Centocelle “tragedia dell’indifferenza”. Parla Impagliazzo (S.Egidio)

Roma
Two women who survived the camper fire in Rome, Italy, 10 May 2017. Two children and a young woman are dead after a camper van caught fire early on Wednesday in the Centocelle district of Rome. According to initial reports, the victims are three sisters aged 20, eight and four of Roma ethnicity. The camper was in a shopping centre car park and a family made up of 11 children plus the parents lived inside. The parents and the other siblings reportedly managed to get out of the camper. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Superare la realtà dei campi: passare dalle parole ai fatti

Quella di Centocelle è una tragedia figlia “dell’indifferenza, della paura. Possibile che nessuno, né cittadini né istituzioni, avesse visto che nove bambini vivevano in un camper, e non abbia il bisogno di lanciare l’allarme di fronte a questa situazione? ”.

E’ quanto osserva Marco Impagliazzo, presidente della comunità di Sant’Egidio, organizzazione da diversi decenni impegnata a Roma sul fronte della solidarietà verso i più deboli.

Sant’Egidio vanta anche un’esperienza specifica nel rapporto con i rom. “I soldi per superare i campi rom ci sono – rileva Impagliazzo – vengono dall’Europa. Si tratta ora di mettere in atto una strategia adeguata. Inoltre vanno accelerati i processi di integrazione ad ogni livello, a cominciare dalla legge sulla cittadinanza per i minori che vanno a scuola in Italia”.

Impagliazzo, la tragedie delle tre sorelle morte in un rogo doloso a Centocelle, è il sintomo di un problema più grande che riguarda i rom. Qual è il quadro della situazione?

Succede che l’età delle ragazze morte ci dice che questo è un popolo di bambini e di adolescenti. Il 70% di loro sono minorenni, e dobbiamo fermarci su questo fatto innanzitutto. Quando si parla di rom parliamo di un popolo di bambini e di minori.

In secondo luogo dobbiamo tenere conto del fatto che esiste una strategia nazionale per i rom di inclusione sociale, proposta a suo tempo dal ministro Andrea Riccardi durante il governo Monti (ministro della cooperazione internazionale e dell’integrazione, ndr), che doveva essere applicata nel nostro Paese e che tarda ad essere applicata.

Parliamo del superamento dei campi, cioè del fatto che queste persone devono vivere nelle case, dell’obbligatorietà della scuola, dell’adeguamento delle condizioni igieniche e di salute, poi l’inserimento nel mondo del lavoro. Sono queste le quattro condizioni che l’Italia recepisce dall’Europa che però ancora non funziona come dovrebbe, un piano che fa fatica a entrare in vigore nelle sue linee generali, anche se ci sono stati dei cambiamenti perché adesso molte più famiglie rom sono inserite nelle case e nessuno si lamenta, e pure questo va sottolineato per contrastare i luoghi comuni. Del resto alla casa hanno diritto perché sono persone che hanno vissuto per anni in un camper o in un campo e vanno considerati come si trattasse di sfrattati, quindi hanno ‘accumulato punti’ per il diritto alla casa.

Ecco, e questo è uno dei punti dolenti, il senso comune in questi casi dice: prima gli italiani; come si supera questo atteggiamento?

Si supera dicendo che il problema di fondo è la residenza; chi risiede in un certo territorio anche se non è nato in Italia, ha diritto all’abitazione, ma comunque i bambini sono nati tutti in Italia; stiamo parlando di famiglie rom che sono qua da 30-40 anni, molti di questi sono in Italia dalla guerra nella ex Jugoslavia a inizio anni ’90, è un problema che si trascina da tanto. Poi il Parlamento deve sbrigarsi ad approvare la legge sulla cittadinanza, il cosiddetto ‘ius culturae’, cioè la cittadinanza per quei minori che hanno frequentato almeno un ciclo scolastico, figli di stranieri o di lungo-residenti.

Nella vostra esperienza, è un ‘mito negativo’ che i rom non si vogliano realmente inserire, che vi siano resistenze culturali a integrarsi?

E’ un mito che è stato superato, ed è un mito perché parlare di nomadi non ha più senso. Come nel caso della famiglia in cui sono morte queste povere bambine usciti dal campo della Barbuta, ecco, queste persone vanno a dormire in posti di fortuna ma non è che se ne vanno dalla città. L’idea dello sgombero senza una soluzione non va, non cambia le cose.

Non si conosce ancora il responsabile del rogo, ma si sa che è di origine dolosa. Un fatto che diffonde inquietudine e paura…

Noi di Sant’Egidio abbiamo parlato da tanti anni di anti-gitanismo, l’odio per i rom è come l’antisemitismo e in questo caso si parla di anti-gitanismo. In Italia c’è un anti-gitanimso molto diffuso, che cresce nella cultura anche per colpa di certe espressioni della politica; in un video c’è una persona che lancia una molotov contro il camper, ecco quando dalle parole si passa ai fatti…volgio dire che e parole cattive, dure, possono diventare molotov, e questa è una responsabilità di tutti noi.

