua centrale operativa. Quella alla quale fanno riferimento i jihadisti che hanno colpito a Parigi e Bruxelles e che forse si stanno già preparando ad affondare altri colpi nel cuore dell’Europa”.

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