Castagnetti: “Nella linea del governo c’è una sapienza antica”

Dal giornale
Pierluigi Castagnetti

“La prudenza non è moderatismo, ma intelligenza della realtà e delle situazioni”

«C’è una sapienza antica, un sedimento storico, nell’intelligenza con cui il governo italiano sta affrontando la crisi». Autorevole dirigente del Pd e prima della Democrazia cristiana (fu tra i quattro deputati della Dc che nel 1991 votarono contro la partecipazione dell’Italia alla prima guerra del Golfo, quella di George Bush padre), Pierluigi Castagnetti condivide pienamente la linea adottata dal presidente del Consiglio. Sia la sua prudenza dinanzi ai toni bellicisti di altri paesi, rispetto ai quali ha privilegiato finora il momento politico e diplomatico (la priorità di un allargamento della coalizione anti-Isis, la necessità di pensare anche al “dopo” per evitare una «Libia bis»), sia la scelta, sul piano il ruolo dell’Italia è stato preziossimo ed è stato spesso anche un ruolo attivo, per costruire mediazioni e occasioni di dialogo, e per prevenire scontri. È la storia del nostro paese. Probabilmente Renzi non si pone nemmeno l’esigenza di recuperare questa tradizione: certe cose entrano naturalmente nelle vene della politica. E nelle sue vene, evidentemente, sono entrate bene…». Vogliamo dire che stiamo parlando della tradizione democristiana, da Moro a Andreotti? «Sì, ma attenzione: parliamo di una sapienza che era condivisa anche dalle opposizioni, a cominciare dal Pci, e che ha caratterizzato la politica di tutti i governi italiani per una lunghissima stagione, compreso il governo Craxi». La accuseranno di nostalgia per la Prima Repubblica. «Non sono stati anni infecondi, quelli di cui parliamo. Non tutto quel che appartiene al passato è da buttare. Per evitare l’esplosione di conflitti tremendi c’era bisogno di un impegno di grande respiro. L’Italia ha avuto in questo un ruolo molto attivo e di grande iniziativa. La nostra linea non era un’espressione del classico doroteismo dc, era intelligenza e capacità di mediazione in tutto il bacino del Mediterraneo». Si tratta di una linea che è stata anche molto criticata. Alcuni ritengono che poggiasse su una ambiguità di fondo, per non dire su una sorta di doppio gioco, nei confronti dell’alleanza Atlantica. «Era una linea che poggiava sulla conoscenza del mondo arabo. Perché, vede, prerequisito indispensabile per avere qualche idea su come affrontare una situazione, è averne qualche conoscenza. Ma da quando i due Bush hanno cominciato a interno, di accompagnare agli investimenti in sicurezza investimenti di pari ammontare sulla cultura e l’integrazione.

Probabilmente per Matteo Renzi questa è la prova più difficile da quando è diventato capo del governo. Come la sta affrontando?

«Sicuramente è la prova più difficile e a mio avviso Renzi la sta affrontando benissimo: con intelligenza politica e anche con un disegno strategico. Tanto è vero che nessuno riesce a eccepirgli alcunché».

Non si tratta però di una linea così lontana dalla tradizionale politica estera dell’Italia, o sbaglio?

«Certo che no. È una tradizione antica. In occidente, direi almeno dalla crisi di Suez in poi, c’è stata quasi una sorta di delega all’Italia sulle vicende del Medio Oriente e in particolare del mondo arabo. Per decenni il ruolo dell’Italia è stato preziossimo ed è stato spesso anche un ruolo attivo, per costruire mediazioni e occasioni di dialogo, e per prevenire scontri. È la storia del nostro paese. Probabilmente Renzi non si pone nemmeno l’esigenza di recuperare questa tradizione: certe cose entrano naturalmente nelle vene della politica. E nelle sue vene, evidentemente, sono entrate bene…».

Vogliamo dire che stiamo parlando della tradizione democristiana, da Moro a Andreotti?

«Sì, ma attenzione: parliamo di una sapienza che era condivisa anche dalle opposizioni, a cominciare dal Pci, e che ha caratterizzato la politica di tutti i governi italiani per una lunghissima stagione, compreso il governo Craxi». La accuseranno di nostalgia per la Prima Repubblica. «Non sono stati anni infecondi, quelli di cui parliamo. Non tutto quel che appartiene al passato è da buttare. Per evitare l’esplosione di conflitti tremendi c’era bisogno di un impegno di grande respiro. L’Italia ha avuto in questo un ruolo molto attivo e di grande iniziativa. La nostra linea non era un’espressione del classico doroteismo dc, era intelligenza e capacità di mediazione in tutto il bacino del Mediterraneo».

Si tratta di una linea che è stata anche molto criticata. Alcuni ritengono che poggiasse su una ambiguità di fondo, per non dire su una sorta di doppio gioco, nei confronti dell’alleanza Atlantica.

«Era una linea che poggiava sulla conoscenza del mondo arabo. Perché, vede, prerequisito indispensabile per avere qualche idea su come affrontare una situazione, è averne qualche conoscenza. Ma da quando i due Bush hanno cominciato a lanciare interventi privi di logica e prospettiva, solo reattivi, e spesso ingiustificati anche sotto questo profilo, abbiamo disimparato a capire il mondo arabo, e quello islamico in particolare. Ecco, io credo che Renzi, con la linea che sta tenendo, stia dimostrando di conoscere il mondo arabo».

C’è chi lo accusa di eccessiva prudenza, per non dire di peggio. Non vede il rischio di un’autoemarginazione dell’Italia?

«C’è, anche nel dibattito italiano, chi ritiene che la maturità della politica si identifichi con la capacità di fare la guerra. Io penso che coincida invece con la capacità di evitare la guerra. Mi vengono in mente le parole di San Brunone: “Se sei santo prega per noi, se sei dotto insegnaci quello che sai, se sei prudente governaci”. La prudenza non è moderatismo, ma intelligenza della realtà e delle situazioni».

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