Bonino: “L’Europa è ferma alle nazioni. Così rincorrerà sempre l’emergenza”

Terrorismo
Belgian security forces gather to seal off an area during an anti-terror operation in the Molenbeek neighborhood of Brussels, Belgium, 18 March 2016. Belgian media reported that terror suspect Salah Abdeslam has been wounded during the anti-terror operation in Molenbeek that was carried out within the investigations linked to last year's Paris terror attacks.  ANSA/STEPHANIE LECOCQ

L’ex ministro degli Esteri e commissaria europea: “La questione della sicurezza è un problema politico, l’idea è che ognuno per sé fa meglio”

Una Europa impegnata a innalzare muri e campi di filo spinato, una Unione che tale non è su un tema cruciale quale
quello della sicurezza, si consegna impotente alla minaccia terroristica. È il pessimismo della ragione, oltre che la consueta capacità analitica, che fanno da sfondo all’intervista concessa a l’Unità da Emma Bonino, leader storica Radicale, già ministra degli Esteri e commissaria europea.
Che Europa è quella che innalza muri, blinda le frontiere e poi assiste impotente alle stragi di Bruxelles?
“È l’Europa che hanno voluto i 28 Paesi membri scrivendolo nero su bianco nel Trattato di Lisbona. E contro la quale a turno ognuno di loro si scaglia un giorno e l’altro pure. Come se appunto l’Europa che abbiamo fosse la costruzione di qualche incompetente burocrate di Bruxelles. Non è così. È un’Europa i cui membri sembrano non capire in che mondo viviamo e a quale velocità è cambiato il mondo intorno a noi. È dunque una Europa che è rimasta a metà del guado, senza una politica estera né una politica di difesa e sicurezza comune eanche meno per ciò che concerne l’integrazione interna. Partendo da questa amara quanto realistica constatazione, trovo davvero stucchevole l’invocazione ad una intelligence comune, specie quando questa viene evocata da coloro che hanno fatto di tutto fino ad ora per impedirla”.
Cosa è che non la convince in queste evocazioni?
“Innanzi tutto il fatto che, al di là della generica formulazione, ognuno intende cose diverse. Nei giorni scorsi, mentre era in corso l’ennesimo vertice dei ministri dell’Interno dei Ventotto, i leader europei facevano a gara nel sostenere la necessità di un maggiore coordinamento tra intelligence, su una più efficace cooperazione tra polizie, etc., dimenticando che la sicurezza nazionale rimane, come indica il termine stesso, ‘nazionale’, e quindi un esercizio nazionale nel quale i dati più importanti non sono condivisi con gli altri Stati membri dell’Unione, e molto probabilmente alcuni Stati membri hanno uno scambio più intenso di intelligence con gli Usa di quello che avviene tra di noi europei. E dimenticando pure che fin dal 2005 abbiamo un ‘fondamentale’, in senso amaramente ironico, coordinatore antiterrorismo dell’Ue, Gilles de Kerchove, e in più ci siamo inventati Europol, Frontex, Eurojust, l’Istituto informazioni-Schengen e via elencando. È difficile sostenere che oggi ci sentiamo più sicuri e che la moltiplicazione di queste agenzie abbia portato ad un effettivo rafforzamento dell’opera di prevenzione e di

intelligence a livello europeo. È inutile girarci attorno: il problema è politico”.
Vale a dire?
“Il problema è l’Europa, così come è scritta, modellata nei Trattati, e come gli egoismi degli Stati membri l’ha voluta,
per cui, restando al tema, la sicurezza europea, sia sul fronte interno che su quello esterno, resta ancora tenacemente, testardamente, nazionale. Se non abbiamo un’Europa più politica, un’Europa della sicurezza, della politica estera e di difesa, noi rincorreremo sempre le emergenze, con l’idea che ogni Paese che fa da sé fa meglio, quando questa si sta dimostrando un’assoluta , tragica illusione”.
Una situazione a dir poco scoraggiante. Eppure dopo Bruxelles, le più influenti cancellerie europee hanno insistito sulla necessità di guardare in avanti.

