Calise: “Non è finito niente, c’è un capitale di 13 milioni di voti da cui ripartire”

Referendum
Un momento del voto al Referendum Costituzionale al seggio di piazza del Collegio Romano, Roma, 04 dicembre 2016. ANSA/ANGELO CARCONI

Il politologo: “Renzi ha cercato di ri-bipolarizzare un sistema già tripolare: con l’Italicum e con il referendum. E il voto del 4 dicembre dimostra che in campo adesso c’è un potenziale enorme”

Altro che rassegnarsi alla fine del «ventennio maggioritario». Alla domanda posta sull’Unità da Andrea Romano nel suo articolo di ieri, la risposta di Mauro Calise, professore di Scienza politica alla Federico II di Napoli, è tanto articolata nelle premesse quanto ferma nelle conclusioni. «C’è una forma di strabismo – esordisce – nei commenti di questi primi giorni, quasi che la crisi del sistema maggioritario descritta da Romano fosse conseguenza della sconfitta di Matteo Renzi al referendum. Peggio: della sua spericolata campagna. Quasi che tutto fosse dipeso solo dal capriccio di un leader troppo sicuro di sé».

E invece?

«E invece la crisi del sistema maggioritario si è consolidata con le elezioni del 2013, ma era emersa già nella transizione post-berlusconaiana. Non c’è niente di più anti-maggioritario di un governo tecnico con tutti dentro come il governo Monti. È insomma una crisi che viene da lontano, dall’esaurimento del berlusconismo come peno di quel po’di maggioritario che c’era in Italia».

Non sarà forse perché era proprio il maggioritario, con tutti i suoi addentellati di sistema e di cultura politica, l’ambiente ideale al predominio del berlusconismo?

«Il maggioritario in Italia si afferma nella stagione referendaria come ideologia della sinistra e si realizza grazie a Silvio Berlusconi. Il combinato disposto è questo. È la sinistra che fa la battaglia referendaria, ma è Berlusconi, grazie al partito personale, alla sua leadership e alla sua grande capacità innovativa nell’organizzazione del partito, che innesta una dinamica bipolare. E questo è tutto ciò che noi riusciamo a incassare nel paese del famoso modello Westminster, che è bipartitico. Incassiamo il bipolarismo, che è una variante debole del bipartitismo, grazie a Berlusconi. Questa è la Seconda Repubblica. La crisi di questo modello arriva dunque con la crisi di Berlusconi, perlomeno nel 2010, e diventa conclamata nel 2011, con l’arrivo di Mario Monti».

Però anche nel resto d’Europa quel modello non pare godere di ottima salute, o no?

«In giro per l’Europa la situazione è molto simile. La Gran Bretagna è diventata un sistema pentapartitico, alla faccia del bipartitismo, e con maggioranze risicate. Sulla Spagna stendiamo un velo. In Francia non ne parliamo nemmeno. Quindi, attenzione: non è che in un mondo governato dal bipartitismo è arrivato un matto chiamato Renzi che ha messo l’Italia nei guai. Al contrario. Renzi, secondo me, ha fatto un ragionamento molto lucido».

Quale?

«Secondo me avrà pensato che essendo questo il quadro, poteva fare due cose: andare avanti così finché durava, capo del governo con una maggioranza variabile dove doveva raccogliere ogni giorno tre voti da Alfano, tre da Verdini, tre da Bersani e Speranza…».

Oppure?

«Oppure quello che ha fatto, e cioè scegliere una strategia certamente rischiosa. Ma come abbiamo appena detto non è che stava seduto sulla muraglia cinese, stava seduto sulla linea di faglia di un terremoto, su una maggioranza più che variabile dentro un sistema che da bipolare era già diventato tripolare. E quindi ha cercato di ri-bipolarizzare il sistema. In due mosse, tra loro collegate: l’Italicum e il referendum, che di per sé è un’elezione bipolarizzante».

Però il referendum lo ha perso, e anche l’Italicum non si sente tanto bene. E adesso?

« C’è stata una battuta d’arresto alla spinta bipolarizzante. Ma ci metto un “forse”, perché se è vero che l’Italicum cambierà, e vedremo come, per il referendum è diverso. Ha diviso il paese, è stato un voto decisivo, che ha prodotto quello che gli americani chiamano un realignment . C’è stato un processo di socializzazione politica nel campo del Sì e secondo me questo è quel che resterà. Ma come si fa a dire, come ha fatto anche Antonio Polito sul Corriere della sera, che il leaderismo di Renzi è stato sepolto nel momento in cui ha portato 13 milioni di persone a dire Yes we can?».

Resta il fatto che ha perso. Del resto, come lei ha ricordato, quel modello bipartitico-bipolare è in crisi in tutto il mondo. Non crede che dovrebbe rassegnarsi?

«Intanto io dico che in campo c’è un potenziale enorme al servizio di quella causa. Dico che questo capitale non c’è mai stato e da qui si deve ripartire, innanzi tutto per una rifondazione del Pd, terreno su cui finora Renzi è stato latitante».

Vuol fare il bipolarismo in un partito solo?

«Non mi metto a discutere di modelli astratti. Dico che la nostalgia della Prima Repubblica, senza i partiti, che non ci sono più, non mi pare una soluzione. L’unico corno da cui si può sperare di tenere saldo questo sistema è il corno istituzionale, del governo, della premiership. Volete provarci con la proporzionale? Ma se lo immagina, con i partiti ridotti così, che cosa diverrebbe il parlamento… a questo punto, meglio che ce li mandiamo subito i grillini al governo, senza farla tanto lunga».

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