Castagnetti: “Chi lascia il Pd deve dirci dove va. E con chi”

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«Snaturamento? C’è un’aggressione costante al nostro partito delle destre politiche, massmediatiche ed economiche, che ne dimostra l’alterità». Intervista a Pierluigi Castagnetti

«L’intervento di Alfredo Reichlin su l’Unità sposta finalmente i termini del confronto interno». Pierluigi Castagnetti, ex segretario Ppi, fondatore della Margherita, cofondatore del Pd, oggi sarà a Pieve Tesino, paese natale di Alcide De Gasperi in occasione del 61° anniversario della morte, per ascoltare la Lectio Magistralis di Monsignor Nunzio Galantino. Poi, inizieranno le sue vacanze, in montagna come sempre. Camminate, buone letture, musica jazz e buona cucina, ma per Castangetti – «il Professore», come tutti lo chiamano in Parlamento (anche oggi che parlamentare non è più), per le sue analisi mai scontate, argute, che non fanno sconti a nessuno – quello che accade nel suo partito è una autentica preoccupazione. «La scissione non può essere una ipotesi sul campo. Scindersi per fare cosa, per andare dove?».

Castagnetti, Reichlin ritiene inutili gli appelli a restare uniti nel Pd se non si apre una vera discussione su dove va il partito e dove si vuole che vada il Paese. È da qui che bisogna ripartire?

«Reiclhin con lo spessore di sempre, sposta i termini del discorso. Riconosce che il problema del Pd non è rappresentato dalle riforme, che sono sicuramente importanti, sa non è lì che si annida la tentazione della scissione. Il problema è un altro: dove va il Pd, dove l’Italia e dove l’Europa? Sono interrogativi seri, sui quali un partito come il nostro deve confrontarsi. Chi comanda oggi in Europa? Non dimentichiamoci che il Pd è nato su una piattaforma che metteva al centro il modello europeo e nel momento in cui quel modello entra in crisi, scendono in campo contraddizioni che rischiano di collidere».

Eppure in questo momento il Pd rischia di implodere sul Senato elettivo

«A me sembra che in un contesto come quello che stiamo vivendo, a livello europeo e internazionale, la prospettiva di una scissione sembra davvero fuori dalle cose, sarebbe drammatica non solo per il Pd ma per la sinistra stessa. Sarebbe il segno di una incapacità a reggere i processi di modernizzazione del Paese e della politica che sono ineludibili. Chi vuole uscire dal partito deve dirci dove vuole andare e con chi».

Nel Pd c’è chi teme uno spostamento a destra, quella meno indigesta, come la definisce Reichlin, ma sempre destra. Lei non vede questo rischio?

«Ma come si fa ad accusare la maggioranza del partito di virare a destra? C’è un’aggressione costante al nostro partito delle diverse destre, politiche, massmediatiche ed economiche che ne sottolineano l’alterità».

Torno a porle la questione: lei crede che ci siano le condizioni per spostare l’asse del dibattito interno?

«Credo di sì. Allarghiamo questo dibattito come ci invita a fare Reichlin che propone una preoccupazione più ampia, per l’Europa. Oggi in quella sede si sta ponendo un problema di ridefinizione della propria identità politica, del suo ruolo nello scenario internazionale, di democrazia interna. Si stanno sottovalutando i rischi che stanno attentando al disegno stesso di democrazia europea e il maggiore di questi risiede nella regressione nazionalista. Mitterand nel suo intervento al Parlamento europeo, prima di morire, disse: “Le nationalisme c’est la guerre”».

Non è ancora una volta nella politica che va ricercata la responsabilità di questa grave crisi identitaria che attraversa l’Europa. I cittadini europei credono sempre meno nell’Europa e nella politica. E il Pd, essendo il più grande partito italiano e il maggiore azionista del Pse, che ruolo può avere?

« Prima di tutto dobbiamo capire dove sono le ragioni di questa involuzione europea. Oggi molti studiosi francesi, di formazione marxista, parlano di “ordoleaderismo”, cioè del leaderismo dell’ordinamento costituzionale. Se ci troviamo davvero di fronte a ciò è perché la politica non è riuscita a definire un governo politico dell’Europa al quale si è invece sostituita una costituzione economica che blocca la democrazia europea e costringe le costituzioni dei vari Paesi membri a modificarsi per seguire le sue indicazioni. Bisogna dunque capire da che parte riprendere il bandolo della costituzione europea. Abbiamo pensato anche noi di sinistra che il problema dell’Italia si risolvesse con la collocazione nel Pse, ma non è quella la strada. Riprendiamo il metodo con il quale i vecchi padri fondatori hanno cominciato a tessere la tela, facciamo accordi con i Paesi che condividono le stesse preoccupazioni, Italia, Francia, Spagna, Belgio, Grecia e la Germania dove si sta aprendo un dibattito molto serio. Joschka Fischer, leader dei verdi tedeschi, ex ministro degli Esteri, fa una proposta su cui vale la pena ragionare: si coinvolgano i parlamenti nazionali per dar vita a una sorta di Camera formata dalle delegazioni parlamentari dei vari Paesi per capire come uscire da questa prigionia ordoleaderistica».

Lei sembra dire alla minoranza Pd, “ma dove andate fuori dal Pd?”. Io le chiedo: ma come fanno a restare visto il muro contro muro di queste ultime settimane?

«Reichlin dice: “iniziamo a parlare di questa Italia”. E dicendolo mette il dito nel fallimento della Seconda Repubblica: non siamo riusciti a fare riforme costituzionali che dessero stabilità dei governi e del sistema. Da questo punto di vista non si può liquidare con leggerezza l’intervento di Giorgio Napolitano che proprio alle riforme aveva legato il suo secondo mandato. Il problema non è quello dell’uomo solo al comando, ma quello di dare stabilità a questo Paese».

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