Bonaccini: “Le riforme miglioreranno il rapporto cittadini-istituzioni”

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Il Presidente della regione Emilia-Romagna: “È giunto il momento di mobilitarsi nel territorio per vincere la battaglia per il sì”

“Queste riforme sono fondamentali per un Paese che non vuole restare indietro, il testo è stato elaborato con concretezza e consapevolezza”: Stefano Bonaccini, Pd, presidente della Regione Emilia Romagna,è convinto che le riforme miglioreranno anche il rapporto fra cittadino e istituzioni.

Come giudica nell’insieme il testo di queste riforme costituzionali?

“In modo decisamente positivo. Il testo è figlio di un lavoro parlamentare attento e partecipato, che si è arricchito dei consigli dei rappresentanti delle autonomie, delle categorie sociali ed economiche, oltre che degli studiosi. Un processo lungo, rispettoso dei tempi e delle procedure parlamentari previste dall’articolo 138 della Costituzione. Arrivare oggi al voto finale è una vittoria di tutti coloro che non volevano rimanere inerti di fronte allo stallo politico-istituzionale che è seguito al 2013. Perché il funzionamento del Paese viene prima del vantaggio dell’uno o dell’altro”.

I costituzionalisti temono la diminuzione di contrappesi tra Parlamento e esecutivo. Come governatore la preoccupa una perdita di competenze per le Regioni?

“La riforma conferisce al Parlamento strumenti nuovi e più intensi, tipici del bicameralismo asimmetrico che gli altri Paesi conoscono, superando finalmente quel ping-pong sterile, tra Camera e Senato, proprio dell’Italia. Ci sono quattro punti importanti. Il Senato può concorrere ad esprimere pareri sulle nomine di competenza del Governo e a verificare l’attuazione delle leggi dello Stato; la garanzia obbligatoria dei diritti delle minoranze parlamentari nei regolamenti, con uno statuto delle opposizioni alla Camera; introduce vincoli obbligatori per evitare che il governo abusi dei decreti-legge. E il Senato può disporre inchieste su materie che riguardano le autonomie territoriali. In Germania, nel Regno Unito o in Spagna, il conflitto non è tra istituzioni, governo e Parlamento, ma tra maggioranze e minoranze, il che non lacera le istituzioni ma migliora l’offerta politica, mettendo il cittadino al centro della democrazia con il suo voto”.

Lei ha già cominciato a cambiare qualcosa nella sua Regione dal punto di vista istituzionale?

“Un anno fa, 43 giorni dopo l’avvio della legislatura, approvammo all’unanimità una legge che ha azzerato i fondi ai gruppi consigliari e i nostri tfr e ha portato le indennità dei consiglieri regionali al pari di quella del sindaco del capoluogo di regione. Così abbiamo risparmiato 8 milioni di euro. Ma non abbiamo inventato nulla, abbiamo anticipato ciò che la riforma renderà obbligatorio, nel caso fosse approvata. Abbiamo ridotto i costi della politica per difendere meglio i costi della democrazia”.

Renzi ha detto che se il referendum boccerà la riforma lui se ne andrà. Come si può evitare che l’opinione pubblica interpreti il voto, comunque obbligatorio, come un “plebiscito” sul premier?

“È un passaggio di portata storica per il Paese. Perché tale sarebbe il superamento del bicameralismo paritario, nel 70esimo della Repubblica, con il conseguente taglio di oltre trecento parlamentari, da sempre annunciato nelle campagne elettorali dall’Ulivo, dal centrosinistra e dal Pd. Mi pare naturale che a fronte di un passaggio così rilevante chi l’abbia promosso si assuma la responsabilità del giudizio dei cittadini. Confermare le riforme non sarebbe un bene per Renzi o il Pd, ma per l’Italia”.

Nascono i primi comitati per il Sì anche per informare meglio. Cosa si prevede in Emilia Romagna?

“Penso che il Pd si debba mobilitare in ogni territorio, con le forze politiche che condividono le riforme, ma sarà decisivo coinvolgere quella parte di società, molto estesa, che sente la necessità di spendersi per istituzioni più snelle, semplici e moderne, dunque più efficienti. In Emilia-Romagna si lavorerà per promuovere più comitati possibili con queste caratteristiche”.

In aula si discuterà se considerare anche i presidenti di Regione fra i 100 senatori. Che ne pensa?

“I Presidenti di Regione sono eletti direttamente dai cittadini e godendo di una legittimazione implicita, sarebbe naturale una loro presenza “di diritto” tra i 100 senatori. Ma non mi fascerei la testa se ciò non fosse possibile, lasciando ai territori la decisione stessa di “eleggerli” o meno nel nuovo Senato”.

Per le amministrative a Bologna si può ricucire un rapporto con Sel?

“Da un anno esatto io, convinto sostenitore del governo Renzi, guido l’Emilia Romagna con una maggioranza Pd-Sel che, ne vado orgoglioso, non si è mai divisa nei passaggi fondamentali perché abbiamo scritto e condiviso il programma assieme e a quello dobbiamo attenerci. Per Bologna, è noto, penso si debba costruire una coalizione in cui le forze di sinistra, moderate e civiche che, pur non entrando nel Pd, non vogliono consegnarsi al populismo e alla protesta, ma raccogliere una sfida di governo per un nuovo centrosinistra assieme al Pd. Peraltro una cosa sia chiara: il Pd non deve sentirsi né autosufficiente né arrogante, ma chi a sinistra pensa di poter vincere senza il Pd è soltanto un illuso e diventa dunque il miglior alleato della Lega o dei grillini”.

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