Bonino: “A Lesbo ci sono campi di detenzione. Ue faccia ciò che ha deciso”

Immigrazione
Una foto fornita dall'Oxfam, Norwegian Refugee Council e Solidarity Now, mostra l'attività dei volontarii Oxfam, ai migranti che sono approdati in Grecia. Le deportazioni delle persone arrivate in Grecia in fuga da guerre e abusi devono aver fine: chi vuole chiedere asilo deve essere accolto degnamente, non trattenuto in centri di detenzione. L'appello arriva da Oxfam, Norwegian Refugee Council e Solidarity Now, alla vigilia della visita di Papa Francesco e del Patriarca Bartolomeo prevista domani nell'isola di Lesbo. Dal 20 marzo, data dell'accordo tra UE e Turchia sulla emergenza migranti, "circa 6.300 persone sono arrivate nelle isole greche - informa la nota - e sono trattenute, in modo del tutto arbitrario, in veri e propri centri di detenzione. La maggioranza di loro ha fatto richiesta di asilo: tuttavia la Commissione Europea, nonostante l'impegno dello scorso 4 aprile ad inviare nelle isole 1.500 funzionari e poliziotti per esaminare le richieste, non ha assicurato ancora il sostegno necessario al Greek Asylum Service, che può contare a Lesbo su appena una manciata di funzionari e operatori".
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L’Unione si è impegnata ad accogliere 160mila persone ma ne ha prese qualche decina. Questo è un problema che durerà, mi pare che il migration compact l’abbia capito

Il viaggio del Papa a Lesbo, l’Europa che abdica ai propri doveri. L’Unità ne parla con Emma Bonino, leader storica Radicale, già ministra degli Esteri e Commissaria europea per gli Aiuti umanitari.

Cosa l’ha colpita di più del viaggio di Papa Francesco a Lesbo?
«L’uso della parola rispetto, che a me sembra molto più adeguata alla vera tragedia in corso, ovvero la totale mancanza di rispetto verso i diritti primari di altri esseri umani. Io non sono mai stata attratta dalla parola solidarietà, perché ognuno la invoca sempre per sé, con i contenuti che di volta in volta gli vuole dare, ma molto raramente sente il dovere di esercitarla per gli altri».

A Lesbo, in quell’isola greca segnata dal dolore e dalla sofferenza, l’Europa ha dato segni di sé?
«No, e questo è il punto. Io non so fino a quando saremo disponibili a trangugiare politicamente e moralmente tante tragedie che abbiamo in parte causato. Per esempio: che cosa ha visto Sua Santità a Lesbo? Ha visto sostanzialmente oltre 3500 persone, donne, bambini, anziani, in pratica tenuti in campi di detenzione, dove devono attendere il loro turno per settimane o mesi prima di essere ascoltati dalle varie commissioni, sapendo che molti di loro saranno alla fine messi su una imbarcazione e rispediti in Turchia. Sono 3500 richiedenti asilo circondati da filo spinato, e di essi quasi il 50% sono siriani di cui i 2/3 sono donne e bambini. Io credo davvero che peseranno molto sulla coscienza europea».

Ma l’Europa, vista da Lesbo, una coscienza l’ha ancora?
«Comunque bisogna ritrovarla, se vogliamo avere noi stessi una qualche dignità e qualche residuo di esseri umani».

Se Lei avesse il potere di trasformare le parole in azioni, e il rispetto al quale ha fatto in precedenza riferimento, in un programma di azione europeo, da cosa inizierebbe?
«Inizierei applicando le decisioni che come Europa abbiamo già assunto. Un esempio ancora: nel dicembre 2015 avevamo deciso di accogliere 160mila persone in due anni e mezzo. Ad oggi siamo fermi a qualche decina. Ed è chiaro che andando avanti da un vertice all’altro, che decide nuove misure senza aver applicato quelle precedenti, si crea solamente confusione dal punto di vista delle politiche da attuare e delle aspettative dei rifugiati. E così non facciamo alcun sostanziale passo in avanti. È vero che dopo l’accordo con la Turchia, per diverse ragioni è fortemente diminuito il flusso migratorio verso la Grecia, dove comunque rimangono imprigionate 50mila persone, quelle arrivate in precedenza all’intesa con Ankara del 20 marzo scorso. Ma nel frattempo si comincia a registrare un aumento dei flussi migratori su altre rotte, Italia compresa, e non può certo bastare il pur straordinario sforzo della nostra Guardia costiera, che solo nella notte di domenica scorsa, ha salvato in mare più di 2400 persone».

Quando si affronta quella che Papa Francesco ha ricordato essere la più grande catastrofe umanitaria del dopoguerra, l’accento, nel migliore dei casi, cade sull’accoglienza. Ma basta questo per affrontare e provare a dar soluzione a questa immane catastrofe umanitaria?
«È un problema molto complesso, e mi pare di capire da questo “Migration Compact”che l’Italia ha mandato in Europa, spero dopo qualche consultazione con altri Paesi dell’Unione, sta prendendo corpo la consapevolezza che siamo di fronte non a emergenze ripetute ma a un problema strutturale che starà con noi per i prossimi decenni, in un mix inestricabile di rifugiati e migranti economici e ambientali. Nella sola Libia, per intenderci, il ministro della Difesa francese Jean Yves Le Drian ha affermato che sono attualmente “tappati” 800mila migranti pronti a partire per l’Europa. Non so quanto si abbia davvero coscienza e comprensione della dimensione del fenomeno del quale si parla, spesso a sproposito. Un solo dato per darne conto: nel 1950 il Sud Mediterraneo aveva 70 milioni di abitanti; nel 2014, 430 milioni. Nel 2050, sarà popolato da 630 milioni di abitanti. La sola Nigeria avrà una popolazione superiore all’intera Eurozona, il tutto non accompagnato da uno sviluppo economico adeguato ma segnato da catastrofi climatiche in parte già in atto. E noi europei continuiamo a litigare sulle quote… Da questo punto di vista, mi pare che il “paper” italiano faccia opportunamente riferimento a questa dimensione e complessità del problema, chiedendo all’Europa, e a noi stessi, di affrontare finalmente con intelligenza e lungimiranza questa sfida, essendo per altro noi europei in un costante declino demografico».

Quando ci si trova di fronte al problema di ricostruire un Paese o un’area del mondo distrutti da una calamità naturale o da guerre e carestie, spesso si fa riferimento alla necessità di realizzare un nuovo “Piano Marshall”. Può valere questo anche di fronte a questa catastrofe umanitaria?
«Che servano molte più risorse è indubbio e il “Compact” italiano propone euro-african bond. Ma il Piano Marshall consisteva in straordinari aiuti finanziari a sostegno di un progetto politico: la creazione dell’Europa. Oggi non siamo a questo sul piano politico, ma il punto delle risorse è certamente essenziale».

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