Camusso: questa manovra non cambia verso

Legge di Stabilità
Il segretario generale della Cgil Susanna Camusso durante la festa della Cgil a piazza Farnese. Roma 05 settembre 2015. ANSA/ANGELO CARCONI

La leader Cgil: mancano gli investimenti pubblici, soprattutto al Sud, la crescita è affidata solo alle imprese

«La manovra? Partiamo dalle cose che ci piacciono, che sono poche e così facciamo prima». Susanna Camusso non ha perso il gusto della battuta di fronte alle carte della Legge di Stabilità posate sul tavolo del quarto piano di Corso d’Italia, proprio a fianco della bambola di pezza che l’Auser fabbrica per conto dell’Unicef.

Sostanzialmente, al di là delle misure più o meno criticabili e rivedibili (la Cgil si prepara a fare pressing sul Parlamento), la segretaria della Cgil ritiene che la manovra si muova nel solco di quelle che l’anno preceduta, che non ci sia un salto di qualità, «un cambiamento di verso» dice sorridendo, rispetto a scelte che oramai da un decennio a questa parte escludono gli investimenti pubblici come motore (se non esclusivo almeno fondamentale) per far viaggiare la ripresa. Troppa fiducia data (e per Camusso anche mal riposta) alle imprese, alla possibilità cioè che in Italia sarà il mercato privato a trainare il Paese perché «gran parte del nostro sistema imprenditoriale ha smesso da tempo di investire preferendo la rendita».

Trovo strano, Camusso, che la Cgil non veda come questa legge di Stabilità sia in netta discontinuità rispetto al passato. La lancetta è spostata sulla crescita, attraverso l’uso della flessibilità sui conti pubblici, e non sul rigore contabile. Non è questa una scelta di sinistra?

«Per me invece siamo ancora dentro lo schema di austerità di Monti e di chi l’ha preceduto»

Monti non ha la stessa sua opinione per lui è una manovra spendacciona che sposta i pagherò al futuro.

«Il punto è che quella flessibilità in più, che spero l’Italia possa ottenere in Europa, non viene usata per fare un bel po’ di investimenti soprattutto nel Meridione. Al contrario si resta nell’idea che la ripresa è delegata alle imprese nella speranza che saranno loro a determinare il cambiamento».

Se non parto da chi produce e crea posti di lavoro, da chi devo partire?

«Purtroppo però i fatti ci dicono che negli ultimi 10 anni il sistema imprenditoriale s’è ritratto da tutto, ha venduto i suoi migliori gioielli produttivi e non ha fatto innovazione e ha utilizzato le risorse messe a disposizione fin dalla “Tremonti Uno” fino agli ultimi provvedimenti del governo per incamerare in rendita».

Ora però sostenere la crescita è indispensabile e quindi serve aiutare i consumi. O no?

«Sostenere la crescita per noi è prima di tutto fare investimenti che generino occupazione. Siamo sempre nella stessa logica dell’austerità, le interpretazioni cambiano, ma rimaniamo legati alle compatibilità date dell’Ue. Ed qui che viene a mancare il tema della giustizia sociale»

Per la prima volta il governo vara una misura strutturale contro la povertà e per l’inclusione sociale. Tra tutte le varie voci si arriva quasi a 1,7 miliardi.

«Che ci siano risorse per la politica sociale è un bene, siamo i primi a esserne contenti ma come dicono anche autorevoli studiosi non bastano misure monetarie ma servono programmi di lungo periodo di natura inclusiva».

Un altro segno più, siamo già a due…

«Se il governo non riprende in mano le leve dell’economia e continuerà ad affidarsi solo alle imprese, il Paese non aggancerà la ripresa. In questi anni si sono dirottate le risorse dagli investimenti alla rendita finanziaria e immobiliare».

E sull’abolizione della tassa sulla prima casa, pensa anche lei che sia incostituzionale?

«È ingiusta e sbagliata. Sbagliata perché continua l’idea che il patrimonio non vada tassato. Ingiusta perché toglie 60 euro di tasse a chi non sta tanto bene, ma ne togli molti di più a chi sta parecchio bene».

