Calise: “Renzi non è solo. 13 milioni di voti vi sembrano pochi?”

Referendum
Il presidente del Consiglio Matteo Renzi, durante la conferenza stampa congiunta con il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan a Palazzo Chigi sulla manovra, Roma, 28 novembre 2016. ANSA/ ALESSANDRO DI MEO

Il politologo: “Il premier non può fare miracoli, ma adesso intorno a lui si è coagulato un segmento forte di società”

Mauro Calise, politologo, insegna Scienze Politiche all’università Federico II di Napoli. Editorialista del Matti – no, è autore di saggi assai calati nella realtà come l’ultimo «La democrazia del leader» (Laterza 2016) o il precedente «Fuorigioco. La sinistra contro i suoi leader» (2013).

Professore, si aspettava il risultato del referendum?

«Ho l’abitudine di fidarmi più dei sondaggisti che del mio naso. E quindi: no, non me lo aspettavo. Non in questi termini. Le previsioni indicavano uno scarto inferiore. Il dato che ha cambiato le carte in tavola è stata l’affluenza che anziché fermarsi al 54% ha raggiunto proporzioni da elezioni politiche ».

L’analisi più diffusa è che Renzi ha personalizzato la battaglia, trasformandola in una guerra civile e dunque perdendola. È davvero così oppure, dopo il mandato bis di Napolitano, era un sentiero obbligato?

«Renzi non aveva molte alternative, ma ha fatto quella scelta sulla base di un ragionamento strategico che alla fine non ha funzionato. Questo: in un sistema ormai tripolare, con tre partiti praticamente alla pari, ha cercato una forzatura bipolarizzante come prospettiva di lungo periodo».

Cioè, ha scommesso sull’Italicum?

«Il premier era convinto che l’ondata favorevole delle Europee non avrebbe retto. Del resto, lo si è visto: nonostante le conquiste, tutto ciò che ha fatto il governo, la sua popolarità stava scemando. E non per colpa del referendum ma perché sono tempi durissimi in Europa e nel mondo per chi governa. Soprattutto se è di sinistra: Clinton è stata spazzata via da Trump, Hollande nemmeno si ricandida, la Spd appare come comparsa nel governo di Angela Merkel, i socialisti spagnoli sono ridotti a ruota di scorta del governo conservatore».

Insomma, il premier aveva le sue ragioni per comportarsi come ha fatto?

«Renzi rappresentava e in prospettiva rappresenta ancora un’eccezione a quello che non è il declino ma il tracollo della sinistra. Con questo sfondo, ha cercato di massimizzare la sua posizione lungo due binari. Il primo: la legge elettorale, che spacca in due l’elettorato. Il secondo: le grandi riforme».

Due anni di lavoro spazzati via in una notte.

«Insomma. Marco Travaglio sostiene che si sia messo nella scia di Napolitano, Ezio Mauro si chiede chi glielo ha fatto fare… Io credo che lui si sia reso conto che in un contesto tripolare non sarebbe durato e abbia agito. Non è un ragazzotto sventato: è un politico con idee molto precise. Ha pensato che, senza questo risultato, non lo avrebbero battuto in campo aperto ma comunque rosolato a fuoco lento».

D’accordo, però alla fine ha perso. In che modo può rappresentare ancora una prospettiva per la sinistra?

«Oggi la sconfitta appare molto sonante, anche perché un po’ inattesa. Ma guardiamo i numeri: 13 milioni di voti. Due in più delle Europee. Più di Veltroni, che nel 2009 ne prese 12 milioni. Un bottino elettorale molto rispettabile perché costruito in campo aperto, non in un’occasione distratta. Numeri che eguagliano il Berlusconi dei tempi migliori e che il centrosinistra non si è sognato, tantomeno Bersani. Tutti voti intorno a Renzi e a una radicale proposta di rinnovamento del Paese».

Quindi, quella di Bersani era una non-vittoria e questa di Renzi è una non- sconfitta?

«È una sconfitta, ma va analizzata bene. Davvero Renzi è solo, non ha una classe dirigente intorno, non esiste renzismo nei corpi intermedi, associazioni, intellettuali, professori? La mia impressione è che proprio per la lunghezza e durezza dello scontro, adesso intorno a lui c’è una fetta rappresentativa della società. Se segmentiamo la piramide dei votanti e accettiamo l’assunto che il No sia andato forte nelle classi disagiate e nei ceti bassi, è probabile che intorno al Sì si sia raccolta u n’ossatura dirigenziale, organizzativa, propulsiva. Insomma, quella di Renzi non è più una leadership solitaria. Ha coinvolto segmenti attivi e influenti».

Perché, allora, ha perso?

«Perché era uno contro tutti. Aveva contro i partiti di opposizione e un pezzo del suo partito. Sono numeri da elezioni politiche. Chiedergli pure un miracolo in questa Europa forse è un po’ eccessivo. Se 13 milioni vi sembrano pochi…».

Sembra che il premier abbia la tentazione di lasciare anche la segreteria del Pd. Ipotesi che i suoi gli chiedono di accantonare. Lei gli consiglierebbe di prendersi un sabbatico dalla politica?

«No, nel modo più assoluto. Un passo indietro dal governo, invece, conviene a lui, all’esecutivo e al capo dello Stato ».

In che senso conviene al governo?

«Non ci sarà lo stesso premier, ma nel prossimo esecutivo ci saranno molti elementi di continuità con l’attuale. È anche questione di rispetto della comunità internazionale. Renzi ha perso ma non è rimasto a mani vuote. Se ne va con un patrimonio di consenso negli elettori e nel Pd. Non vedo elementi che lo spingano a ritirarsi dalla politica. Mi auguro che non influiscano componenti caratteriali o psicologiche: sarebbe una vera delusione».

Si riparte dal congresso del Pd?

«Intanto, si riparte dal governo, che va fatto in tempi rapidi ed è la tappa più importante. Poi lasciamo decantare i numeri, guardiamoli con attenzione. Non si deve lasciare l’iniziativa a una coalizione eterogenea e antipolitica. Calma e gesso».

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