Calcutta e il suo “Mainstream” per fuggire dalla quotidianità

Musica
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Il cantautore si esibirà a Roma sabato: “Sono in fuga dai radical chic e dal contemporaneo”

Calcutta all’inizio appare annoiato, si aspetta la domanda già sentita, si attende che gli chieda se la sua musica appartiene ad una categoria specifica, ti attende al varco e aspetta la domanda sul perché si chiama “Calcutta”, quindi i primi tre minuti ti scruta e capisce. Si scioglie quando cominci a ridere, quando gli racconti di una disavventura comune, quando salti a piè pari la genealogia dei luoghi comuni, dell’essere e avere e di tutte quelle cose che si dicono quando uno ha poco da dire.

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Calcutta è Mainstream, cioè Calcutta è il suo album, è essenzialmente le sue canzoni, cantate alle volte per smaltire un groppo sulla gola, una delusione, per rischiarare abitudini perse. Non è un cantante contro, non è neanche un cantante a favore, Calcutta è un artista che si basta e certe volte si avanza pure e ha la capacità di constatare la drammatica evidenza di come siamo messi, non in questo momento storico, ma da sempre.

E’ un autore capace di stupire in un tempo rapido, un tempo piccolo e immediato, basta un ascolto e la sua musica ti entra dentro la carne e ti ritrovi a cantare “Gaetano” pensando a tutte quelle volte che i sensi di colpa indotti ti sono pesati sulla tua giovane coscienza, con un ritornello assurdo: “suona la fisarmonica  fiamme nel campo rom  tua madre lo diceva  non andare su YouPorn”  o cantando “Limonata” (“tu spremi limonata e non ce la fai più tu spremi limonata e non ce la fai più salutami tua mamma che è tornata a Medjugorje e non mi importa niente di tuo padre, ascolta De Gregori a me quel tipo di gente no non va proprio giù”) una ballata sugli amori che finiscono ma che fanno ancora tenerezza e quindi ci si accanisce contro la famiglia di provenienza della ex.

In Mainstream c’è tutto il necessario per la fuga dal quotidiano, dal sistema di relazioni viziato che forse non sopportiamo più e Calcutta è figlio e artefice di questa indolenza, che man mano diventa però voglia di esserci e raccontarla, anche ai tavolini di una tavola calda, mentre è in pausa dalle prove per il live di sabato 19 dicembre al Monk di Roma.

A te le categorie proprio ti annoiano, perché scappi così tanto da un inquadramento musicale?

– Credo che siano sconvenienti, precludono la possibilità alle cose che si ascoltano di prendere pieghe imprevedibili. La complessità alle volte è sconveniente. A chi categorizza dico: peggio per voi.

Fuggendo dalle categorie come riesci a riportare emozioni, bellezza e dolore nei tuoi brani?

– Sono le cose che mi rimangono più impresse, sono quelle cose che escono fuori dalla quotidianità. Quello che riporto e che diventano musica sono sensazioni fuori dall’ordinario. Il saper trovare le emozioni antiche, potersi spaventare con gusto, sapersi lasciarsi andare. Non so come funziona, bisognerebbe chiedere ad uno psichiatrica, perché siamo noi, nelle nostre solitudini che troviamo la meraviglia nelle cose.

Ti ritieni uno che sta progettando la fuga o un fuggiasco?
– Io sono in fuga. Il concetto di fuga lo trovo molto nelle canzoni degli anni ’60, questo sentimento della coppia che scappa, che torna a vivere in campagna, fuori dalla città. Questa cosa mi sembrava rapportala ai giorni nostri, sono in fuga perché una serie di cose che mi hanno ferito. Nel mio disco mettere in evidenza gli aspetti che mi hanno colpito è stato un artificio, un artificio naturale, ma pur sempre un artificio. Ad esempio la citazione su De Gregori in “Limonata” era un aspetto per far comprendere un mondo, così come la mia ex nella canzone che si fa la limonata, fa una dieta e non vuole accettarsi, cerca di accettarsi. Non riuscendo a sputare su di lei perché provo tenerezza, irrido il contesto.  La mia fuga comunque  è da un sistema di relazione complessivo e contemporaneo.

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Il tuo contesto di provenienza è Latina. Una città che sembra un po’ come la Spinaceto di Nanni Moretti in Caro Diario, un posto disprezzato, ma che in realtà nasconde delle peculiarità importanti e una complessità dura.
– A Latina non ci sono stato tanto in questi mesi, in ogni caso ci vedo molto questo modello veneto, ci vedo tanto nord, il modo di essere coloni, è rimasto nel modo di fare nella gente, soprattutto nella parte periferica dei borghi. E’ un modo di fare e di associare. A Latina il romano non esiste. Ma nel mio disco non mi concentro tanto sulla mia città, ma su tutta la civiltà. Il disagio esistenziale, i pensieri che hanno le persone sono sempre uguali da secoli. Si pensa sempre meglio quando si stava peggio, anche se non abbiamo mai capito quand’è che siamo stati meglio.

Diciamo che se c’è una categoria però colpita in pieno da questo disco sono i “radical chic”. Quelli della compassione a stagioni, degli status di Facebook indignati, gli stessi che ti sparano pose dalle vacanze tronfie.

– Finalmente qualcuno che ha capito quello che volevo dire. Per me essere radical chic è quel mood sempiterno di essere un po’ impegnato nel sociale ma distratto dalla realtà forte delle cose. Nel disco c’è una forte presa in giro a quel sistema, a quel circo, a quella gincana di sensi di colpa come “se non andavi su Youporn non scoppiavano i campi rom”. Sono stato dissacrante ma ho sempre creduto che vedere le cose da una prospettiva ironica non significa togliere la complessità a quello che si narra.

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