Cantone: “Dovevamo agire, Roma è in emergenza”

Roma
Il presidente dell'Anac Raffaele Cantone durante il convegno Rai "La cultura del whistleblowing - Un impegno civile ed etico per un'efficace lotta alla corruzione", Roma, 22 ottobre 2015. ANSA/FABIO CAMPANA

Il presidente dell’Anticorruzione: l’amministrazione deve essere servente ma anche indipendente dalla politica. Ancora troppe norme incomprensibili

Non è il mr. Wolf di Pulp Fiction, l’uomo con la soluzione sempre in tasca. Raffaele Cantone si muove tra gli stand della Festa dell’Unità di Genova dedicata alla giustizia e sembra più la Lucy dei Peanuts: fanno la fila, dai più giovani ai più vecchi, per sottoporre all’attenzione del presidente dell’Autorità anticorruzione il loro problema, un’autorizzazione negata, un permesso rinviato, le straordinarie e purtroppo ordinarie battaglie di ogni cittadino con la burocrazia.

Presidente Cantone, anche il pasticcio di Roma – mi riferisco all’illegittima nomina dell’ormai ex capo di gabinetto – è figlio della scarsa trasparenza amministrativa?

«Se ci sono stati tre pareri dell’avvocatura capitolina, un ufficio di grande tradizione, vuol dire che qualche problema interpretativo sussiste. La vera questione oggi riguarda la capacità dell’amministrazione di essere servente ma anche indipendente della politica».

Che paese è quello che ha bisogno dell’Anac per sapere se una nomina o un appalto rispettano le norme?

«È un paese che ha norme incomprensibili, che anche i tecnici hanno difficoltà, quasi timore, ad applicare. Così capita, spesso, che tutto si blocca. Semplificazione amministrativa e grande fiducia da parte di chi deve applicare le norme: ecco cosa serve. Questo è un Paese che deve essere ancora portato per mano. Aiutato. Forse non è del tutto cresciuto. Il che non vuol dire che sia per forza un Paese bambino».

Certo siete stati molto rapidi nella pronuncia…

«Sono tempi fisiologici rispetto all’importanza della questione trattata. Di fronte ad un fatto di tale rilevanza, in molti casi abbiamo dato il parere in poche ore».

Anac ha già fatto una prima relazione sulla scuola crollata ad Amatrice. Tempi serrati. Il vostro metodo non potrebbe essere mutuato anche dalle procure che rischiano di aprire processi destinati in partenza alla prescrizione? Tra un mese muoiono la maggior parte dei processi sui crolli a L’Aquila…

«Chiariamo subito: il lavoro di Anac è ben diverso da quello delle procure, che devono cercare tutti gli elementi di prova per sostenere l’accusa e dimostrarla. Anac rileva irregolarità. Oppure cerca di mandare a regime buone prassi amministrative. Contro il rischio prescrizione, oltre all’impegno massimo di tutti gli uffici, centrali e meno, occorre anche dire che non serve aprire centinaia di indagini che rischiano di non approdare a nulla. In generale, dico che è sempre meglio concentrarsi su indagini che hanno una seria prospettiva di arrivare a processo».

Quello del centro Italia è il primo terremoto ai tempi dell’Anac. Può essere quello della svolta?

«Il terremoto non è mai un’occasione. Detto questo, non è più rinviabile una legge sulla ricostruzione, post-sisma, post-alluvione, per ogni emergenza. Serve un modello uguale per tutti e sempre con un’unica cabina di regia, per gli appalti, antimafia e contro la corruzione. Che dovrà valere per ogni emergenza. Basta, per intendersi, con i soldi a pioggia ai sindaci che poi servono per il ripopolamento delle spigole».

Sburocratizzare è la sua prima raccomandazione quando si confronta con i politici?

«Meno burocrazia, certo. Ma non deve diventare deregulation. Meno burocrazia significa ampliare la trasparenza. Tempo fa è venuto in Italia per conoscere il modello Anac il ministro della Pubblica istruzione svedese, paese dove la corruzione non sanno cos’è. Voleva capire cosa poteva fare. Quando gli ho chiesto cosa già stessero facendo contro la corruzione, mi ha risposto: ‘Nulla, però i nostri cittadini sono informati sempre su tutto, in modo chiaro’. I Paesi che funzionano sono quelli in cui i cittadini, dal basso, esercitano il controllo. Smettiamola di pensare che tutto si risolva con le manette, o di immaginare un uomo in divisa per ogni cittadino. Abbiamo più polizia che in altri stati».

E però siamo il paese dove chi evade il fisco è un furbo.

«Voglio raccontare un aneddoto. Ai tempi dell’inchiesta Mafia Capitale, una nostra dipendente entra in un negozio del centro di Roma. La proprietaria parla e inveisce contro politici, assessori, sindaci, tutti indistintamente nella mangiatoia, dice. La nostra dipendente intanto acquista un golf che paga con 50 euro. La commerciante incassa e non le dà lo scontrino. Quando la nostra dipendente ne chiede ragione visto che la proprietaria aveva imprecato contro la corruzione dei politici, è stata stupefacente la risposta: ‘Beh, che c’entra?’. Questo è un paese che non capisce che uno scontrino non emesso è un pezzetto del malaffare. E dove la responsabilità è sempre e solo degli altri».

Nuovo codice degli appalti: che storia c’è dietro i 181 errori – certificati con le scuse della Gazzetta Ufficiale – su 219 articoli? Incapacità?

«Gli errori, gravissimi in sè, non sono però sostanziali. Il fatto è che quel codice è stato scritto in grande fretta perché entro aprile 2016 dovevamo recepire tre direttive UE in attesa dal 2014: se fossero andate a regime con il vecchio codice ancora vigente, sarebbe stata un’ecatombe ».

Ma il nuovo codice è un buon testo?

«È una norma moderna, integrata con l’Europa. E non è vero, come dicono, che aggiunge inutile burocrazia. È una bugia clamorosa. Il codice degli appalti è la fine della pacchia per chi ha sempre pensato che i lavori pubblici fossero un modo per fare soldi e non per realizzare opere. Esistono appalti partiti negli anni Settanta ancora al 50 per cento dei lavori».

I costruttori dicono che le aziende non partecipano più alle gare per eccesso di burocrazie.

«In questo codice le opere al di sotto del milione di euro, la netta maggioranza, hanno una procedura a mio avviso fin troppo snella. Eppure le aziende non partecipano neppure per quelle. La verità è che c’è un pezzo di burocrazia che appena si prova a cambiare qualcosa, blocca tutto. Il vecchio sistema, probabilmente, faceva comodo a tanti».

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