Cacciari: “Inutile blaterare di guerra se non c’è una strategia”

Terrorismo
Massimo Cacciari

“Il disegno del nemico ha una sua razionalità, cui va opposta una razionalità più forte”

La strategia dei fondamentalisti, purtroppo, ha una sua razionalità. Noi dunque dobbiamo mettere in campo «una razionalità politica altrettanto forte e opposta, partendo da un discorso di verità, senza coprire tutto con la retorica di guerra, come un ubriaco che canta per farsi coraggio». Massimo Cacciari ha molte riserve sul dibattito che si è aperto dopo gli attentati di Parigi, in particolare rispetto ai toni più bellicisti. Ciò non vuol dire che la risposta politica di cui avverte il bisogno non comprenda anche un intervento militare. Prima di tutto, però, l’Europa dovrebbe «definire una propria politica complessiva verso il Medio Oriente e quindi delle priorità, individuando con chiarezza chi è l’alleato e chi è il nemico».

Professor Cacciari, almeno il nemico sembrerebbe piuttosto chiaro. Non è lo Stato Islamico?
«Innanzi tutto “Stato Islamico” è un’etichetta americana, infatti anche l’acronimo è americano (“Islamic State of Iraq and Syria”, ndr). Il sogno che propongono questi fondamentalisti non è lo “stato islamico”, ma il califfato. È un sogno profondamente radicato nel mondo islamico, non è una loro invenzione, e infatti sulle masse islamiche ha un grande potere. Il messaggio è: gli occidentali ci hanno imposto un assetto statuale che non ha nulla a che fare con la nostra storia e le nostre tradizioni, adesso smontiamo questa costruzione artificiale e ci diamo il nostro sistema istituzionale, politico, religioso. È un discorso forte. E in questo senso, è sbagliato anche chiamarli terroristi».

In che senso?
«Nel senso che stavolta, a differenza ad esempio di al Qaida, hanno un radicamento territoriale. Ma l’idea che perseguono, come dicevo, non c’entra nulla, anzi è contro la nostra idea di stato. È il califfato, che è una costruzione al tempo stesso politica e religiosa. Gli attentati di Parigi, semmai, sono un esempio estremo dell’indissolubile unità tra guerra e terrore che è caratteristica delle guerre moderne da Napoleone in poi. Quanti bombardamenti durante la Seconda guerra mondiale avevano un aperto carattere terroristico, miravano cioè a staccare la popolazione dai suoi governanti, a farle sentire che il suo governo non la proteggeva? È esattamente l’obiettivo che avevano gli attacchi di Parigi».

E magari anche quello di suscitare una rappresaglia. Anche questo rientrerebbe nella “razionalità” di un attacco terroristico, o no?
«Certo. Ed è la trappola in cui cadono i Salvini, le Meloni e tanti altri, e a cui dobbiamo stare attentissimi a non cadere tutti. Ma è molto difficile. Ci riesci solo se sei in grado di mettere in campo una grande forza politica, altrettanto razionale. Il che significa decidere quali sono le priorità, e di conseguenza le alleanze, e fare quel che sappiamo fare. Mettere in campo tutti i nostri strumenti diplomatici, economici e di solidarietà nei confronti di quei popoli. Questo sappiamo fare, perché le guerre, quelle non le sappiamo fare più. Ma di cosa discutiamo? Ci va Salvini a fare la guerra, che ormai non la fa più neppure la Gran Bretagna, che è il paese che ha fatto più guerre del mondo? Ormai nemmeno gli Stati Uniti le vogliono fare più. Dobbiamo dimostrare a questi popoli che è loro interesse avere un rapporto con noi. Altrimenti, finché non dimostriamo questo, come facciamo a strappare quei giovani dalla seduzione dei fondamentalisti? Vediamo tanti servizi in Tv sulle piazze di Parigi o di Roma, che vanno benissimo. Mi piacerebbe però vedere anche qualche servizio su quel che succede nei locali pubblici del Cairo, nelle strade del Qatar o dell’Arabia Saudita. Parliamo di un miliardo di persone».

La accuseranno di fare un discorso disfattista.
«Io faccio un discorso di realismo. Se uno mi dice che dobbiamo fare la guerra, rispondo: benissimo, e la facciamo con i droni? Spiegami, realisticamente, come la vuoi fare. Poi, certo che ci dev’essere anche un intervento militare, ma dev’essere chiaro l’obiettivo. La priorità è sconfiggere l’Isis? Allora l’alleanza è con la Russia, l’Iran e i curdi, vi va bene? In tal caso bisogna parlare con la Turchia, con l’Arabia Saudita e ovviamente anche con Putin, che nel frattempo abbiamo messo sotto embargo per la questione dell’Ucraina. Ma se non stabiliamo quali sono le priorità e qual è la strategia politica, è inutile blaterare di guerra».

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