“Dal male camorrista ci salva la cultura”. Parla Fortunato Cerlino

Televisione
L'attore Fortunato Cerlino, posa per i fotografi durante il photocall di "Gomorra. La serie" al Cinema Moderno The Space in Piazza della Repubblica. Roma 29 aprile 2014. ?Gomorra ? la serie? debutterà, a partire dal 6 maggio, sul nuovo canale satellitare Sky Atlantic. ANSA/ANGELO CARCONI

Su Sky va in onda la nuova stagione di “Gomorra”. Intervista all’attore che interpreta il boss Pietro Savastano: “So come riconoscere quei criminali”

Difficile dimenticare certi sguardi di uomini spregiudicati o di donne assetate di potere. Difficile fingere l’indifferenza di fronte a Gomorra, la serie tv prodotta da Sky Atlantic, Cattleya e Fandango in associazione con Beta Film. Difficile perché Gomorra – serie nata da un’idea di Roberto Saviano, autore del fortunatissimo libro uscito ormai 10 anni fa – è stato un vero shock per il pubblico. E anche per gli attori, per lo più sconosciuti prima di girare la serie e diventati all’improvviso delle celebrità. Che tornano sul piccolo schermo per la seconda stagione, già venduta in 130 paesi, su Sky Atlantic HD (e su Sky Cinema 1 HD) con due episodi a sera ogni martedì alle 21.10. Ma stavolta l’epoca dei Savastano sembra finita e nella battaglia senza fine per il potere scendono in campo proprio tutti. Da una parte ritroveremo i vecchi protagonisti della serie (Marco D’Amore, Fortunato Cerlino, Salvatore Esposito, Marco Palvetti), dall’altra ci saranno anche delle new entry (Cristina Donadio e Cristina Dell’Anna). Saldo alla regia resta Stefano Sollima, a cui è affidata anche la supervisione artistica con Claudio Cupellini, Francesca Comencini e Claudio Giovannesi, che hanno puntato sulle case, le strade, i volti, come quello di Fortunato Cerlino, il boss, don Pietro Savastano, che uscito dal carcere torna gonfio di rabbia e pronto a riprendersi quello che era suo. Ordina e comanda con una tale serenità da far paura. Per anni è stato il re di Scampia-Secondigliano. A capo di un impero criminale eredidato dal padre, ha sempre gestito gli affari in famiglia con forza e risolutezza, guadagnandosi il rispetto di tutti sul campo. Ma quando il re è caduto, i suoi uomini – primo fra tutti Ciro “l’immortale” – lo hanno tradito, hanno ridotto in fin di vita il figlio Genny e ucciso la moglie. Ma ora il re vuole riprendersi il trono e torna pieno di odio, assetato di vendetta.

Fortunato, “Gomorra” le ha sconvolto la vita…

“Ha sconvolto la mia carriera, che all’improvviso ha avuto una impennata. Tutto è cambiato, ma non sono cambiato io dal punto di vista umano. Questa esperienza mi ha riportato indietro agli anni della mia infanzia. Provengo da una famiglia umile, che mi ha insegnato, senza parole, cosa significa portare il pane a casa”.

Lei è nato a Pianura. La realtà, terribile, che la serie racconta, forse un po’ l’ha conosciuta.

“Decisamente sì, ho conosciuto figli di boss, conosco la differenza che c’è tra la manovalanza, cioè i ragazzi che urlano, e i camorristi, che invece sono insospettabili e ce li ritroviamo nell’imprenditoria o negli ambienti religiosi. La camorra è veloce, quando ti accorgi di quello che è successo è già troppo tardi. Per questo, quando ho incontrato Sollima, gli ho parlato a lungo chiedendogli onestà. Le fiction che avevo visto non mi erano piaciute. Non raccontavano quello che io conoscevo, ad eccezione de Il camorrista. La camorra è una mentalità, esiste in tutte le province, a Scampia come a Milano”.

Ma come ci si salva?

“Con la cultura. Bisogna fare un lavoro serio. Quando ero alle scuole elementari avevo una maestra, Giulia, che ci ha insegnato a non farci raccontare la realtà dagli altri, ma ci aiutava a fare uno sforzo per capire. Laddove lo Stato latita deve intervenire la cultura. E comunque la scuola è fondamentale, quando hai un bambino di fronte non puoi non essere una persona preparata. Spesso nelle periferie arrivano degli insegnanti incompetenti e non può essere così”.

La cultura ha aiutato anche lei?

“Certo, da piccolo ascoltavo Nino d’Angelo e Beethoven, era qualcosa che amavo. Poi a 17 anni ho iniziato a studiare, a viaggiare sui treni, a fare teatro con Ronconi, Nekrosius, l’Odin… “.

E poi è arrivato “Gomorra”. Nella nuova serie don Pietro torna in pista, giusto?

“Nella prima stagione della serie lo avevamo lasciato che evadeva e ora lo ritroviamo pieno di rabbia a guardare la parte più nera di se stesso. Don Pietro è un uomo devastato, sconfitto, deve ritrovare quell’equilibrio quasi zen che lo caratterizza. Donna Imma è morta, ma don Pietro non sarebbe quello che è se non ci fosse stata donna Imma. Le donne hanno un ruolo fondamentale nella serie e nella camorra. Con il figlio Genny, invece, don Pietro ha un rapporto conflittuale. Per me è stata una vera fortuna far parte del cast”.

Fortunato di nome e di fatto.

“Sì, e non tutti miei colleghi, anche più bravi di me, hanno avuto la stessa opportunità nella vita. A parte qualche caso fortunato, gli attori italiani vivono in condizione tragiche, al di sotto della soglia di povertà e nessuno ne parla. Credo che sia una vergogna. Da anni c’è una caduta verticale della nostra professione. Voglio lanciare un allarme: le ultime leggi hanno messo in ginocchio la mia categoria, bisogna intervenire urgentemente! Vorrei, infine, fare un invito ai lettori de l’Unità, posso?”

Certo.

“Vorrei invitare tutte le persone che scattano un selfie con me a fare una donazione per Asia Onlus. Si tratta di un impegno a cui tengo molto. Asia Onlus è un’organizzazione non governativa molto seria, che da anni opera in Tibet e non solo. Conosco personalmente i membri e il presidente di Asia e già prima di diventare noto per la serie Gomorra apprezzavo il loro impegno motivato da scopi profondi. In tutti questi anni ha costruito scuole e ospedali, ha formato medici e infermieri, ha ristrutturato monasteri, è intervenuta in situazioni di emergenza”.

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