Cacciari: “Berlusconi gioca le ultime carte. La partita vera è a Milano”

Centrodestra
Massimo Cacciari durante la cerimonia di apertura della prima riunione mondiale dei laureati dell''ateneo Bolognese, Bologna, 19 Giugno 2015. ANSA/GIORGIO BENVENUTI

Intervista al filosofo: “A Roma la destra punta soltanto a far perdere il Pd”

Professor Massimo Cacciari, come legge la convergenza di Silvio Berlusconi sul candidato “civico” Alfio Marchini?
«Al di là dell’esplosione dei dissensi all’interno della pseudo-coalizione di centrodestra, vanno valutati alcuni fattori. Il primo è che il vero laboratorio del centrodestra è Milano, non Roma. Lì quello che conterà sarà l’eventuale sconfitta del Pd, non la loro. L’obiettivo è far perdere il Pd. Non facciamoci incantare dalle divisioni romane».

E il secondo fattore?
«È evidente che Berlusconi non avrebbe potuto sposare una candidatura di destra così radicale come Giorgia Meloni senza provocare altri disastri nel suo partito. E avrebbe approfondito il solco con le componenti di Alfano, Casini, Verdini».

Che però, al momento, sostengono il governo…
«Sì, ma dato che sul piano dei voti hanno poco o nulla, o si iscrivono organicamente al Pd – e metà degli elettori di quel partito non li digerirebbe – oppure si guardano intorno in vista delle elezioni politiche. Berlusconi non vuole perdere ogni contatto con loro e viceversa».

Significa che nel 2018 potrebbe riproporsi il vecchio Pdl più Udc versione 2.0?
«Questa è stata la valutazione di Berlusconi. Dopo aver tentato di portare gli altri su Guido Bertolaso ha virato su Marchini. Dal suo punto di vista è stata la scelta giusta».

Marchini ha chances?
«È un candidato serio e credibile che può rendere duro per chiunque arrivare al ballottaggio. Ci sono 4 nomi papabili e sarà una bella sfida. Ma è una questione tattica. La partita decisiva si gioca a Milano, dove la destra ha scelto bene».

Lì come finirà?
«Stefano Parisi è molto agguerrito. Al di là del fatto che la corsa di due city manager in una grande città la dice lunga sullo stato dei partiti e delle coalizioni in Italia, Parisi e la giunta Albertini hanno lasciato un ottimo ricordo in città. Ed è lì, dove Berlusconi e Matteo Salvini si sono accordati, la prova politica per il centrodestra. Milano è ormai l’unica grande città italiana. C’è da augurarsi che non emergano fatti legati a Expo in quest’ultimo mese».

Che riflessi avrà il voto amministrativo a livello nazionale?
«Dipende da molte variabili. A Napoli non c’è gara, stravincerà Luigi De Magistris per colpa di scelte incredibili del Pd. De Luca che fa la guerra a Bassolino. Non parliamone neanche. Si è vista una totale assenza di radicamento territoriale e di direzione. Ma anche Roma è allucinante: chi, come e dove ha deciso di mandare a casa Ignazio Marino? A Milano si sono salvati candidando Giuseppe Sala, che ha tutta la mia stima, ma è stato paracadutato in politica».

Lei considera più probabile alle prossime politiche una CdL a trazione lepenista o due destre separate, una radicale e una moderata?
«Anche qui dipende dal quadro che si delineerà. Un’eventuale vittoria a Milano sarebbe un’attrattiva irresistibile per creare qualcosa di analogo sul piano nazionale».

In caso contrario?
«Se invece vince Sala, come mi auguro, e a Roma Meloni va al ballottaggio o comunque supera Marchini, Berlusconi dovrà cedere le armi e il centrodestra comincerà a organizzarsi intorno al duo Lega-FdI. Altrimenti nascerà piuttosto il laboratorio dei moderati. Ci sono due scenari diversi».

È il tramonto definitivo dell’ex Cavaliere?
«Berlusconi sta giocando le sue ultime carte per vedere se riesce a riprendere in mano la direzione dei lavori e fare nuovi accordi con Alfano e Casini».

Punto debole e punto forte del Pd?
«Il punto debole è l’assenza di radicamento. Un partito non può essere il leader e la sacra famiglia intorno a lui. Deve dare vita a gruppi dirigenti anche locali. Il punto forte è il leader. Soltanto Matteo Renzi, con la sua spregiudicatezza e volontà di potenza. Ma dietro non c’è più un partito».

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