Castagnetti: “Dietro il crollo del Muro la Dc vedeva praterie sconfinate”

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epa04469641 (FILE) A file photo dated 10 November 1989 shows line of East German Trabant cars passing through Checkpoint Charlie into the West Berlin after the fall of the Berlin Wall in Berlin, Germany. After the new travel laws went into effect in the former GDR and the border was opened on 09 November 1989, millions of East Germans streamed across the border into West Berlin. The 25th anniversary of the fall of the Berlin Wall will be celebrated in Berlin on 09 November 2014.  EPA/STR

“Noi democristiani ci illudemmo di avere campo libero, ma furono in tanti a sbagliare previsioni. Nel marzo del 1989 incontrai Dubcek in Cecoslovacchia e mi disse che non sarebbe cambiato niente. A novembre scoppiava la rivoluzione di velluto”

Prima di parlare di tutti gli errori, le illusioni e le previsioni sbagliate degli ultimi venticinque anni, sulla scorta delle considerazioni di Biagio de Giovanni pubblicate domenica sull’Unità (e del dibattito che ne è seguito), Pierluigi Castagnetti, che gli sconvolgimenti dell’89 ha vissuto da giovane parlamentare democristiano, preferisce partire, per dir così, dalle illusioni precedenti. E cioè dal fatto che fino alla vigilia del crollo «nessuno sembrasse avere cognizione della fragilità del potere sovietico».

Cosa glielo fa dire?

«Lo dico perché io, nella primavera dell’89, con altri due deputati, Beppe Matulli e Michelangelo Agrusti, andai in Cecoslovacchia per assistere al processo a Vaclav Havel. E mi fermai per due giorni a casa di Dubcek. Ovviamente, all’est, c’erano già tanti segni di crisi, c’era Solidarnosc in Polonia, e così gli domandai se le cose stessero cominciando a cambiare».

E che le rispose?

«Mi spiegò che non sarebbero mai cambiate. Mi disse: “Quando ero al potere, nel ’68, venni sostituito con Husak, che subito fu riempito di rubli. Così io, che avevo dovuto affrontare una crisi economica terribile, passo per quello che la crisi l’ha portata, mentre Husak passa per il salvatore”. Era convinto che le cose sarebbero andate avanti sempre così».

Non era il solo a pensarlo.

«Certo che no. Anzi, io stesso, quando tornai in Italia, per essere andato a seguire il processo a Havel venni a mia volta processato nella direzione della Dc, perché non avevo capito che l’occidente si fidava di Husak e non dei dissidenti».

Una lezione di realismo politico?

«Sì, se si vuole completata nel 1992 da Andreotti, quando mi chiese di accompagnarlo nella sua visita di stato a Praga. Ricordo che alla cena ufficiale, dopo il primo brindisi a nome del governo italiano, rivolgendosi a Havel, che nel frattempo era diventato presidente, Andreotti aggiunse: “E adesso mi consenta un saluto a nome del mio partito, che come sa ha investito su di lei quando era solo un prigioniero politico…”».

Una bella correzione di rotta. D’altra parte se alla possibilità del cambiamento, ancora all’inizio del 1989, non credeva nemmeno Dubcek, il protagonista della primavera di Praga, l’uomo che nel 1968 aveva sfidato il potere sovietico…

«Questo è incredibile: che Dubcek dicesse così nel marzo dell’89, e nel novembre scoppiava la rivoluzione di velluto. Ricordo che una volta domandai a Havel: “Perché la rivoluzione l’hai fatta tu e non Dubcek?”. Mi rispose: “Perché le rivoluzioni le possono fare solo quelli che non sanno che le rivoluzioni non si possono fare”».

Per la politica italiana l’89 fu un evento quasi altrettanto traumatico. O no?

«Certamente. Anche perché, come si sa, l’Italia aveva in qualche modo interiorizzato all’interno del suo sistema politico la divisione del mondo in blocchi. Ma il vero trauma, ovviamente, fu per i comunisti. Allora ero un giovane parlamentare e ricordo che una volta, due mesi prima che morisse, notai a Montecitorio Giancarlo Pajetta che parlava con Maria Eletta Martini. Ricordo che mi colpì una frase, anche perché con quel vocione era difficile non sentirlo, che pronunciò puntandole contro il dito: “Il tuo dio, se esiste, è un dio crudele…”. Lei cercava di ribattere: “Ma cosa dici, ma su…”. E lui: “È un dio crudele, perché mi ha fatto vivere fino a oggi, per farmi vedere il fallimento di tutto ciò in cui ho creduto”».

Immagino che nella Dc la prima reazione alla caduta del Muro fu ben diversa.

