Bonino: “L’Unione europea è cauta perché sui migranti dipende da Ankara”

Turchia
ANSA/ GIUSEPPE LAMI

L’ex ministra degli Esteri: “Colpisce l’entità della purga trasversale come se le liste di proscrizione fossero state preparate prima”

“Non so se Erdogan da questa vicenda ne esca più forte o più debole. Certamente ne esce molto più autoritario”. A sostenerlo è Emma Bonino, leader storica Radicale, già ministra degli Esteri e commissaria europea. Quanto all’atteggiamento dell’Europa, l’ex titolare della Farnesina, annota: “Diciamo che finora l’Europa è stata ‘cauta’. E non solo perché nella base turca di Incirlik sono custodite cinquanta bombe atomiche, ma anche, e forse soprattutto, perché l’Europa si è consegnata a Erdogan per risolvere o almeno tamponare l’arrivo di migranti e rifugiati. Il fatto è che, su questo tema cruciale, l’Europa è più dipendente dal ‘rubinetto-Erdogan’ che viceversa”.

In Turchia avanza il “contro-golpe” del presidente Recep Tayyp Erdogan. Che idea si è fatta in proposito?

Mi sono fatta due idee. La prima, è che solo il tempo farà chiarezza su alcune anomalie evidenti del putsch militare fallito. La seconda idea, è l’entità di questa purga massiccia, come se le liste di proscrizione fossero state preparate prima. A colpire non è solo la dimensione quantitativa di questa “purga” (ad oggi 50mila persone) ma la sua trasversalità. Non c’è ganglio dello Stato che sia stato risparmiato: giornalisti, funzionari a migliaia, 2750 giudici, tra i quali diversi membri della Corte Suprema, sono stati sollevati dall’incarico; oltre 8mila poliziotti sono stati messi fuori; trenta governatori rimossi, così come oltre 103 generali e quadri superiori delle Forze Armate. Su questo ultimo dato, vale la pena di ricordare che quello turco è, per dimensioni, il secondo esercito della Nato, dopo quello degli Stati Uniti. Oggi, di fatto, questo esercito è stato ridotto a un “teschio vuoto”, incapace di lanciare alcuna azione militare contro l’Isis o, come è avvenuto anche nei giorni precedenti il fallito golpe, contro i curdi. In più Erdogan ha chiesto ai suoi seguaci di stare nelle piazze per un’altra settimana, il che sembra significare che la “Grande purga” non è finita. E questo è un ulteriore elemento di preoccupazione. Compresa l’ipotesi di reintroduzione della pena di morte, torture ed umiliazioni pesanti per i “prigionieri”…e via aggravando.

Di fronte a questo drammatico scenario, reso ancor più tale dall’annuncio che Ankara ha sospeso la Convenzione europea sui diritti umani, come valutare l’atteggiamento sin qui tenuto dall’Occidente e in particolare dall’Europa?

Diciamo, per non infierire troppo, che l’Europa è stata fin qui “cauta”. D’altronde, nel recente accordo Ue-Turchia sui migranti, abbiamo di fatto appaltato alla Turchia, e ci apprestiamo a farlo con i Paesi africani, la difesa delle nostre frontiere esterne e la gestione di migranti e rifugiati. Della serie: la cosa per noi più importante è che ve li teniate, non importa come, in quali condizioni. Né importa molto cosa succede in Turchia, dichiarazioni a parte. Fatelo e noi saremo più “comprensivi”. L’arma più potente che Erdogan ha rivolta verso l’Europa, è rappresentata dai 2,700 milioni di rifugiati “custoditi” in Turchia.

Lei ha definito “cauto” l’atteggiamento sin qui tenuto dall’Europa nei confronti della “Grande purga” messa in atto da Erdogan all’indomani del fallito colpo di Stato militare. Spera che questa cautela possa trasformarsi in qualcosa di più incisivo?

Ci siamo così consegnati alla Turchia per risolvere i problemi che avremmo potuto e dovuto affrontare noi, e questa dipendenza è destinata a crescere ulteriormente, che è difficile fare poi credibilmente la voce grossa. Noi stessi ci siamo abituati ai morti annegati in Mediterraneo: solo oggi (ieri, per chi legge, ndr) venti morti asfissiati, e nessuna reazione palpabile.

Da leader radicale, come da commissaria europea e ministra degli Esteri, Lei ha sempre cercato di praticare la “diplomazia dei diritti” anche quando da più parti si sosteneva, con una grande dose di realpolitik, che i diritti umani non vanno d’accordo con la “diplomazia degli affari”. Questo assunto si presta anche al caso turco?

In questo caso più che agli affari veri e propri, e ci sono anche quelli, abbiamo sacrificato la difesa dei diritti umani e civili in Turchia sull’altare della crisi dei migranti, mettendo in secondo piano i principi basilari dello stato di diritto e della democrazia.

Il contro-golpe islamista di Erdogan, ha riparto il dibattito sulla compatibilità tra Islam e democrazia. C’è chi ritorna a sostenere che siano entità incompatibili.

Certamente c’è una relazione molto tesa, e questo soprattutto nel mondo arabo. Questa tensione è così forte che finisce per oscurare esperienze pure importanti come quelle che riguardano la Tunisia e il Marocco, che meriterebbero, invece, maggiore attenzione e, soprattutto, maggiore sostegno da parte dell’Europa. Per tornare alla Turchia, non possiamo dimenticare che nel primo periodo di Erdogan, la Turchia aveva fatto passi promettenti e importanti sul terreno della democrazia, tuttavia sono stati proprio gli europei, in particolare allora la Germania della cancelliera Merkel e la Francia del presidente Sarkozy, che si rimangiarono la decisione, che era stata presa all’unanimità, di avviare questo processo, che riguardava l’adesione della Turchia all’Unione europea. Dopo di che, la Turchia ha guardato verso un’altra parte. E al momento ha vinto l’altra parte, che è sempre più autoritaria. E il discorso, a ben vedere, può essere esteso anche all’Egitto.

La Storia, si dice, non si fa con i se e i ma. Eppure, proviamo per una volta a farla. Se l’Europa avesse insistito nel processo di adesione della Turchia…

Io ne ero convinta, pur sapendo perfettamente che il processo sarebbe stato lungo e pieno di contraccolpi. D’altro canto, ogni ingresso di nuovi Paesi nell’Unione non si esaurisce in poco tempo: per Spagna e Portogallo, ad esempio, ci sono voluti dieci anni. Era un rischio che però io avrei corso e affrontato con più tenacia e tenuta, invece fin dal 2006-2007 due grandi Paesi europei cambiarono idea e finirono per imporla a tutti gli altri partner.

 

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