C’è una responsabilità della politica e dei media quindi?

Certo, assolutamente.

Parliamo un momento di Roma, una città che sta attraversando un momento non facile. Nella Capitale cosa accade su questo fronte? C’è un problema specifico nelle periferie?

Il caso di Centocelle dimostra che manca una rete di protezione per i minori. Come è possibile che nessuno si sia mai accorto che 9 bambini dormivano in un camper; voglio dire ci sarà qualcuno che deve vigilare su queste situazioni: le forze di polizia, gli assistenti sociali, la scuola. Questi bambini non so se erano iscritti a scuola o se lo erano e poi hanno abbandonato, perché nessuno li ha cercati? Poi ci sono quelli che andavano a denunciare i furti nel centro commerciale ma nessuno che avesse mai detto ma lì ci sono dei bambini aiutiamoli; sono anche i cittadini che dovrebbero segnalare delle situazioni. C’è un problema di cultura diffusa, di assunzione di responsabilità di fronte a un mondo di bambini che dovrebbero farci tenerezza.

E nel resto della città? Per ora non ci sono stati interventi significativi…

La situazione non è nuova ed è questa: ci sono ancora molti campi attrezzati, non attrezzati, abusivi, riconosciuti dal Comune ecc. C’è ancora una grande confusione. L’amministrazione Raggi ha parlato di superamento dei campi che è un concetto giusto, il problema è come si realizza questo superamento perché secondo noi è molto difficile; o meglio, dirlo è facile, ma altra cosa è passare ai fatti.

Noi proponiamo che si cominci dai campi più piccoli, procedendo in maniera progressiva. Per esempio, quando le famiglie che vivono in un camper hanno ottenuto la casa, quel camper va tolto di mezzo, non è che in quello stesso camper ci va un altro gruppo. Poi ci vuole un grande lavoro degli assistenti sociali di supporto. Un’altra soluzione sono dei campi attrezzati di transito dove le persone vivono via via che vengono sistemate nelle case e trovate le soluzioni. Tra non fare nulla e fare tutto, c’è una progressione.

Spesso però si dice che mancano i fondi…

I soldi ci sono perché vengono dall’Europa. Sono i fondi europei per l’integrazione dei rom. Sono risorse che ha anche il Comune e quindi il Comune di Roma può fare questo discorso perché i soldi ci sono, sono i fondi per l’inclusione.

Nel dibattito pubblico si associa spesso la presenza dei rom al degrado di una zona di un quartiere, che c’è di vero? Si crea in effetti una situazione sociale di disagio, di paura?

Questo è vero perché se i campi non vengono puliti, sistemati, se l’elettricità o l’acqua vanno e vengono, quando non c’è più all’interno di queste realtà il controllo della polizia municipale, come c’era prima, si creano problemi. Sono insediamenti con etnie diverse e bisogna sempre regolare la convivenza dal punto di vista civile. Inoltre anche le famiglie rom devono prendersi le loro responsabilità di vivere nella legalità che non è soltanto non rubare.

Si tratta per esempio di far pagare un affitto a chi vive in questi campi in cambio dei servizi forniti, promuovere l’idea della restituzione. Certo che se i servizi sono così scarsi… bisognerebbe invece migliore i servizi e chiedere ai rom di partecipare a questo miglioramento, bisogna cominciare a considerare i rom come tutti gli altri e applicare le stesse regole e non considerarli sempre e solo diversi ai quali non si può chiedere niente tanto si sa che delinquono o non rispetteranno le regole. Il cambiamento culturale vero è questo: considerare i rom come gli altri.

Un’ultima considerazione, non sappiamo chi sia stato l’autore di questo tremendo crimine ma sembra che si stia diffondendo una forma di disumanità profonda, è comunque una pagina nera per Roma e per l’Italia. Viviamo un rischio disumanità in questo momento di fronte al problema dell’altro, dello straniero, del rom…

E’ una pagina tristissima. C’è il rischio che si diffonda un sentimento di disumanità perché quando finiscono le reti di protezione e di aggregazione particolarmente in tante periferie, alla fine prevale la logica dell’ognuno faccia per sé, del si salvi chi può. E spesso c’è l’idea di salvare sé stesso condannando gli altri. E’ quello che dicevo prima: ma come, nessuno ha mai visto che in un camper vivevano nove bambini, e nessuno ha mai detto niente? La disumanità è anche questo: vedere, rendersi conto e dire: non c’è niente da fare. E’ la condanna dell’indifferenza. Vorrei infine ricordare una cosa che spesso viene rimossa, ossia che i rom sono stati tra le vittime del nazismo, 500mila rom sono stati sterminati nei campi di concentramento; voglio dire: gli dobbiamo anche qualcosa.


 

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