Carlotta Sami: “Già 1400 morti quest’anno. Servono vie di fuga sicure e legali”

Immigrazione
Nell'immagine divulgata da Medici senza Frontiere i soccorsi ai migranti dopo il naufragio avvenuto davanti le coste libiche, 05 agosto 2015. L'ennesima strage di migranti avviene ad un passo dalla Libia, con il mare calmo e la visibilità perfetta: il barcone con cui stavano tentando di raggiungere l'Italia si è rovesciato quando le centinaia di disperati che vi erano ammassati hanno visto le imbarcazioni di soccorso. Il bilancio ufficiale al momento parla di 400 persone salvate e 25 cadaveri recuperati, ma è molto probabile che in fondo al mare vi siano almeno altre centinaia di corpi.
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La portavoce Unhcr: il modello di riferimento non può essere l’accordo con la Turchia. “Bene il Migration Compact, investe nei Paesi d’origine”

Carlotta Sami è la portavoce in Italia dell’Unhcr, Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati. L’abbiamo raggiunta telefonicamente appena appresa la notizia del barcone affondato a largo delle coste libiche.

Il Mediterraneo, ancora una volta il Mare della morte.

Lo è sempre stato. Solo quest’anno, sono già oltre 1400 le vittime accertate, e sarebbero state decine di migliaia in più senza lo straordinario lavoro di salvataggio portato avanti soprattutto dalla Guardia costiera italiana. Se pur gli arrivi sono in leggera flessione rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, i morti continuano ad aumentare. L’impegno di salvataggio in mare rimane indispensabile e anche il coordinamento tra tutte le forze, anche con la Guardia costiera libica e con quelle degli altri Paesi che si affacciano sul Mediterraneo. L’altra settimana sono stata in visita alla Guardia costiera italiana, insieme all’Alto commissario dell’Unhcr, Filippo Grandi. Abbiamo espresso il nostro sincero apprezzamento per l’impegno profuso nel salvataggio di migliaia di vite umane, e siamo stati colpiti da un dato che ci hanno fornito: il numero di salvataggi compiuti negli ultimi tre anni, è lo stesso dei salvataggi compiuti nei precedenti vent’anni. Un dato che dice tutto della tragedia in atto.

Come affrontare una situazione che non è più emergenziale ma un fenomeno che ormai si manifesta da anni e che proseguirà a lungo?

Il dato positivo è che oramai la comunità internazionale ha preso atto che bisogna intervenire su più fronti. Quindi lavorare per assistere gli sfollati nei Paesi in guerra; supportare gli sforzi dei Paesi vicini a quelli in guerra, che oggi ospitano il 90% dei rifugiati, e poi dare delle vie sicure, legali, ai rifugiati che possono essere accolti in altri Paesi a livello globale, in Europa e altrove. Questo è l’unico modo per ridurre i rischi e le morti per migliaia di persone.

Secondo un recente rapporto dell’Unhcr, oltre il 50% dei rifugiati in tutto il mondo sono bambini.

Purtroppo è così. È qualcosa di sconvolgente, una tragedia nella tragedia. Dobbiamo pensare che in tutti questi barconi e gommoni, ci sono centinaia e centinaia di bambini, alcuni con la loro famiglia ma la maggior parte da soli.

Cosa si può fare per assisterli?

Innanzi tutto avere un sistema che funzioni a livello europeo per la loro assistenza e per una raccolta sistematica dei dati sulla loro presenza, la loro età, la loro identità. E poi occorre una attenta valutazione del loro superiore interesse, come è previsto dalla Convenzione internazionale sui Diritti dell’infanzia: valutare se per loro la cosa migliore e rimanere in Europa o riunirli alle famiglie nei Paesi di origine.

In Europa continuano a crescere frontiere blindate, muri…

I muri non sono una soluzione. Essi alimentano l’illegalità e creano nuove potenziali vittime. Se guardiamo al 2015, c’è da dire che è stato un anno terribile, un capitolo molto negativo per l’Europa che ha dimostrato di non saper gestire l’emergenza migratoria. Occorre voltar pagina. E il modello di riferimento non può essere l’accordo Ue-Turchia, almeno per come sta funzionando fino ad oggi. Questo per varie ragioni, la prima delle quali è che questo accordo deve mettere in piedi una serie di garanzie che riguardano i diritti specifici dei rifugiati sia in Grecia sia in Turchia, che non sono presenti. I rifugiati hanno bisogno di protezione, non respingimenti. Noi temiamo che l’accordo sui reinserimenti riguardi solo una quantità minima di persone e possa mettere a rischio le persone che non sono siriane. L’incremento dei reinsediamenti dalla Turchia verso l’Unione Europea non deve avvenire a spese del reinsediamento di rifugiati di altre nazionalità che nel mondo si trovano in una situazione di grave bisogno, soprattutto nel contesto odierno di un numero mai raggiunto di persone costrette alla fuga.

L’Italia ha tradotto la necessità di un intervento su più livelli nel Migration Compact. Qual è in merito la valutazione dell’Unhcr?

La nostra valutazione è positiva, e per due ragioni: perché prevede degli investimenti significativi nei Paesi di origine e di transito, concentrandoli soprattutto sull’Africa. E perché il Migration Compact individua strumenti finanziari alternativi. L’altra valutazione è che noi saremmo felici di supportare ma è chiaro che in molte situazioni, in particolare in Libia, ci devono essere condizioni di tutela di diritti umani e sicurezza.

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