«Come no. A quel tempo, sui divani di Montecitorio, si sentivano spesso discorsi del tipo: è fatta, abbiamo vinto, adesso abbiamo davanti praterie sconfinate, si tratta solo di decidere chi di noi guiderà la nuova fase. Andreatta mi raccontò che a margine di un Consiglio dei ministri un importante ministro socialista gli aveva detto: “I comunisti ormai sono in ginocchio, la sfida che si è aperta è tra noi e voi, ma noi vi batteremo perché almeno su un piano vi siamo superiori: quello della spregiudicatezza”».

L’illusione durò poco. Secondo de Giovanni è la prova che non si possono ignorare le leggi della dialettica: non capirono, insomma, che non veniva meno solo il loro storico avversario, ma tutto un equilibrio. Ma in fondo questo era il pensiero di quasi tutti, allora, nel mondo. L’idea della “fine della storia”. Che ne pensa?

«Non mi è mai piaciuta la teoria della fine della storia. Ho visto che Giuliano Ferrara la riprende nella sua intervista, ma non sono d’accordo. Con l’89 non finisce la storia. Con l’89 finisce il secolo cominciato con la Prima guerra mondiale, finisce la quarantena internazionale della Germania, con la sua unificazione, e finisce il modello di Europa immaginato dai padri fondatori».

In che senso?

«Nel senso che nelle intenzioni dei padri fondatori vi era sicuramente un’idea di integrazione, ma l’Europa, nella loro testa, era l’Europa occidentale. Quando crolla il Muro di Berlino, apre un problema nuovo. Il trattato di Maastricht fu il primo tentativo di mettere in sicurezza l’Europa dei padri fondatori, per evitare il rischio che si disperdesse quel tanto di unità che era stato costruito».

L’obiettivo non sembra essere stato centrato in pieno. O sbaglio?

«L’obiettivo non è stato raggiunto perché la realizzazione è stata troppo lenta. La moneta unica che avrebbe dovuto rinsaldare quei legami è entrata in corso solo dieci anni dopo, e nel frattempo la morte di Mitterrand ha lasciato Kohl da solo nel mezzo di questo processo. Ricordo benissimo, perché ero presente, un colloquio di straordinaria intensità tra Kohl e Martinazzoli. Kohl diceva: “Io voglio  la moneta unica perché voglio garantire un’europeizzazione della Germania, perché l’alternativa è la germanizzazione dell’Europa, perché capisco bene che una Germania forte può spaventare”. Del resto, c’era stata anche la famosa battuta di Andreotti: “Amo talmente la Germania che preferisco averne due”. Quindi Kohl diceva: “Faccio la moneta unica proprio per questo, per ancorare la Germania all’Europa”. Purtroppo però Kohl si è trovato solo quando si è trattato di costruire l’ossatura politica di una nuova Europa. Poi c’è stata la conferenza intergovernativa di Nizza del 2000, dove si è commesso uno degli errori più gravi, cioè di procedere all’allargamento dell’Unione prima di averne modificato adeguatamente le regole. Forse era inevitabile, ma non c’è dubbio che molti dei problemi attuali vengono da lì».

Dice Emanuele Macaluso che uno degli errori principali è stata l’idea di poter spingere i paesi dell’Est, fino all’Ucraina, nell’Ue e persino nella Nato. Un errore che affonda le radici in quell’illusione di una vittoria definitiva dell’occidente. È d’accordo?

«La Nato non seppe capire cosa stava succedendo nel Medio Oriente dopo Khomeini, perché su questo ha ragione Ferrara, quando dice che il problema nasce nel ’79, con la rivoluzione iraniana. È lì che cambia il paesaggio mediorientale e tutto l’occidente si è rivelato impreparato a capire il cambio di scenario. Anche perché per alcuni decenni, dopo la crisi di Suez, Francia e Italia avevano svolto un ruolo fondamentale a beneficio di tutto l’occidente, dai tempi di Fanfani a quelli di Craxi. Ovviamente non per un’investitura formale, me per il riconoscimento del fatto che Italia e Francia avevano l’intelligenza per capire l’evoluzione della situazione mediorientale».

E poi cosa è successo?

«Non si capì che l’avvento del khomeinismo avrebbe contagiato tutto il mondo islamico, anche al di là della storica divisione tra sciiti e sunniti, perché in qualche modo ha rappresentato una risposta al vuoto di senso che era avvertito soprattutto dalle nuove generazioni. Attraverso il fondamentalismo religioso si è ricostruito un senso di appartenenza e questo elemento non è stato colto dall’occidente. Se gli americani avessero capito che Saddam Hussein rappresentava comunque un argine al dilagare del fondamentalismo, ad esempio, non lo avrebbero rovesciato».

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