Boldrini: “Stati Uniti d’Europa e diritto di asilo”

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Il Presidente della Camera Laura Boldrini nella Sala della Regina della Camera durante la presentazione dei volumi ''Lucio Magri, attivita' parlamentare'', Roma, 11 marzo 2015. ANSA/GIUSEPPE LAMI

La presidente della Camera: “Fuggono per mettere in salvo i figli, hanno diritto alla sicurezza. Non è un diritto solo nostro. Il filo spinato non serve”

Un nuovo taglio di capelli che mette in risalto il viso, appunti, rapporti dell’Ue, agenda fitta di appuntamenti fino a sera, la presidente della Camera, Laura Boldrini, ci accoglie sorridente nel suo studio al primo piano di Montecitorio. «Ha sentito il discorso del presidente della Commissione europea Juncker? L’ho trovato ottimo», commenta a caldo. Sui profughi sa molto di più lei di quanti spesso ne parlano senza aver visto davvero come vivono nei loro Paesi d’origine o nei campi per loro allestiti. E non è un caso se lo scorso luglio ha chiesto alla riunione dei capigruppo della Camera di riaprire i lavori proprio con una full immersion sull’Europa. Di questo si parlerà oggi, della relazione programmatica della XIV Commissione sul programma Lavoro della Commissione europea 2015, della partecipazione italiana all’Ue e del programma 18 mesi del Consiglio europeo.

Presidente, cominciamo da l discorso di Juncker. Ha detto che è arrivato il momento della sincerità e dunque di ammettere che l’Unione europea non versa in buone condizioni. Sta ritrovando il senso perduto, secondo lei o è ancora presto per dire che ha invertito la rotta?

«Ho apprezzato molto le parole di Juncker anche per l’onestà con cui ha ammesso i punti di fragilità. Non è facile dire che siamo in una fase di poca Unione e poca Europa ma l’aver descritto con chiarezza quale è la realtà deve indurre tutti gli Stati membri a una profonda riflessione. È un monito per ricordarci che abbiamo bisogno di più Europa per affrontare le grandi sfide che abbiamo davanti e che possiamo vincere soltanto se troviamo le soluzioni uniti».

Saremmo arrivati comunque a questa presa di coscienza senza il tir della vergogna in Austria o le immagini del piccolo Aylan sulla spiaggia di Bodrum?

«Quello che è accaduto ci ha posto di fronte ad una questione fondamentale: il diritto alla sicurezza. Non è solo un diritto degli occidentali, non siamo gli unici a poterlo rivendicare. Perché altri dovrebbero rinunciare a chiedere di vivere in pace, in un luogo dove i propri figli non rischiano la vita? Come possiamo pensare che dei genitori, in qualunque parte del mondo che vive uno stato di guerra o di persecuzione, possano rinunciare a portare in salvo i propri figli? Noi abbiamo il dovere di recuperare i valori su cui è nata l’Europa. La Convenzione di Ginevra l’abbiamo sottoscritta tutti, e noi nell’articolo 10 della nostra Costituzione abbiamo il diritto d’asilo. È un obbligo giuridico e morale a cui nessuno Stato democratico può sottrarsi».

Angela Merkel avrebbe dovuto prendere prima la posizione che ha contribuito a cambiare l’atteggiamento di quasi tutta la Ue?

«La cancelliera Merkel ha preso una posizione in modo formale. La Germania ha dimostrato che quando ci sono crisi come quella che stiamo attraversando bisogna agire in modo democratico e non alzare muri»

Juncker afferma anche un altro principio: occorre mettere da parte la paura e far prevalere la dignità umana. Eppure ci sono Paesi, come l’Ungheria o il Regno unito che oppongono resistenza. Il Piano della Commissione passerà?

«Questi sono segnali di debolezza e non di forza, una democrazia forte non ha bisogno del filo spinato. L’Europa ha fatto un percorso straordinario dopo la seconda guerra mondiale quando il vecchio Continente era devastato da decine di milioni di morti, con 60 milioni di sfollati e profughi. Come ha detto Juncker eravamo tutti rifugiati, allora. Ci sono state migrazioni importanti, come quella irlandese o quella ungherese, del 1956 con l’Armata russa che per reprimere la rivoluzione fece scorrere fiumi di sangue. Furono 200mila i profughi ungheresi trasferiti in altri Paesi. Non bisognerebbe dimenticarci quello che abbiamo costruito».

Forse è arrivato il momento per l’Europa di fare un salto di qualità, di restituire alla politica europea un ruolo che sembra essere mancato in questi anni. Crede sia possibile oggi di fronte ai grandi cambiamenti in atto?

«È arrivato il momento degli Stati Uniti d’Europa. “I still have a dream”, ho ancora un sogno, parafrasando Luther King, il mio è questo e spero si realizzi presto. Gli Stati Uniti d’Europa sono l’unica soluzione per gestire le crisi dei rifugiati e il diritto d’asilo. Mi sono occupata per 15 anni di rifugiati, lavorando sul campo, nelle crisi più gravi, dall’Afghanistan, all’Iraq, ai Balcani, al Sudan, soltanto per citarne alcune, e so come vivono quegli uomini e quelle donne. L’Europa per troppo tempo ha pensato che fosse un problema che non la riguardava. Come si fa a non capire che una guerra come quella della Siria che va avanti da 5 anni, con oltre 10 milioni di persone costrette ad andarsene da casa, avrebbe inevitabilmente coinvolto tutti noi?».

C’è chi inizia a capovolgere il paradigma. I rifugiati possono essere una risorsa anche per le nostre economie?

«Certo, ma soltanto se si ha la capacità di mettere in atto un’integrazione vera. In Italia i richiedenti asilo, dopo che si sono visti riconoscere lo status di rifugiato, non hanno più alcun sostegno. Occorre accompagnare queste persone verso una vera autonomia, soltanto così i talenti possono essere una risorsa per noi tutti. In questo senso è fondamentale il ruolo dei singoli Comuni per facilitare il contatto tra chi arriva e chi ospita. Se guardi negli occhi un uomo o una donna che ti raccontano l’inferno da cui sono fuggiti capisci che non puoi sentirli come una minaccia, che sono persone che stanno inseguendo la normalità. La conoscenza reciproca è l’unico antidoto alle paure».

Arriviamo alla politica interna. Landini, Fassina e Civati lavorano per una sinistra radicale alternativa a Renzi. È questa la strada?

«Credo che possa esserci una sinistra che pur con idee diverse possa lavorare insieme e non andare necessariamente in direzioni opposte».

Sindaci come Pisapia o Doria invitano il centrosinistra a ritrovare l’unità anche in vista delle prossime elezioni. Considerate le distanze attuali le sembra possibile?

«Me lo auguro. Ritengo che il centrosinistra debba trovare una chiave di dialogo più intenso rispetto a quanto non faccia oggi per tracciare un percorso comune, pur nel rispetto delle differenze. La lontananza di oggi va a tutto vantaggio degli altri e a me sembra innaturale non fare un percorso insieme. Dobbiamo ricostruire dei punti di contatto su temi come la cittadinanza, le unioni civili, la lotta alle diseguaglianze. Non sciupiamo le esperienze che sui territori stanno funzionando, impariamo ad ascoltare ciò che ci chiede la gente. E la gente ci chiede di concentrarci tutti insieme nella soluzione dei problemi sociali».

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