Chef Rubio si confessa: “Sono un esperto mondiale di amore platonico”

Televisione
DMAX_CHEF RUBIO_CAMPO DI CIPOLLE di TROPEA

Il protagonista di “Unti e bisunti” ripercorre con Unità.tv la propria vita, dal rugby alla cucina passando per l’impegno sociale e gli scontrini di Marino. Senza dimenticare la tv e le donne

Se ne sta su una sedia di legno, davanti a Mazzo, un laboratorio di cucina con un tavolo sociale da dieci, a Centocelle, Gabriele Rubini, al secolo Chef Rubio. Se ne sta sornione con una birra, passandosi la mano sulla barba. A vederlo bene non è quel che sembra, la sua ruvidità non è figlia della sguaiatezza delle borgate degli anni Novanta, ma è il prodotto di una periferica emancipazione che lo rende più somigliante ad uno dei ragazzi di vita raccontati da Pasolini o ad uno di quei giovanotti belli e scontrosi dei film degli anni ’60.

Rubio evita il mondo che se accolla, la gente che si prende troppo sul serio, gli chef stellati a cui “je puzza come diceva mio nonno”, gli piace camminare per la strada e sentire l’odore di un soffritto che viene da una finestra. La sua biografia da irregolare del mondo del food gli fa gioco, prima rugbista, poi giramondo, chef, fenomeno social e televisivo, ma le spalle larghe di Rubio non lasciano per strada niente, la sua genialità sta nell’essere tutte queste cose insieme, nel vedersi parte del mondo e non parte di un mondo. Perché essendo uno del popolo, te lo ritrovi nella lotta contro gli abusi di polizia e contro la repressione nelle carceri, così come in modo naturale fautore di una campagna contro l’anoressia.

Non è uno di passaggio Rubio, se lo conosci poi nella tua vita te lo ritrovi sempre, diventa essenziale come un mestolo in cucina o come il riso per un supplì. Mentre l’autunno è entrato e Unti e bisunti, il programma che lo vede protagonista su DMax ha raccolto grandi ascolti e potenti riscontri, te lo ritrovi che ti dice: “Je l’hai fatta ad arrivà, c’ho messo meno io da Sidney che te dall’Alberone”.

DMAX_CHEF RUBIO_VESTIZIONEChe in realtà poi tu vieni da Frascati e come raccontano le biografie là inizi a giocare a rubgy. Perché questa scelta sportiva?
Il 29 Giugno di 32 anni fa nacqui a Frascati, nacqui o nascetti? Bello come inizio no? Il rugby l’ho iniziato per questioni terapeutiche, perché a 10 anni d’estate ero cresciuto di circa quindici centimetri e quindi non avevo la struttura muscolare che potesse sostenere questa crescita e quindi avevo dei problemi di scoliosi molto importanti e il medico di famiglia consigliò uno sport completo in grado di attivare tutti i muscoli. Fino a quel momento avevo fatto basket e judo. All’inizio mi faceva anche un po’ schifo, perché ero stortignaccolo, faceva freddo, dovevi giocare pure con la pioggia, te menavano e all’inizio non ci volevo andare. Dopo i primi due anni ho preso dimestichezza con lo sport e il mio corpo ha iniziato a strutturarsi in maniera meno oscena, diventò un’esigenza.

La vita in un centro medio-grande quanto ti ha condizionato nelle scelte che hai fatto?
Tantissimo, perché la vita adolescenziale di un ragazzo romano per me ogni volta era una conquista. Prendevamo il motorino o senza casco o con un casco solo, col freddo, con la pioggia, evitando posti di blocco per arrivare a Roma, insomma ci passava pure la voglia di arrivare. Quindi alla fine ho passato una gioventù senza donne e con tanta birra, questa è la sintesi. Poi a diciotto anni mi sono fatto acquistare dal Parma Rugby, quindi ho fatto un salto in un posto molto più piccolo di Roma. Ho avuto un approccio graduale. Ha influito molto il fatto che venissi dar paese, come dite voi romani.

CHILIDar paese però poi hai intrapreso una dimensione nomade.
La gradualità della mia evasione ha fatto sì che comprendessi quello che mi potesse piacere e quello che non mi andava a genio. Mi sono sempre sentito a mio agio ovunque andassi, spingendomi a cercare le cose sempre più in là, spinto da non avere tutto e subito ma a conquistarmi ogni centimetro di terra. Tanti “no” mi sono stati detti mi hanno fatto crescere saldo. Forse questa generazione di pischelli ha troppi “sì” detti e poche regole, per questo deragliano sempre.

