“C’è il rischio di un attacco preventivo da parte Usa”. Parla Lucio Caracciolo

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epa05908527 South Koreans watch a North Korean special news report of a parade to mark the 105th anniversary of the birth of North Korea's founder Kim Il-Sung at the station in Seoul, South Korea, 15 April 2017. North Koreans celebrate the 'Day of the Sun' festival commemorating the 105th birthday anniversary of former supreme leader Kim Il-sung on 15 April as tensions over nuclear issues rise in the region.  EPA/JEON HEON-KYUN

«Per la prima volta gli americani temono che Pyongyang non bluffi sulla capacità di dotarsi di missili intercontinent ali»

I venti di guerra che spirano nel Pacifico. La minaccia di una guerra nucleare che si fa sempre più concreta. Il braccio di ferro nucleare tra Stati Uniti e Corea del Nord. L’Unità ne discute con Lucio Caracciolo, direttore di Limes, la più prestigiosa rivista italiana di geopolitica. «Secondo alcuni analisti – rimarca Caracciolo – nel giro del primo mandato presidenziale di Trump, Pyongyang potrebbe dotarsi di missili balistici intercontinentali armati con la bomba atomica, in grado di colpire la California. Questo implica la possibilità che Trump ordini un attacco preventivo per impedire che ciò accada».

Il regime nordcoreano minaccia di rispondere con atti di guerra alla pressione militare statunitense. Pechino avverte: la guerra potrebbe scatenarsi in qualsiasi momento. Siamo “solo” ad una escalation verbale?

«No. Stavolta c’è di più, nel senso che per la prima volta da quando la Corea del Nord è diventata nucleare, gli americani temono che non sia un bluff, quello ordito da Pyongyang, per portare a casa soldi e aiuti, ma che si tratti di una minaccia effettiva. Secondo alcuni analisti, nel giro del primo mandato presidenziale di Trump, Pyongyang potrebbe dotarsi di missili balistici intercontinentali armati con la bomba atomica, in grado di colpire la California, San Francisco o Los Angeles. Questo implica la possibilità che Trump ordini un attacco preventivo per impedire che ciò accada. Che per l’America il riarmo nucleare nord coreano fosse un “grosso pericolo” è stato lo stesso Obama a segnalarlo al suo successore nel colloquio che ha segnato il passaggio di consegne alla Casa Bianca. Non da oggi, peraltro, il confine più critico al mondo è quello che divide le due Coree. Un confine estremamente militarizzato. E tutto questo nel contesto di una partita che si gioca da molti anni nel Nord-Est asiatico fra le principali potenze, tutte schierate a ridosso del confine intracoreano: la Cina, la Russia, il Giappone e naturalmente gli stessi Stati Uniti. Tutto questo rende l’evoluzione di quella crisi permanente, uno scenario d’interesse globale».

Il dittatore nordcoreano Kim Jongun segue una logica e se sì quale sarebbe?

«La logica del regime è che non può rinunciare alla bomba atomica. Specie dopo i casi di Sadddam Hussein e Gheddafi, Kim e i suoi accoliti si sono convinti che se rinunciassero all’arsenale nucleare, verrebbero attaccati o comunque rovesciati. Sono quindi prigionieri di un continuo rilancio, al termine del quale ci può essere l’apocalisse, ipotesi suicida-omicida, che non sarebbe una novità nella storia universale, salvo che stavolta si configurerebbe come una guerra nucleare nella quale sarebbero coinvolte Cina, Usa, Giappone, le due Coree e probabilmente anche la Russia».

Lei ha citato la Cina. Quali margini di manovra e di pressione ha oggi Pechino nei confronti del regime nordcoreano?

«Limitati. Non credo che la Cina possa determinare il futuro del suo vicino settentrionale. Pechino ha bisogno di una Corea del Nord indipendente per evitare la riunificazione con il Sud, che tra l’altro implicherebbe avere soldati americani alla frontiera. D’altra parte, il presidente della Cina Xi Jinping vorrebbe che questo vicino non fosse una potenza nucleare, per di più imprevedibile, ma se avesse potuto farci qualcosa, probabilmente lo avrebbe già fatto ».

Prima i 59 tomahawk lanciati contro una base aerea di Assad in Siria, poi la “madre di tutte le bombe” sganciata in Afghanistan per colpire l’Isis, e la prova di forza minacciata con il regime nordcoreano. Alla luce di questa escalation militare, come ridefinire la politica estera d e l l’amministrazione Trump?

«Una politica opportunistica, incoerente, o meglio dotata di una coerenza unicamente deputata a rafforzare Trump sul fronte domestico. Trump è impegnato in una dura battaglia con gli altri poteri americani, intelligence inclusa, e quindi gioca la carta del comandante in capo per recuperare prestigio e influenza. D’altro canto, l’unico momento in cui un presidente americano è veramente a capo del sistema è durante la guerra».

Limes è stata tra le poche riviste a monitorare con attenzione e continuità gli eventi che segnano l’Estremo Oriente. Non è passato molto tempo, da un numero che oggi assume una valenza “profetica”: «La Corea è una Bomba”». Da cosa dipende, a suo avviso, la generale sottovalutazione dimostrata dai mass media italiani verso quel mondo?

«Perché lontano, poco conosciuto e perché non si riusciva e ancora adesso si ha difficoltà a farlo, a capire che cosa volessero i nordcoreani. Ci si illudeva che bastasse imbandire un tavolo negoziale, sotto il quale allungare mance al dittatore di Pyongyang, per tenere tutto sotto controllo. Non è più così e difficilmente ci potrà essere un vero negoziato. Il problema è che anche Trump bluffa o almeno lo speriamo, perché scatenare la Terza guerra mondiale per mantenersi saldo sulla sua poltrona, non è ragionamento comprensibile e tanto meno accettabile».

Ma lo spostamento degli interessi geopolitici, ed economici, americani verso l’Estremo Oriente non nasce con la presidenza Trump.

«È stato infatti Obama a inaugurare il cosiddetto “perno asiatico”, solo che lo intendeva in modo vago e morbido. Certo non immaginava che si potesse giungere alla crisi attuale».

La Corea del Nord è lontana da noi, ma questo non ci esime dall’interrogarci sull’Europa. Cosa possiamo fare per scongiurare il peggio e che il mondo precipiti in un nuovo, devastante conflitto?

«Pensiamo a evitare che la guerra in corso in Europa, e precisamente in Ucraina, finisca fuori controllo. Già fare questo sarebbe tanto».

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