Chiti: “Confronto sui temi e poi conta, se Renzi vince sarà leader di tutti”

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©Massimo Di Vita.
Roma 19 Novembre 2010- Campidoglio Sala della Protomoteca:  Incontro dal titolo "L'Europa oltre la crisi". Nella foto Vannino Chiti.

Il senatore che ha promosso il documento dei 41 pro Gentiloni: «Non è tardi per evitare la scissione che sarebbe un fallimento generale»

Senatore Vannino Chiti, come nasce l’appello, firmato da 41 suoi colleghi, che chiede a Renzi di evitare la corsa al voto, sostenere Gentiloni fino al 2018 e fare il congresso?

«Con due obiettivi. Il primo è sostenere il governo che deve affrontare questioni urgenti come lavoro, sviluppo, Siria, scuola, banche, Europa. Già su immigrazione e scuola i cittadini avvertono che qualcosa si sta muovendo nella direzione giusta. Del resto, ci sono appuntamenti importanti come l’anniversario dei Trattati a Roma, la presidenza del G7: vogliamo affrontarli con un esecutivo in carica o in campagna elettorale?».

E il secondo obiettivo?

«Un partito unito senza divisioni né lacerazioni. Bisogna rimetterlo in piedi dopo le sconfitte amministrative e referendaria. Si può fare».

Il secondo obiettivo è più ambizioso del primo.

«No. Nel nostro appello non abbiamo cercato un tot di nomi. Chi si è reso disponibile viene da aree politiche diverse che hanno votato in modo dissimile sulla riforma costituzionale. Io a favore, Tocci e Corsini contro. L’intento era mostrare che l’unità del partito è possibile».

Tra i firmatari mancano i renziani, che non è poco…

«Non è vero. Ci sono quelli che hanno votato per Renzi al congresso come Areadem e Giovani turchi. E quelli, come me, che l’hanno sostenuto con lealtà. Senza trappole».

Qual è il rischio peggiore per il Pd?

«Attenti a non far tramontare nei cittadini la voglia di riforme. Guai alla rassegnazione. Non adagiamoci in una legge elettorale che riconsegni l’Italia al proporzionale e alla Prima Repubblica».

È certo che il congresso sarà salvifico?

«Lo si può fare in due modi. Una convocazione immediata con scontro sulle persone che sposta solo in avanti la rottura. Io vorrei evitarlo, ma vedo che si risponde: volete il congresso? Eccovelo. Ma militanti ed elettori vogliono discutere di politica, fare analisi e valutazioni, prima di scegliere le persone».

È questo il congresso, inevitabilmente più lungo, che vorrebbe?

«Lo dico esplicitamente: Renzi resti segretario e promuova, nei prossimi mesi, un confronto sulle scelte del Pd e su eventuali modifiche allo statuto. Per esempio, se candidato premier e segretario devono coincidere?»

Secondo lei, non devono?

«A prescindere da cosa piaccia a me, bisogna capire se servono due momenti distinti. Attraverso un appuntamento coinvolgente. L’alternativa, Renzi che si dimette e si va subito alla conta, non mi convince».

Quindi, voto alla scadenza della legislatura?

«Io dico di sì. congresso da giugno a ottobre. Altrimenti parte a marzo, ma come scontro sulle persone. E lo facciamo da troppi anni, ormai».

Non è tardi per evitare la scissione?

«No, ma bisogna che tutti lo vogliano».

Tutti chi?

«Maggioranza e minoranza. Di questi tempi non c’è da dividersi bensì da unirsi in una sinistra plurale. La scissione sarebbe un fallimento generale e porterebbe a una sconfitta disastrosa. Vedo passi avanti in senso positivo, ma bisogna confrontarsi su populismi, Brexit, Trump, economia. Io ne parlo solo alle presentazioni di libri e per commentare le encicliche del Papa…».

Se Renzi vi dà retta e poi vince il congresso, sarà accettato come leader o si ricomincerà da capo?

«Con questo percorso, chiunque vinca sarà accettato. Lui o un altro».

Legge elettorale. Con il premio alla coalizione, un minuto dopo salta il Pd?

«La mia prima ipotesi è il modello tedesco adattato all’Italia: 50% dei seggi con collegi uninominali, 50% con il proporzionale, sbarramento al 4-5% e collegi sub-regionali. I partiti si presentano come tali e nel caso si coalizzano dopo. Altrimenti l’ipotesi del tavolo Guerini-Cuperlo con ripartizione proporzionale e selezione dei candidati nei collegi e premio di governabilità limitato».

No alla linea Delrio-Franceschini?

«In questo secondo caso il premio di governabilità può andare alla lista o alla coalizione. Ma è piccolo. Ragioniamo però su un tema posto da D’Alema: le coalizioni a sinistra le vedo male mentre possono rimettere in gioco la destra. Aggiungo che si proponesse per il Senato l’Italicum modificato dalla Consulta, con metà dei capilista bloccati, io non lo voterei. Meglio usare i mesi che restano per una riforma utile: il Parlamento elegga il premier in seduta comune e si introduca la sfiducia costruttiva come in Germania e Spagna. Ne sarebbero rafforzati governo e Camere».

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