Poi dalla dimensione nomade sei passato al mood “non c’ho più una vita”, anche se per te la condivisione e la mischia sono dimensioni essenziali. Riesci a conciliare interiormente queste due dimensioni?
Fisicamente sto a pezzi e il fatto che giornalmente abbia aumentato il numero di conoscenze e condivisioni non mi disturba molto. La cosa che pesa è lo scarso tempo che posso avere per me e le mie cose, vorrei avere un po’ di silenzio per ricrearmi. Però non mi disturba immergermi in tante situazioni diverse ed apprendere cose nuove per me è motivo di orgoglio e di crescita. Inoltre mi pesa non stare nel sociale, perché sono abbastanza orso di mia indole.

Per te la cucina è qualcosa che porti tatuato sopra e hai scolpito dentro. Come vivi questo rapporto con lo star system tra chef stellati e trasmissioni tv?
Cambiano molto le tipologie di comunicazione, ma se uno è in una determinata maniera non viene cambiato dall’ambiente intorno. E’ stata scioccante la sorpresa, vedere come gli altri interpretassero in una unica maniera quello che per me è una realtà variegata. Più vado avanti e più sono convinto che non vorrei essere nessun altro che me stesso. Con tutto il rispetto per i miei colleghi chef, vedo che sono sempre di meno quelli che vedono questo mondo in maniera intima e pura. Per me il mio lavoro è parte del mio DNA.

DMAX_CHEF RUBIO_CAVAHai sempre una spiccata vocazione sociale, non fa a cazzotti questo con il mondo che abbiamo appena descritto?
Sono sempre stato dalla parte dei vessati, fin da quando ero piccolo, per i motivi anche fisici che ti ho detto prima. La politica ad esempio l’ho sempre vissuta come qualcosa di pratico, di pragmatico, di risolutivo, non come qualcosa di astratto e fumoso. La politica è aiutare come accadeva nei periodi migliori della nostra storia.

Anche in virtù di questo immagino che hai iniziato ad apprendere la lingua dei segni per comunicare con i non udenti…
Pensa anche questa è un’esigenza primordiale, la avverto fin da quando ero bambino, perché mi sono sempre sentito io inabile a comprendere chi non ha voce e udito. In tanti eventi pubblici cui ho partecipato, ho ricevuto apprezzamenti da loro e mi sono detto che potevo fare di più. Qualche mese fa ho superato l’esame di primo livello della LIS e ora sono agli step successivi. Vorrei fare video, eventi per cercare di abbattere questa barriera fatta di ignoranza.

Invece quest’anno Unti e Bisunti su DMax sta andando alla grande, siamo giunti quasi alla fine e scala vertici di gradimento e classifiche social. Sei soddisfatto?
Per me il bilancio è estremamente positivo e sono felice che il pubblico si sia ampliato e abbia apprezzato. Il programma ha continuato a crescere perché è fatto da gente appassionata e da persone preparate. Cerchiamo di guardare al mondo del cibo con uno sguardo puro e popolare.

A proposito di social, ormai sei lanciato alla carica di sindaco. Il web ti ha incoronato come uno dei candidati ideali. Come vivi questa esposizione mediatica e politica?
E’ nato tutto per scherzo ovviamente, ma la reazione potente che ha avuto la dice lunga sulla voglia che la gente di dire la propria e di prendere tutto con ironia talmente la depressione è alta.

Ma nei famosi ristoranti dove il sindaco Marino ha pasteggiato, tu ci andresti?
DMAX_CHEF RUBIO_OLIVA ASCOLANASì, vorrei capire proprio i gusti del sindaco e magari capire pure se ha lasciato qualche buffo, così magari lo riappiano. Comunque siamo una città strana, questa vicenda degli scontrini ha fatto crollare un sindaco eletto comunque dal popolo e nessuno ha più saputo come si è evoluta l’inchiesta sullo sbigliettamento parallelo dell’Atac, dove veramente il furto è stato colossale, altro che 55 euro per una bottiglia di vino. Marino è stato fatto fuori politicamente, ma questa città è diventata talmente violenta che se pesti i piedi a qualcuno ti ritrovi incaprettato in un canaletto ad Ostia.

Senti passando di palo in frasca, ma invece, le donne? Come stiamo messi? Dopo il picche a Selvaggia Lucarelli ci sono state evoluzioni positive?
Non ho una propensione a vedere il mio lato sentimentale per forza associato ad una relazione fisica. Da ragazzino, pure perché non c’avevamo donne, ero molto platonico. Diciamo che sono un esperto mondiale di amore platonico, poi andando avanti ho compreso di voler essere capito e questo non è facile. Al momento comunque mi basto da solo, mi nutro sentimentalmente della passione per la cucina e sto a posto così. Poi se c’è qualcuna che durante il cammino riesce a rapirmi, sono felice.

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