Chiamparino: “La riforma va completata con i presidenti di Regione”

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ANSA/ALESSANDRO DI MARCO

Intervista al governatore del Piemonte: “Senato elettivo? No, spazio alle autonomie. E mettiamoci anche i sindaci delle grandi città”

«Se non possiamo fare un Senato che sia come il Bundesrat vero, quello tedesco, almeno cerchiamo di avvicinarci il più possibile». Il governatore del Piemonte, Sergio Chiamparino, ha da poco concluso la sua audizione in Commissione Affari Costituzionali a Palazzo Madama e in quella sede ha indicato quella che, secondo lui e molti suoi colleghi, potrebbe essere un aggiustamento in corso d’opera al Ddl Boschi.

Presidenti di Regione e sindaci di città metropolitana membri di diritto del nuovo Senato?

«Questa è la proposta che ho avanzato in Commissione per dare un contributo alla discussione. Se il modello è quello di una Camera Alta che vota la fiducia al governo e una Camera dei territori che concorre ad una parte della legislazione a questi dedicata, penso che debbano esserci di diritto i presidenti delle Regioni e i sindaci delle città metropolitane».

Il centrodestra non accetterebbe mai. oggi il Pd ne governa 17 di Regioni…

«Ma che argomentazione è? I costituenti quando scrissero la Carta non pensarono soltanto agli equilibri della maggioranza di allora, cercarono di guardare avanti tanto che fino agli anni Novanta la Costituzione è rimasta quella. Se oggi ci sono Regioni governata soprattutto dal centrosinistra in futuro potrebbe non essere così. Cerchiamo di pensare a riforme che durino nel tempo».

La minoranza del Pd vuole un Senato elettivo. Condivide le loro osservazioni?

«Mi sembra, quella della minoranza, una proposta molto debole. Di fatto non supera il bicameralismo ma lo rende perfetto con una Camera di serie A e una di serie B. Oggi non sono andato in audizione per risolvere questioni che non sono in grado di dirimere, ho esposto una mia opinione, che trova la sintonia anche di altri presidenti. Eleggiamo i senatori con il listino, se questo è un punto di mediazione, purché rientrino di diritto i rappresentanti degli esecutivi territoriali».

Il governatore della Campania De Luca, dice che se si torna alle preferenze si rischia “Camorra democratica”. Esagera?

«De Luca pone una questione reale, che in passato si è già verificata più volte e non soltanto al Sud. Mi delude molto la battaglia di una parte del Pd sulle preferenze perché tra i sistemi elettorali quello è sicuramente il peggiore di tutti».

Secondo la minoranza Italicum e nuovo Senato di fatto porterebbero a Roma solo nominati. È un tema?

«Ho la presunzione di aver preso quasi metà dei voti dei piemontesi. Credo di essere molto più rappresentativo del territorio di molti parlamentari. Per quale ragione io, e altri come me, saremmo dei nominati? Semmai i nominati sono altri. Certo, se si fosse riusciti a fare una legge elettorale con il sistema dei collegi uninominali sarebbe stato meglio, ma l’ottimo è il nemico del bene, quindi …».

Il listino da dove eleggere i senatori, al momento del voto alle regionali, le sembra un buon punto di mediazione? «Come ho detto anche ad alcuni senatori che ho incontrato, io non vedo difficoltà a trovare un accordo sul listino, ma ho ribadito che andrebbero inseriti di diritto governatori e sindaci di città metropolitana perché questo vorrebbe dire garantire una vera rappresentanza dei territori».

Insomma, è sbagliata questa battaglia sull’articolo 2 del Ddl Boschi?

«Purtroppo mi pare che il confronto.- battaglia-scontro sull’articolo 2 si stia trasformando in un braccio di ferro su posizioni contrapposte».

Ma è questa la posta in gioco o si tratta di una battaglia sull’identità del partito, sul ruolo che la minoranza vuole nel Pd?

«Fatico a vedere grandi scenari identitari. Da chi si autocolloca a sinistra mi aspetto che mi faccia sognare almeno una socialdemocrazia del XXI° secolo. Qui invece mi sembra che la battaglia sia per eleggere una Camera di serie B con le preferenze».

Sta dicendo che le motivazioni sono deboli?

«Il segretario del Pd almeno va avanti, apre strade, mette in discussione tabù consolidati nel secolo scorso. Farà anche qualche errore, ma dall’altre parte non riesco a vedere progettualità. La definirei la classica battaglia di retroguardia».

Eppure D’Alema pensa che sia a rischio qualcosa di più profondo, che si sia spezzata la connessione sentimentale nel popolo dem. Lei come la pensa?

«Che siamo di fronte ad un processo che non nasce con Matteo Renzi. Ricordo quando D’Alema sfidò Cofferati cercando di fare un’intesa con Berlusconi sulle riforme, anche allora ci furono molte polemiche. Chi tocca dei punti di riferimento consolidati, irrita sensibilità, questo è comprensibile, ma la verità è che la sinistra è stata per troppi anni rinchiusa su se stessa e ogni volta che qualcuno prova a cambiare le cose c’è chi si sente minacciato».

Anche Bersani critica la rotta del Pd, sostiene che abolire le tasse sulla casa sia una misura di destra. Lei alla festa nazionale è stato critico su questo fronte. È sbagliato togliere a tutti la tassa in questione?

«Io dico una cosa molto semplice: se ci sono le risorse per adottare questa misura, bene, siamo tutti contenti, ma dobbiamo avere la certezza di poter mantenere questo provvedimento anche nei prossimi anni. Se invece le coperture non sono sufficienti, allora pensiamo per esempio, a togliere la tassa ai ceti medi e mediobassi, abbassiamola a quelli alti, ma interveniamo con decisione anche sull’abbassamento delle tasse sul lavoro. In questo modo crescerebbe la competitività delle imprese e si consentirebbe alle famiglie di avere maggiori margini economici. Ecco, apriamo una discussione su questo tema, che è un tema reale».

I consumi stanno ripartendo. Servono maggiori misure per incentivare la fiducia ?

«Le famiglie chiedono una minore pressione fiscale, di avere più disponibilità economica e credo che abbassando le tasse sul lavoro si avrebbe un ulteriore incentivo ai consumi».
(Foto Ansa)

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