Caracciolo: “Scontro regionale, sauditi hanno mandato un messaggio agli USA”

Medio Oriente
Una bandiera degli Stati Uniti data alle fiamme davanti all'ambasciata saudita a Teheran. (ANSA/AP Photo/Vahid Salemi)

Dietro le tensioni c’è il conflitto irrisolto tra sciiti e sunniti. L’Arabia ha voluto segnalare il suo no alla reintegrazione dell’Iran

L’ambasciata saudita a Teheran data alle fiamme, la Guida Suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei che invoca una “vendetta divina”. Altra benzina sul fuoco di un Medio Oriente in fiamme. L’Unità ne discute con Lucio Caracciolo, direttore della rivista italiana di geopolitica Limes.

Cosa c’è al fondo dei tumulti esplosi nel mondo musulmano e arabo dopo le 47 esecuzioni in Arabia Saudita, tra cui il leader religioso e politico della minoranza sciita saudita, sheikh Nimr al-Nimr?
“Al fondo c’è lo scontro che segna tutti i conflitti nella Regione, cioè quello tra Arabia Saudita e Iran. La prima come capofila di un fronte sunnita e arabo contro un asse sciita di marca persiana che va da Beirut a Herat passando per Damasco e Baghdad, al cui centro c’è Teheran. Inoltre con l’uccisione dell’imam al-Nimr, l’Arabia Saudita ha voluto segnalare agli americani la sua irriducibile avversione alla reintegrazione dell’Iran sulla scena internazionale, sia geopolitica che energetica”.

Quali le ricadute dell’inasprimento del conflitto tra Ryad e Teheran sui fronti più caldi del Medio Oriente?
“La ricaduta già visibile è la fine del precario cessate-il-fuoco in Yemen, Sul fronte siro-iracheno, invece, questo contribuirà a inasprire lo scontro tra i ribelli e jihadisti sostenuti dall’Arabia Saudita e dalla Turchia, e le forze governative di Baghdad e Damasco, supportate a loro volta dai pasdaran e hezbollah. Sarà anche interessante vedere come lo Stato islamico vorrà inserirsi in questa crisi, mentre per la prima volta dalla sua nascita è costretto ad assorbire alcuni rovesci non strategici ma comunque rilevanti, quale l’evacuazione da Ramadi. D’altro canto, non va dimenticato che l’obiettivo strategico dell’Is era e resta quello di radicarsi nel territorio a cavallo dell’ormai inesistente frontiera fra due Stati defunti — Siria ed Iraq — espellendone o liquidandone le minoranze refrattarie al proprio dominio. A cominciare dagli arcinemici: i musulmani sciiti. Da questo Stato in fieri e grazie al suo marchio, che nonostante recenti ammaccature resta al momento vincente. il “califfato” mira ad espandere la propria influenza nel mondo sunnita”.

L’Italia ha puntato sullo “sdoganamento” dell’Iran del presidente Hassan Rohuani, vedendo nell’Iran un soggetto di stabilizzazione nel Grande Medio Oriente, a cominciare dalla martoriata Siria.
“L’Italia si è autoesclusa al tempo di Berlusconi dai negoziati sul nucleare condotti con l’Iran dal Gruppo “5+1”. Con il governo Renzi, Roma ha cercato di recuperare una parte del terreno perduto, considerando anche gli interessi economici che storicamente coltiviamo in Iran. Certamente in questa partita non abbiamo un ruolo geopolitico centrale”.

Le guide spirituali, sunnite e sciite, saudite e iraniane, che invocano “vendette divine” e che giustificano esecuzioni e incendi di ambasciate nel nome di Allah. In Afghanistan, così come in Libia, qualsiasi serio tentativo di stabilizzazione passa necessariamente per il coinvolgimento delle tribù. Il futuro del Medio Oriente è nel suo ritorno al passato?
“I condizionamenti socio-culturali sono decisivi in ogni contesto, ma in Medio Oriente lo sono in modo speciale, altrimenti non capiremmo perché un secolo dopo il crollo dell’impero ottomano, siamo ancora alle prese con guerre e tensioni che da quella catastrofe derivano”.

Aldilà degli interessi di potenza e delle dispute dottrinarie, c’è il fatto, agghiacciante, che a scontrarsi sono due Paesi, Arabia Saudita e Iran, ai primi posti per l’uso della pena capitale e il mancato rispetto dei diritti umani. Come leggere questa tragica realtà dei fatti?
“I diritti umani sono interpretati dalle varie scuole islamiche in base ai propri principi. Per chi fosse interessato, ripassare la Dichiarazione islamica dei diritti umani e la successiva Carta Araba dei diritti dell’uomo, può essere un utile esercizio (dove i diritti fondamentali della persona come libertà di opinione, il diritto alla vita, ecc. sono strettamente vincolati al rispetto della Sharia, ndr.)”.

In questo Medio Oriente che ruolo giocano gli Usa, e quale potranno svolgere in un 2016 che è l’anno della corsa alla Casa Bianca?
“Gli Stati Uniti sembrano oscillare fra la voglia di disincagliarsi dalle secche dove erano finiti con Bush jr., e la necessità di marcare comunque la presenza della principale potenza mondiale in un teatro di grave crisi. Al successore di Barack Obama spetterà l’onere di sciogliere la contraddizione, a meno che l’urgenza dei fatti non costringa l’attuale inquilino della Casa Bianca a dismettere i panni del filosofo nei quali sembra talvolta crogiolarsi”.

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