Calise: “Chi perde faccia lavoro di squadra”

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Il politologo: “Il Pd è l’unico partito di massa rimasto. Ma è in grande ritardo sulla partecipazione in Rete”

«Vediamo se dopo il congresso Orlando e Emiliano lavoreranno per un partito unito o se ricominceranno le divisioni e le scissioni latenti». Mauro Calise, docente di Scienza Politica all’Università Federico II di Napoli, editoralista de Il Mattino è autore anche di due libri sul “partito personale”(editi da Laterza) e ha anche dato vita ad esperienze formative sul web: “Federica”, portale e-learning dell’ateneo napoletano e il dizionario interattivo “Hyperpolitics”.

Nei circoli Pd hanno votato oltre 266mila iscritti, su circa 449mila. C’è chi pensa sia poco e chi esalta la partecipazione. Lei che ne pensa?

«Il Pd è l’ultimo dei partiti di massa. Se poi i voti sono tanti o pochi è un discorso astratto, il dato vero è che non c’è più in Italia un partito che muova una partecipazione degna di questo nome. Quando va bene c’è un partito personale qual era la Forza Italia di Berlusconi, o quello personale e virtuale di Grillo, gestito dal fondatore nonché padrone con una partecipazione virtuale di poche decine di persone, se un candidato sindaco a Piacenza può essere scelto con 59 voti on line contro 31, con una trasparenza garantita dagli stessi padroni del vapore. Quindi, nella crisi della partecipazione alla politica di massa come la intendevamo nella Prima Repubblica, sopravvissuta negli ultimi vent’anni, il Pd si organizza in maniera trasparente e vitale. È un’eccezione ».

Anche rispetto agli altri partiti del socialismo europeo?

«Il quadro europeo è in trasformazione, come quello americano. Gli unici con dei partiti tradizionali sono i tedeschi. In Francia il Psf è frammentato e si sta affermando un nuovo partito personale, quello di Macron, ma anche di Marin Le Pen, che è dinastico. Il Labour inglese si è diviso in cinque e, rispetto alla grande trasformazione del blairismo, sta tornando un partito chiuso sulla sinistra senza speranza di vincere. In Europa quindi la performance del Pd è di tutto rispetto. Certo si può fare meglio…».

In che modo?

«Con una maggiore cultura della Rete. Sull’organizzazione on line, anche per il congresso, il Pd ha un ritardo storico. Sulla capacità di essere presente nell’ambiente più congeniale ai giovani ha lasciato il terreno al centralismo cibernetico di Grillo, impoverendo l’enorme potenzialità della democrazia sul web. Obama vinse grazie al supporto di MoveOn ben nove anni fa, e noi? Siamo ancora alla fase delle liti sulla “ditta”».

Renzi ha vinto così perché il Pd ha «cambiato natura», come dicono gli scissionisti, o perché i militanti si compattano attorno al leader?

«Non mi sorprende. Renzi ha perso il referendum con 13 milioni di voti dati più alla persona che alla riforma. Così come il 60% dei No si dice che fosse contro di lui, il 40% è a favore, un consenso enorme che è stato gestito male dopo. Che ora Renzi abbia avuto circa 140mila voti non mi stupisce, e se ritroverà la determinazione sulla sua piattaforma avrà un “capitale” che pesa il 40%, mentre il fronte del No non ci porta da nessuna parte».

Ora le primarie aperte a tutti possono essere usate per indebolirlo. Sono una formula efficace?

«Seguono una logica inclusiva, piuttosto che restare inserrati nell’apparato degli iscritti. Renzi può aprire la sua proposta verso il centro, poi vediamo come se la giocherà Emiliano: vuole fare squadra insieme o utilizzare il suo risultato per inscenare la scissione atto secondo?».

Come può fare il Pd a non tornare a essere un partito di correnti?

«Renzi ci sta provando, ma il Pd è sempre stato un partito di correnti mascherato da centralismo democratico. Molti hanno fatto finta di salire sul carro del vincitore, e quando si è indebolito alcuni sono usciti, altri sono scesi. Vedremo, se dopo il congresso il Pd sarà un partito unitario con Orlando e Emiliano o se ricomincerà il gioco dello stare dentro o fuori. Per un anno è stato un partito di scissionisti latenti o palesi, ora la vera speranza è che sia un partito unico, con una leadership forte e un po’meno decisionista, ma senza esagerare, perché se ricominciano i caminetti si ripiomba nell’impotenza. Gli sfidanti si facciano una ragione dell’ampio consenso di Renzi e seguano la linea del partito. Sarebbe una bella lezione di democrazia».

Negli altri già cresce la preoccupazione che Renzi abbia troppo potere…

«È diverso, rispetto al partito personale di Berlusconi o di Grillo: comando solo io e quando me ne vado non esiste più niente. Una leadership forte e riconoscibile è importante, basti pensare a Blair o alla Merkel. La personalizzazione di Renzi è stata un’operazione indigesta alla “ditta”e hanno cercato di fargliela pagare, ma adesso è sulla strada della riconquista solida del partito. E, anche se ha compiuto errori per inesperienza o troppo entusiasmo, io, che non gli ho risparmiato critiche, dico: meno male che Renzi c’è».

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