Boldrini: “Diamo la parola ai cittadini per la nuova Europa federale”

Ue
Il Presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini nella Sala della Regina all'interno di Palazzo Chigi in occasione della Giornata della Memoria. Roma, 27 gennaio 2016. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

La presidente della Camera rilancia la dichiarazione per “l’Integrazione europea” siglata dai Parlamenti. E una consultazione on line sulla Ue

“Non c’è più tempo, dobbiamo muoverci, è vietato stare fermi. L’Europa deve cambiare per evitare la disgregazione e la vittoria dei nazionalismi, deve federarsi fino a diventare Stati Uniti d’Europa”. Laura Boldrini, presidente della Camera, ha stabilito un percorso a tappe illustrato ieri anche nella sede della Stampa estera a Roma. Sul piano istituzionale parte dalla dichiarazione di intenti “Più integrazione europea: la strada da percorrere”, sottoscritta da quattro Presidenti delle “Camere basse” di Italia, Francia, Germania e Lussemburgo a cui si sono aggiunti Austria, Cipro, Bulgaria, Portogallo e Slovenia e presto sigleranno la Grecia, il Belgio e poi i due candidati all’ingresso nell’Ue, Albania e Montenegro. Il 22 maggio a Lussemburgo ci sarà la conferenza dei Presidenti dei Parlamenti europei.

Ma per coinvolgere i cittadini Boldrini ha lanciato una consultazione on line: sette quesiti su cosa va e cosa no va in Europa, su cosa cambierebbero. Ognuno potrà rispondere dal 12 febbraio: sul portale www.camera.it si troverà il link con la Mediacivici e a giugno-luglio un comitato di “saggi” analizzerà i risultati. Prima del via, il 27 agosto, alla “carovana federalista” che, da Montecitorio, arriverà a Ventotene per presentare il progetto “Eutopia: la nuova Europa dei cittadini”.

Presidente, lei sabato sarà a Lesbo. L’Europa è divisa, molti Paesi chiudono le frontiere, è la risposta peggiore al dramma dei profughi?

“Andare a Lesbo per me è fondamentale. È un simbolo di accoglienza, delle dignità umana e del rispetto del diritto comunitario. Un luogo che non ha ceduto alle pressioni di chi non voleva far approdare i richiedenti asilo, violando sia la Convenzione di Ginevra del 1951 che gli atti fondativi dell’Ue. In Grecia incontrerò i presidenti della Repubblica e del Parlamento e e il premier Tsipras, ma a Lesbo vedrò le persone, i volontari e il sindaco che hanno fatto tanto per l’accoglienza. E la donna di 85 anni che, sulla spiaggia, ha allattato col biberon un neonato ed è stata candidata al Premio Nobel per la Pace. Le porterò dei regali”.

Che regali?

“Per lei uno scialle e una targa della Camera. E proprio a Lesbo si vede come gli Stati membri della Ue non hanno tenuto fede agli impegni presi, o non hanno voluto. Il rafforzamento di Frontex e dell’Ufficio europeo per i richiedenti asilo (Easo): avrebbero dovuto inviare più di 1000 funzionari, ne sono arrivati 150. Il ricollocamento di chi ha chiesto asilo non funziona e il meccanismo si è inceppato”.

Troppi gli egoismi e gli interessi degli Stati?

“Sì. Ci sono tanti Paesi che prendono molto e restituiscono poco. Il sistema di distribuzione dei fondi dovrebbe essere condizionato: se non aderisci all’agenda sull’immigrazione della Commissione europea, avrai meno fondi. A farsi carico dei richiedenti asilo sono principalmente la Germania (ne ha accolti circa 900mila), la Svezia 150mila, l’Italia e la Grecia sono invece i Paesi di approdo. Se tutti gli Stati membri facessero di più il peso sarebbe minore per tutti”.

Far saltare l’accordo di Schengen peggiorerebbe la situazione?

“L’Europa fa bene a sgridare la Turchia, che pure ha 2 milioni di richiedenti asilo, perché non fa passare il confine ai rifugiati siriani di Aleppo. Ma alcuni Paesi europei si contraddicono parlando di ‘mini-Schengen’, che escluderebbe Italia e Grecia dalla libera circolazione. È incoerente”.

Si punta agli Stati Uniti d’Europa. Ma i tempi non sono troppo lunghi mentre i nazionalismi crescono? (Ieri la presidente indossava una spilletta col logo UsE)

“La nostra dichiarazione ha un valore politico che non era scontato e si propone di arrivare a una Unione federale di Stati. Spero che aderiscano in 15 su 28, la maggioranza. Ho chiesto al presidente dell’Europarlamento, Schulz, di inserirla nella piattaforma di Strasburgo. Ed è molto importante fare partecipare i cittadini. Dobbiamo muoverci, siamo al conto alla rovescia. Contro la crisi serve più Europa, che si occupi di temi urgenti: il cambiamento climatico, il terrorismo, i flussi di migranti. E incentivi la crescita. Perché il fattore sociale è centrale, per rispettare i parametri economico-finanziari non si possono impoverire milioni di persone”.

Approva la “scossa” che sta dando Renzi all’Europa?

“Il governo fa il suo percorso. Renzi spinge e fa bene. Io lavoro sul piano parlamentare. Non accontentiamoci di qualche punto di flessibilità, ma si crei una cordata con altri partners per cambiare la politica economica Ue, che non ci ha fatto uscire dalla crisi. Per questo propongo un reddito di minimo di dignità, come elemento di cittadinanza europea”.

La differenza tra Ue e Paesi dell’Eurozona non divide ancora?

“Si parla di nominare un ministro delle Finanze dell’Eurozona, va bene, ma deve avere un bilancio, perché quello della Ue a 28 vale l’1% del Pil, mentre negli Usa il bilancio federale è il 25% del Pil. Ma ci dev’essere anche un ministro dell’Economia reale, che si occupi di lavoro e di welfare. E una legittimazione parlamentare del governo dell’Eurozona”.

Un’altra mega-struttura?

“No, ci sono varie ipotesi per evitare questo rischio. Secondo me anche serve una legge elettorale unica per i 28 Paesi, con liste transnazionali e i simboli delle famiglie europee. Si può percorrere anche l’idea di Renzi sulle primarie per il candidato alla presidenza Ue”.

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