Bray: “Gianni, non dividiamoci sul metodo”

Dal giornale
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L’ex ministro dei Beni culturali dà ragione a Staino: “Lavoriamo insieme, pensiamo al merito delle cose da fare”

<<Cerchiamo di non dividerci sul metodo e piuttosto di lavorare sul metodo per far crescere questo bellissimo Paese. E di farlo come partito, uniti». Massimo Bray, ex ministro dei Beni cultrali, leccese, nel 2015 si è dimesso da deputato del Pd ed è direttore editoriale della Enciclopedia Treccani, dove lavorava da anni come storico.

Bray, la domanda è d’obbligo: sta con Staino o con Cuperlo?

«Staino ha detto a Cuperlo: perché dobbiamo continuare a dividerci, piuttosto che lavorare insieme? Ecco, Sergio, che ringrazio per essere stato così generoso da inserire il mio nome tra le persone che la sinistra Pd avrebbe potuto proporre per il Cda Rai, ha detto che avanzare il nome di Ferruccio de Bortoli, autorevolissimo, era chiaramente una provocazione fatta per dividere. Ha ragione».

Quindi sta con Staino?

«Non è questo, capisco Cuperlo quando dice che tiene molto all’anima riformista di questo partito, a che non perda il Dna, i valori, l’impegno e l’onestà. Ma perché invece di dividerci sul metodo, non entriamo nel merito delle questioni, non lavoriamo insieme sui tanti problemi da affrontare? Questo sì che è riformista.»

Quali sono le priorità, per lei?

«Il Sud, il lavoro, l’Europa, le tasse, la cultura e la difesa del paesaggio. Il governo sul Mezzogiorno ha fatto quest’importante apertura, cerchiamo di concretizzarla insieme. Sulle infrastrutture, qui vicino Lecce si fa fatica parlare al telefono, Renzi in Giappone ha apprezzato l’alta velocità? Facciamola tra Roma e Reggio Calabria, da Palermo a Catania…».

Vuol dire a Cuperlo e alla sinistra Pd di rimboccarsi le maniche piuttosto che lamentarsi? Dividersi sul metodo è un vizio della sinistra.

«Non serve, semmai dobbiamo vigilare sui decreti attuativi delle leggi. Io ho votato contro lo Sblocca Italiaperché non voglio vedere il mio Paese invaso dal cemento. Il ministro dell’Ambiente Galletti, in Calabria dopo l’alluvione, ha detto che non dovrà più accadere nulla del genere. Giusto, ma sull’ambiente sono vent’anni che andiamo in deroga alle regole, basti pensare alla Protezione Civile. Io vorrei invece pensare ai beni culturali dell’Italia, al paesaggio, alla nostra ricchezza. Lo vogliamo applicare l’articolo 9 della Costituzione? Penso a dei grandi, Reichlin e Amendola andarono nel Mezzogiorno, allora la classe dirigente credeva nelle opportunità del Sud. Ci vuole una classe politica degna di quei nomi».

Secondo lei c’è?

«Nei ceti dirigenti, nelle Sovrintendenze, ci sono tante persone capaci, come il direttore degli Uffizi Antonio Natali, valorizziamole. La riforma della Pubblica amministrazione è un’opportunità, purché i dirigenti siano scelti per le loro competenze. Ricordo ancora Giorgio Amendola, da bambino il padre Giovanni lo sgridò perché una volta che era in ritardo a scuola accettò di essere accompagnato dall’autista del padre, allora ministro. Però va ricostruito il rapporto di fiducia con i cittadini, altrimenti consegniamo tutto a chi sa ascoltare il Paese, nel bene e nel male».

A chi, a Grillo?

«Non so. So solo che io giro tanto, parlo con le associazioni, hanno fiducia in me perché li ascolto, lavoro con loro per recuperare un bene, un luogo. Sto con i cittadini, mi daranno del populista, ma dobbiamo guardare in faccia la gente. Sono pronto ad andare con il premier nella Terra dei fuochi…».

Il governo di cose ne sta facendo. Lei le approva o no?

«L’Italia era ferma, innamorata di una crescita finanziaria sbagliata, quindi è giusto agire. Fa bene Renzi a voler tagliare le tasse alle imprese, ma si deve anche pagare meglio il lavoro e fare in modo che il Jobs Act non sia una trappola. Ho firmato l’appello per l’autonomia delle Sovrintendenze, perché se è il Paese della bellezza lo dobbiamo a loro, ma gli storici dell’arte spesso fanno i custodi, sono pochi, sono anni che non si fa un concorso. E va bene digitalizzare la scuola, ma con quali contenuti? Ecco, se posso dire una cosa a Renzi…».

Cosa vorrebbe dirgli?

«Di fare un grande sforzo per tenere unite tutte le intelligenze che ci sono in questo partito. Perché è un luogo della comunità, è importante, e ci vuole anche un certo orgoglio. Ha ragione Staino quando dice che queste riforme sono nostre, facciamole insieme».

Lo vede che dà ragione a Staino, anche se ha detto a Cuperlo che è “al guinzaglio di D’Alema”? Anche lei è vicino all’ex premier.

«È ingiusto verso Gianni, persona totalmente indipendente. Con D’Alema mi piace confrontarmi anche quando non siamo d’accordo, ma devo ricordare che lo spirito delle riforme è inziato con lui, sul lavoro, le riforme istituzionali, la semplificazione, sulle rappresentanze sindacali. Eravamo quasi all’approvazione e sappiamo come è andata. Ma D’Alema adesso sulla politica estera è considerato in tutto il mondo, il nostro Paese dovrebbe valorizzare queste intelligenze e queste esperienze».

Cosa pensa delle riforme costituzionali? La sinistra Pd rischia di trovarsi in asse con la destra.

«La priorità è riavvicinare i cittadini alla politica e non so se un Senato degli eletti possa riuscire a superare queste difficioltà. Dobbiamo riflettere su come scegliere i rappresentanti, anche le primarie non bastano a selezionare una classe dirigente che abbia una visione alta sul futuro del Paese».

Sembra avere voglia di fare qualcosa col governo…

«Sì, ma sono felice di essere alla Treccani, valorizzare la cultura, i libri, i giornali. Forse è quello che pensa Renzi quando dice che non ci devono essere i politici di professione: la politica deve attingere alle competenze ma poi ognuno deve tornare a fare il suo mestiere».

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