L’80% dei beneficiari dell’abolizione della Tasi sono pensionati e lavoratori dipendenti. È una tassa che sulle famiglie meno abbienti e che magari hanno pure un mutuo pesa parecchio.

«Guardi che anche gli iscritti Cgil che hanno una casa sono contenti che venga tolta la Tasi. Il problema è che si distorce ulteriormente la progressività fiscale e non si usa il fisco per un’equa redistribuzione. Il nodo è che non si guarda a chi s’è impoverito davvero in questi anni. A chi lavora per 700 euro al mese, ha chi ha un lavoro ma ha il figlio disoccupato si danno poche decine di euro togliendogli la Tasi. Che farà con quei soldi, siamo sicuri che li va a spendere o piuttosto li tiene da parte perché magari teme di averne bisogno se, magari, aumenteranno i ticket o per dare qualcosa al figlio disoccupato?».

La manovra è di quasi 27 miliardi, circa 30 col si Ue alla flessibilità per l’accoglienza migranti, la Tasi vale 3,5 miliardi. Non è riduttivo giudicare una legge di Stabilità guardando a un aspetto che alla fin fine non è così enorme?

«È un argomento a favore: se non è così determinante la si può puoi anche disegnare diversamente, in maniera più equa».

L’obbiettivo, come per gli 80 euro a dieci milioni di persone, è ricostruire un tessuto di fiducia e quindi far riprendere i consumi. E con l’aumento delle tasse sulla rendita dal 12 al 24% c’è un messaggio tipico della sinistra: riduco le tasse ai lavoratori e sul lavoro, ad esempio con la decontribuzione alle assunzioni, mentre le aumento sulla rendita. Perché sarebbe sbagliato?

«Gli incentivi generalizzati alle assunzioni andavano finalizzati alla non hanno prodotto tanta nuova occupazione, mentre hanno soprattutto finanziato il turn-over basta vedere le classi d’età. Per questo Noi chiedevamo che fosse legata sole gli incentivi fossero legati alle assunzioni dei giovani. Quanto agli 80 euro sono certamente stati un primo segnale di giustizia sociale ma per molti temo che non siano sono andati nei consumi. La gente ha paura del futuro, viene perchè dobbiamo uscire da una crisi che gli ha mangiato i risparmi».

Che suggerisce di fare?

«Allora, si deve scegliere la strada della giustizia sociale e non basta l’intervento, per carità giusto, ipotizzato sulla povertà. Ci vogliono quantità molto più consistenti e programmi di lungo periodo. Bisogna chiudere la forbice della disuguaglianza perchè c’è uno slittamento verso il basso di tanta parte del mondo del lavoro che ha meno reddito e perché ha c’è più disoccupazione. Così come si sono impoverite le pensioni».

Ma i posti di lavoro li creo se aumento la produzione e quindi i consumi interni. E lo posso fare se rimetto nelle tasche degli italiani un po’ di soldi abbassandogli le tasse. Tanto più che in Italia quasi l’80% delle tasse le pagano lavoratori dipendenti e pensionati.

«Anche io mi auguro che sia così, io faccio il tifo perché la gente stia bene, ma temo che una parte continuerà a metterli da parte per paura di quello che potrà succedere un domani: se predo il lavoro, se mio figlio continua a non trovarlo, se devo fare una visita costosa, visti i tagli alla sanità. Ecco, c’è un segno in questa Stabilità che secondo noi non va nella giusta direzione. Lo dimostra anche l’assenza di uno stanziamento realistico per il rinnovo dei contratti pubblici».

La direzione dove è più sbagliata?

«In generale nella mancanza di un piano del governo per invertire la rotta con gli investimenti pubblici. Guardando alle singole misure nella chiusura alla flessibilità per le pensioni e nella riduzione al 25% del turn over nella pubblica amministrazione. Perché chiudere i possibili canali occupazionali per i giovani? E non bastano i 500-1000 nuovi ricercatori e addetti ai beni culturali che certo non compensano il nuovo blocco del turn over nella pubblica amministrazione ».

