Cassese: “Sulla giustizia ora passi più ambiziosi: processi in un anno”

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Il giudice emerito della Consulta giudica positivamente l’azione del ministro Orlando. Ma ora serve la misura decisiva: abbattere l’arre trato

Professore, il ministro propone di superare il reato di clandestinità. Come, secondo lei?

«Va depenalizzato. Una persona che sta sul territorio italiano, che non è italiana e non ha commesso alcun reato non può essere considerato un criminale. Hannah Arendt parlava del diritto di avere diritti. Non appartenere alla comunità nazionale non può essere considerato un reato. Inoltre, come hanno rilevato già molti magistrati, il reato è inutile ai fini delle indagini, crea inutili carichi di lavoro ed impedisce le espulsioni».

Il ministro Orlando ha annunciato anche che l’Appello, nell’iter giurisdizionale per ottenere lo status di rifugiato, sarà ridotto in linea con ciò che già avviene in Europa. Come immagina questa modifica?

«È una scelta giusta, in linea con gli standard europei e compatibile con il nostro ordinamento che già prevede due gradi di giudizio. Servirà, certo, un’adeguata sperimentazione a tutela dei diritti della persona e della difesa».

La riapertura dei Cie come ipotizzata dal ministro Minniti è la strada giusta?

«Sono un rimedio necessario. Si deve capire che dobbiamo identificare persone, sapere se hanno il diritto a restare sul nostro territorio e da quale paese provengono, avere accordi con quel paese per la riammissione: tutto questo richiede tempo. I Cie, per brevi periodi, sono una soluzione non ottimale ma ragionevole ».

Sulla base dei dati forniti dal ministro Orlando nella relazione al Parlamento – 54 mila detenuti, 10 mila in meno in tre anni, altre 50 mila persone circa in detenzione esterna o con pene alternative – considera superata l’emergenza carceraria? Le pene alternative sono la strada giusta?

«L’esecuzione penale esterna è un grande passo di civiltà e uno dei più importanti passi avanti della gestione Orlando. Secondo la nostra Costituzione, la finalità della pena non è solo sanzionatoria ma anche rieducativa per consentire alle persone il ritorno nella società civile. Quindi bene le misure alternative al carcere. Questa gestione ha il problema di gravare molto sulle forze dell’ordine a cui vanno garantiti tutti i mezzi necessari. Credo si possa raggiungere in breve un equilibrio ottimale».

Cosa dire a chi ai cittadini che pretendono più certezza della pena?

«Il problema delle certezza della pena è legata alla durata dell’azione della giustizia e quindi ai tempi della giustizia. Avere una condanna a dieci anni dal fatto, rende insicuri. Su questo fronte il ministro Orlando dovrebbe avere programmi più ambiziosi su due punti almeno: smaltire l’arretrato in tre anni; garantire la conclusione del processo nell’arco di un anno. A questo punto credo che la percezione sulla certezza delle pena sarebbe più alta di quella attuale».

I numeri della giustizia segnano però un’inversione di tendenza positiva…

«Quei numeri segnano più aspetti positivi. È preziosa la diminuzione del contenzioso, meno 5% nel civile e meno 7% nel penale. Positivo anche, come abbiamo già detto, il ricorso alle pene alternative che garantisce una migliore gestione delle carceri, dei detenuti e della pena. Il problema è e resta il nostro gigantesco arretrato penale e civile. È un po’ come il nostro debito pubblico: facciamo passi avanti nell’avanzo primario ma non basta mai e il debito cresce. Mi viene sempre in mente il veloce Achille che non riesce mai a raggiungere la lenta tartaruga nel paradosso di Zenone»

Cosa suggerisce?

«Bene i passi fatti sin qui. Ma ora ne serve uno grande e ambizioso: un piano triennale per smaltire l’arretrato con un obiettivo: che i vari gradi dei processi si esauriscano, di norma, in un anno».

In un passaggio della relazione il ministro dice che «giustizia non può mai fare rima con consenso» e mette in guardia da «derive populiste».

A chi parla?

«Bisognerebbe chiederlo a lui. Io credo che si riferisca a queste sempre più frequenti richieste di giustizia sommaria nei confronti degli stranieri. La giustizia deve essere giusta, non ispirata ai criteri che Max Weber chiamava “giustizia di Kadi”. Altrimenti diventa ingiustizia».

I 5 Stelle fanno polemica sul fatto che secondo loro non si fa abbastanza contro la corruzione e le mafie. Si potrebbe fare di più?

«I temi della corruzione e delle mafie sono un problema ma ho la sensazione che siano diventati dei totem. Occorre avere analisi concrete su questi fenomeni. È difficile, ma si possono fare. Sarebbe auspicabile, ad esempio, che l’Anac facesse accurate analisi su quante denunce ci sono state e quante hanno portato a condanna per i diversi reati con disaggregazioni territoriali; misurare il fenomeno su dati oggettivi nell’arco di 10-20 anni e fare una comparazione con gli altri paesi. Vent’anni fa, ai tempi di Mani Pulite, il presidente della Camera dette vita ad una commissione di analisi del fenomeno che fu valutato su dati reali e non percepiti».

Intende dire che immaginiamo una corruzione più profonda di quello che è?

«Metto in guardia da quella che è solo la percezione e non la concretezza del fenomeno. Ho paura che alcune misure legislative possano nascere solo dalla percezione. E sarebbe sbagliato».

Sulla prescrizione la strada indicata dal governo è quella giusta?

«Se il processo si chiudesse in un anno, il problema della prescrizione non esisterebbe».

Intercettazioni. Il ministro ha citato le buone pratiche avviate grazie alle circolari di alcuni procuratori. Potrebbero bastare per togliere dal tavolo questo problema annoso?

«Basterebbe un po’ di buona volontà da parte dei vertici delle procure: ricorrano meno alle intercettazioni e più ad altri strumenti per individuare i colpevoli e i reati; si riuniscano e decidano le linee guida sull’uso delle intercettazioni sia come mezzo di prova che in relazione alla pubblicazione».

In Cassazione i carichi e gli arretrati continuano a crescere. Che fare?

«Occorre intervenire con urgenza. La Cassazione deve fare la sua parte, un po’ come ha fatto il Consiglio di Stato nella giustizia amministrativa. Poi serve una legge. Così non è possibile andare avanti».

Debolezze nella relazione del ministro?

«Non parla della produttività oraria dei singoli magistrati. Occorre una più equa distribuzione dei carichi di lavoro, c’è chi lavora 12 ore e chi sei. Nel corpo della magistratura c’è ancora chi pensa che l’obbligo del rispetto delle regole sia una violazione dell’indipendenza».

L’Anm non sarà presente alla cerimonia dell’anno giudiziario per il mancato adeguamento delle pensioni.

«È un grosso errore».

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