Camusso: “Contratti e welfare per alzare i salari”

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In Italia è in atto una svalutazione competitiva sul lavoro. Ecco perché da noi si guadagna meno che nel resto d’Europa

Mario Draghi parla di salari bassi in tutta Europa. «Draghi ha ragione quando dice che i salari bassi frenano la ripresa. E ancora di più in Italia dove le statistiche dicono che le nostre sono tra le retribuzioni più basse d’Europa» . Comincia da qui il colloquio de l’Unità con Susanna Camusso, leader della Cgil, su redditi, crisi e ripresa.

Secondo lei quali sono le ragioni di fondo?

«Direi che i motivi sono tre. Un Paese in cui le imprese hanno avuto vantaggi competitivi svalutando la moneta, oggi che non possono più farlo svalutano il lavoro. Un sistema produttivo composto sempre meno da grandi imprese, e una miriade di piccole e piccolissime aziende che fanno fatica a innovare ha scelto di competere solo abbassando i costi. Seconda ragione: le politiche sbagliate di questi anni. Si è agito come se si dovesse contrastare l’inflazione e invece eravamo in deflazione. Le politiche adottate hanno avuto come effetto tagli al welfare e compressione dei salari».

Intende l’austerità?

«Non solo, parlo proprio di un’idea fondo che punta sempre a giocare al ribasso. Dalla scelta di non rinnovare i contratti della Pa per 8 anni, alle resistenze per sbloccare quelli privati. Tutto questo è accaduto senza capire che l’uscita dalla crisi sta nel rafforzamento della domanda aggregata, e che dalla crisi non si esce perché restiamo in un circolo vizioso che porta all’impoverimento generale». E il terzo motivo? «È che non c’è più una Sinistra. Non c’è un pensiero che sostenga politiche differenti da quelle definite nel recinto dei Trattati europei e dalla finanza. Oggi le politiche economiche non sono più determinate da scelte sociali: contano di più le multinazionali che poi, magari, non pagano le tasse in Italia e non fanno i contratti. Come certe compagnie low cost, tanto per fare un esempio (a volte aiutate dallo Stato)». Draghi ha detto che probabilmente a pesare sono anche le scelte del sindacato, che in tempi di alta disoccupazione, preferisce garantire posti e non aumenti salariali. «La questione va affrontata alla radice. In Italia c’è un problema che si chiama precarietà e disoccupazione, in particolare per i giovani, alla cui soluzione non sono indifferenti le politiche economiche dei governi. L’alta precarietà e la disoccupazione sono un punto di debolezza del sistema. E ancora, se il governo contribuisce alla contrattazione di secondo livello che riguarda solo una minoranza di aziende e di lavoratori, e non interviene sui contratti nazionali, di fatto rientra nella logica di abbassare i salari. Se invece delle retribuzioni si incentiva il welfare aziendale, si contribuisce ancora una volta ad abbassare i salari. Se si continua a promuovere i lavoretti e non si punta al lavoro di qualità, non si sostenere il reddito. Non ho sentito battere ciglio di fronte alla grande distribuzione che non ha disdetto e gli accordi di secondo livello. Si dà per scontato che abbassare i salari sia una delle leve per competere nel mercato. Un sindacato confederale come il nostro non è mai stato concentrato solo sulle retribuzioni, tant’è che a volte ha anche accettato la moderazione salariale per sconfiggere tensioni inflazionistiche. Ma oggi che persino le banche centrali chiedono più salario, che c’è troppo lavoro povero e che si continua a pensare di tagliare le retribuzioni considerandole costi, bisogna uscire dal cortocircuito che non ci fa uscire dalla crisi».

Non pensa che il welfare aziendale sia utile nel momento in cui si taglia la spesa pubblica e si impoveriscono i servizi?

«Così il lavoratore ha un doppio taglio, uno finanziario e l’altro di servizi. I quali non possono essere sostituiti dal welfare aziendale, che copre, spesso male, un pezzettino e in più crea una situazione corporativa. Sappiamo che tra i 9 e gli 11 milioni di cittadini non usano più il servizio sanitario nazionale. Invece di tornare ad espandere il pubblico, a chi lavora si dice che può utilizzare il welfare integrativo, che poi vuol dire polizze assicurative e sanità privata. Questo significa che il lavoratore ha meno sostegni, non di più. Se la politica pensa che le risorse per i Comuni e per le politiche sociali sono solo spesa, si arriva al bonus mamme che sostituisce gli asili»

Intende dire che il welfare è una parte della politica dei redditi?

«La politica dei redditi riguarda certamente i salari e il lavoro che non c’è, ma riguarda anche il fatto che si è rotto l’equilibrio con il welfare universale. Se l’accesso all’istruzione e alle cure costa, il mio salario sarà più povero».

Il governo pensa di tagliare il cuneo fiscale. Lo fece anche Prodi, con un intervento molto forte rivolto a tutti, non solo alle assunzioni.

«Veniamo da tre anni di incentivi, e di fronte a 18 miliardi di spesa, il risultato è stato una riduzione dello 0,2 % della disoccupazione che, tra l’altro, ha anche penalizzato i giovani nelle loro future pensioni. È ora di cambiare strumenti. Con quella stessa spesa si sarebbe potuto davvero fare molto. C’è bisogno di un piano straordinario per l’occupazione, ma bisogna cambiare testa per farlo. Poi, c’è la necessità di affrontare il tema fiscale. Apriamo una seria discussione sulle tasse. Periodicamente esplode il dibattito sul rapporto tra fisco e lavoro, una discussione che ci costringe a spartirci una coperta corta, ma la coperta potrebbe essere più larga se solo si volesse. Per esempio non si parla mai di un prelievo sulle ricchezza dei patrimoni».

Sui voucher sicuramente la Cgil ha incassato un punto. Voi preferite aspettare che ci sia la legge (il decreto è già passato alla Camera), prima di parlare di vittoria. Intanto il dibattito è aperto sulle forme di lavoro flessibili. Alcuni indicano proprio nella cancellazione di alcuni contratti il motivo dell’esplosione dei voucher.

«Ci auguriamo che il Senato approvi rapidamente il decreto ed è evidente che finché non diventa legge c’è il referendum e dunque la nostra mobilitazione. Purtroppo in Italia molti parlano senza sapere. Il nostro sistema è pieno di forme di lavoro flessibile: dalla somministrazione al part-time, dai contratti del turismo e commercio a quelli stagionali, quelli a termine, quello a chiamata. Tutti a basso costo al punto che ci si lamenta che non viene utilizzato l’apprendistato come forma di passaggio dalla scuola al lavoro. A mio avviso talmente tanti che, piuttosto, bisognerebbe ridurli. Abbiamo fatto sette riforme del mercato del lavoro solo per inserire flessibilità. Si è creata una concorrenza al ribasso tra le forme contrattuali, con il risultato che nessuno investe più sulla qualità del lavoro e di conseguenza sull’innovazione. Non si pensa più che con un lavoratore si ha un rapporto di lavoro, non si progetta più un percorso professionale, figuriamoci se si pensa alla sua pensione. Aggiungo che le economie sviluppate che abbiamo intorno, a cominciare dalla Germania (dove i minijob sono molto diversi da come li si descrive da noi) hanno già messo in discussione questo approccio. Allora la discussione non è su cosa si mette al posto dei voucher, ma su come si fa pulizia di tutte queste forme, di come si valorizza il lavoro e si crea occupazione di qualità per i giovani».

 

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