Andare prima in pensione è cosa diversa se si tratta di un’operaia alla catena che non ce la fa più e di un’impiegata pubblica dietro una scrivania. Avranno pure la stessa età anagrafica e contributiva, ma hanno fatto due vite con carichi di fatica molto differenti. Sulle pensioni cioè dire “tutti a casa prima” vuol dire rimettere i costi di un sistema retributivo sulle spalle dei più giovani che andranno in pensione tardissimo e col contributivo. Non è uno spostamento di risorse a vantaggio di una generazione pagato da un’altra?

«Noi pensiamo a una flessibilità in uscita fra i 62 e i 70 anni. Bisogna poi porre attenzione ai diversi lavori e alla diversa fatica. La legge Fornero ha squassato il turn over fra anziani e giovani…»

Non ho un ricordo di una vostra mobilitazione particolarmente accesa contro la Legge Fornero, o perlomeno non della stessa intensità con cui siete scesi in piazza contro il governo Renzi…

«Arrivavamo da anni in cui il governo faceva accordi separati con Cisl e Uil e ricostruire una mobilitazione unitaria fu particolarmente faticoso e frutto certamente di una mediazione. Lo sciopero non registrò grande partecipazione anche perché era diffusa la convinzione che l’Italia fosse sull’orlo del baratro. La portata negativa di quella legge si è cominciata a capire un anno e mezzo dopo. Noi l’allarme sugli esodati lo demmo subito ma fu ignorato per lungo tempo. Paradossalmente servì l’invenzione del termine esodati da parte dei giornalisti che frequentavano i nostri presidi. Resta il fatto che l’unico vero taglio alla finanza pubblica è stato fatto sulle pensioni e non sui privilegi. Un’ulteriore ragione per mettere mano a un sistema ingiusto».

Soprattutto per i più giovani è ingiusto.

«Per questo bisogna cambiare quella legge sbagliata a partire dal ricreare ci vuole una solidarietà interna al sistema senza la quale avremo in futuro un esercito di poveri».

La flessibilità in uscita generalizzata però non è molto solidale.

«L’anzianità anagrafica come unico criterio è ingiusto. A 55 – 60 anni ci puoi stare sopra un’impalcatura? No. In Bmw alla catena non ci sono i 50enni, in Fiat si. La flessibilità vuol dire anche considerare i singoli lavori, basta prendere le statistiche per aspettativa di vita in base alle professioni, Dati scientifici per sapere un’età per tutti uguale. Poi, bisogna riconoscere il lavoro precoce. L’urgenza è sbloccare un po’ di lavoro e non fingere che le aziende non ci chiedano questo».

E su questo che chiederete al Parlamento di modificare la manovra?

«Definiremo le nostre priorità, tra queste: le pensioni, risorse per dare risposte dignitose al rinnovo dei contratti pubblici, la sanità, il mezzogiorno e lo stop all’innalzamento di contanti a 3mila euro che è un messaggio incentivante per l’evasione. Pensiamo agli affitti pagati in contanti che vuol dire permettere di pagarli in nero. Pensiamo al trasporto merci che vuol dire cancellare la tracciabilità non solo dei pagamenti, ma anche dei prodotti in settori in cui è anche necessario il contrasto alla criminalità organizzata. Noi saremo pure quelli che mettono il gettone nell’Iphone, ma siamo anche quelli che sanno pagare col telefonino e i bancomat. Piuttosto perché il governo non fa un’accordo con Poste incentivare la diffusione del bancomat a costo zero. Oppure pensiamo che avere la pensione in contanti è un incentivo alla sicurezza dei nostri pensionati?».

Alla sinistra del Pd stanno cercando di far nascere nuovi partiti, da Vendola a Civati. Saranno loro i vostri futuri riferimenti politici o continuerete a guardare al Pd?

«La grande debolezza della sinistra italiana è di non aver mai costruito un grande partito socialdemocratico. Punto».

 

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