Bonino: “Il mio Sì per impegnare il governo sulle iniziative referendarie”

Referendum
Emma Bonino, ospite alla Festa dell'Unità di Milano, 5 settembre 2016. Ansa/ Daniel Dal Zennaro

«Quello che mi piaceva di più di Tina Anselmi era il suo pragmatismo non ideologico, tipico delle donne che fanno politica ma anche dei Radicali»

«Quello che più mi piaceva in Tina Anselmi era il suo pragmatismo non ideologico, in qualche modo tipico delle donne che fanno politica ma anche dei radicali, che discute sulle proposte con l’animo sgombro da pregiudizi. Noi radicali eravamo all’opposizione della Democrazia cristiana su quasi tutto, ma ciò non ha impedito di trovare terreni comuni d’iniziativa, per esempio nella lotta contro la fame nel mondo, con Tina Anselmi e anche il segretario della DC Flaminio Piccoli». Tina Anselmi, cattolica, partigiana, prima donna ministra, ricordata da Emma Bonino, leader storica Radicale, già ministra degli Esteri e Commissaria europea. Dalla storia al presente. Nell’intervista a l’Unità, la leader dei radicali, protagonista assieme a Marco Pannella di tante battaglie referendarie, argomenta il suo “Sì” al referendum costituzionale del 4 dicembre: «Mi sono espressa per il Sì al referendum costituzionale ma nell’ambito di un impegno del governo a completare quel disegno riformatore delle istituzioni rendendo effettivamente possibile l’esercizio dell’iniziativa referendaria da parte di movimenti che non abbiano le risorse dei grandi partiti o sindacati».

Da leader Radicale, cosa ha rappresentato per Lei Tina Anselmi, cattolica, partigiana, democristiana, prima donna ministro?

«Siamo state avversarie, politicamente parlando, tutta la vita, sia sui diritti civili, sulla legislazione dell’aborto, così come su altre tematiche. Io ero già a Bruxelles ma ricordo uno scontro molto duro sui risultati della Commissione sulla P2 che l’Anselmi presiedette. Per i radicali, Massimo Teodori fece una corposa relazione di minoranza di 300 cartelle che contestava punto su punto la relazione di maggioranza e offriva un’altra versione su tutta la vicenda. Detto questo, di Tina Anselmi ho un ricordo personale molto particolare e a suo modo illuminante della personalità, umana oltre che politica, di Tina. Quel ricordo è legato a un viaggio memorabile in Cina che varrebbe la pena raccontare…».

Via al racconto allora…

«Era novembre 1977, e di quella delegazione che Tina Anselmi guidava in qualità di ministra, facevamo parte io, Susanna Agnelli, Tullia Carrettoni, Dacia Maraini e una signora dell’e strema sinistra di cui mi spiace ma non ne ricordo il nome. Il Governo cinese aveva organizzato tutta la visita nei minimi dettagli, e la visita ufficiale consisteva soprattutto nel visitare asili nido. Non ricordo quanti ce ne fecero vedere ma erano tanti, davvero tanti, e in ognuno bambini con le bandierine italiane che provavano a cantare “O sole m i o”. Dopo non so quanti asili visitati, assieme a Susanna Agnelli insistemmo per visitare il manicomio di Shangai. Tina riuscì a ottenere quella visita e ricordo che alla fine della discussione col direttore dell’istituto, gli posi la domanda: ma voi con gli omosessuali come fate? Vidi Tina Anselmi sbiancare alla domanda, ma la vidi sbiancare ancor di più alla risposta, perché il direttore ammise candidamente: “noi li curiamo anche con gli elettroshock ma sfortunatamente non funzionano e ricadono…”. Per Tina era davvero troppo! Ecco, Tina Anselmi mi ha reso facile e possibile mettere in pratica ciò che Marco Pannella ci aveva detto e che io fino a quel momento non avevo capito bene, e cioè che in politica come in tanti altri ambiti della vita, non esistono i nemici ma solo avversari. E con Tina Anselmi sono stata spesso avversaria ma mai nemica».

Una distinzione che andrebbe applicata al dibattito politico che segna il presente e in particolare il referendum costituzionale. Lei si è espressa per il “Sì”. Una scelta importante da parte della leader di un partito, quello Radicale, che ha sempre difeso, laicamente, la Costituzione. Cosa c’è alla base del suo “Sì”?

«Mi sono espressa per il Sì al referendum costituzionale ma nell’ambito di un impegno del governo a completare quel disegno riformatore delle istituzioni rendendo effettivamente possibile l’esercizio dell’iniziativa referendaria da parte di movimenti che non abbiano le risorse dei grandi partiti o sindacati. Oggi la proposta di riforma costituzionale innalza a 800.000 le firme necessarie per una richiesta referendaria e a 150.000 firme per le proposte di legge di iniziativa popolare. Ho chiuso il mio intervento di ieri con una specie di lettera aperta al presidente del consiglio Renzi perché trovasse il tempo di venire al congresso radicale, o inviasse qualche altro membro del governo, a vedere cosa succedeva nella sala Ribera dove più di cinquanta giovani e anziani militanti sono costretti, sulla base della legge vigente sul referendum, di allegare ad ogni firma dei cittadini alla proposta di legalizzazione della cannabis il certificato elettorale che abbiamo dovuto chiedere ai Comuni, nonostante la legge vieti che l’amministrazione pretenda dai cittadini documenti di cui lei è già in possesso. Ci auguriamo tutti noi Radicali, di conseguenza, che il presidente voglia completare il processo di modernizzazione del paese anche sul fronte degli strumenti di democrazia diretta previsti dalla Costituzione, consentendo la sottoscrizione dei referendum attraverso l’identità digitale (SPID), incaricando l’ammini – strazione di raccogliere, sempre attraverso la rete telematica dell’Anagrafe nazionale, i certificati elettori dei sottoscrittori ed estendendo la possibilità di autentica delle firme anche a cittadini delegati del Sindaco. Non siamo usi a ricatti, ma vogliamo contribuire con il dialogo e i fatti ad arricchire e perfezionare il progetto riformare contenuto nella nuova Costituzione. Nel congresso radicale si sono espressi, come è normale in un movimento democratico e libertario pareri diversi sul referendum costituzionale, ma c’è stata una profonda unità sulle iniziative che i radicali, innanzitutto il segretario Riccardo Magi, hanno condotto su questo tema da tempo, dalla proposta sullo spacchettamento dei quesiti per garantire una reale libertà di voto, snobbata inizialmente da tutti e successivamente rimpianta da molti, al “referendum act”. Forse pochi lettori sanno che oggi le firme devono essere raccolte su moduli di carta vidimati dal segretario comunale o dal cancelliere di tribunale, devono essere autenticate solo da un numero ristretto di soggetti come i notai, cancellieri, giudici di pace e assessori, e ad ogni firma deve essere allegato il certificato elettorale che deve essere richiesto dai promotori al Sindaco del comune di residenza del firmatario. Oggi è possibile inviare un atto di citazione con la posta elettronica certificata, che ha conseguenze sul piano giudiziario sicuramente importanti, viceversa non si può sottoscrivere un referendum esattamente con la stesso strumento, la Pec, che usano i giudici e gli avvocati. Tutto questo mi sembra semplicemente assurdo in un paese che pretende d’innovare, a meno che si voglia essere punitivi nei confronti dei promotori dei referendum e leggi di iniziativa che da una parte si elogiano a parole e dall’altra si negano nei fatti».

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