“Nel frattempo, però, l’Europa sta andando indietro, tanto è vero che mentre si continuano a erigere muri e campi di filo spinato, e si trasforma la Grecia in un immenso campo profughi, si scopre che i terroristi li abbiamo già in casa. E questo ci porta a due riflessioni diverse. Il contesto generale, in primo luogo. I vari Paesi membri dell’Unione hanno troppo a lungo colpevolmente sottostimato la minaccia alle nostre società rappresentata dalla diffusione della propaganda salafita di origine wahabbita. E per troppo tempo abbiamo invece demonizzato gli sciiti, continuando, soprattutto i grandi Stati membri dell’Ue, a corteggiare e armare i sauditi che sono all’origine di questa pervasiva propaganda. E questo è davvero incomprensibile. Per la stessa ragione, quindi, abbiamo lasciato che combattenti sunniti da tutto il mondo entrassero in Siria contro Assad. Sia chiaro: il presidente siriano è accusato di gravi crimini di guerra ma questo non legittima il fatto che noi abbiamo chiuso gli occhi di fronte a migliaia di foreign fighters

che per anni sono penetrati in Siria, in gran parte attraverso le frontiere turche, e molti di questi sono stati finanziati col nostro consenso se non addirittura con il nostro sostegno attivo. Cosa c’è ancora da attendere per ripensare

queste alleanze che certo non ci hanno resi più sicuri né hanno stabilizzato il Medio Oriente! E quando qualcuno,
come la sottoscritta, ha sollevato problemi, ad esempio sul ruolo delle monarchie del Golfo, già ai tempi dei Talebani,
di al Qaeda fino ai giorni nostri, è stato tacciato, per lungo tempo, come persona ‘stravagante'”.
Questo sul piano esterno. E su quello interno?
“Dal punto di vista interno siamo all’ognuno fa da sé, con buona pace delle ripetute invocazioni all’intelligence europea. Il risultato di tutto ciò ha portato a un fallimento spettacolare, come risulta dalle analisi di quello che è successo almeno dopo Parigi e Bruxelles. In entrambi i casi, alcuni dei kamikaze erano stati deportati dalla Turchia
come sospetti foreign fighters, dopo che erano stati intercettati in transito dalla Siria, dove è difficile pensare che fossero andati in vacanza. Ed è chiaro che il fallimento degli Stati che li hanno ricevuti, questi foreign fighters, è tra i fattori più evidenti di questi attacchi. Non è solo questione di un mancato scambio di informazioni, ma di palese incapacità di leggere la massa d’informazioni che comunque si aveva a disposizione. E nella prevenzione degli attacchi terroristici la rapidità è un fattore essenziale: qui mancavano anche gli interpreti dall’arabo. Mi lasci aggiungere che se la comprensione del pericolo è dato dai vertici tenuti sul tema, allora siamo davvero
messi male: sull’immigrazione abbiamo avuto una sequela infinita di summit, peraltro tante parole e miseri risultati, mentre non mi risulta che si siano tenuti, almeno a livelli di capi di Stato e di governo, vertici sulla sicurezza”.
Parigi, Bruxelles… Ma oltre al fronte interno, qual è, a sua avviso, l’emergenza più insidiosa per l’Europa e in essa per l’Italia?
“Per me il problema gravissimo rimane la Libia, dove si continua imperterriti nel voler installare a forza un governo che non è riconosciuto né da Tripoli né da Tobruk, al punto tale che lo stesso inviato dell’Onu, Kobler, non riesce ad atterrare a Tripoli. Non mi pare un programma molto promettente, ma spero che non venga in mente a nessuno qualche raffazzonata avventura militare. La Libia è un vero serbatoio di disperati pronti a partire insieme a un sacco di gente pericolosa”.

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