Boldrini: “Accelerare sul processo federale. Con i muri non si costruisce nulla”

Europa
La presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini nell'Aula dei Gruppi Parlamentari durante la presentazione del film tv ''Felicia Impastato'' di Giancarlo Albano che andra' in onda su Raiuno il 10 maggio. Roma, 5 Maggio 2016, ANSA/GIUSEPPE LAMI

La presidente della Camera: nel referendum britannico ha vinto la paura del futuro

Preoccupazione e speranza. E su tutto la determinazione di non richiudere nel cassetto il «sogno europeista». L’Europa del dopo-Brexit. È il tema conduttore dell’intervista concessa a “l’Unità ” dalla Presidente della Camera, Laura Boldrini.

Signora Presidente, qual è la sua lettura di questo risultato? Quale ne è il segno politico più pregnante?

Ha vinto la paura, ha vinto il passato sul futuro. Questo penalizzerà molto i più giovani, che infatti si sono espressi a favore della Ue. Il Regno Unito è una società molto legata alle proprie tradizioni, ma anche molto innovativa. Per questo è un danno perderla. La Gran Bretagna pagherà un prezzo pesante, perché l’Unione europea è il suo principale mercato e col possibile ritorno ai dazi, alle tariffe doganali, ci rimetterà non poco. Prima di tutto ha pesato la crisi economica: il “Leave” ha vinto dove c’è una crisi forte, nelle città operaie. E su questo terreno ha fatto presa la paura.

Secondo diversi analisti, un peso importante l’ha avuto il fattore immigrazione. Dopo i muri e le frontiere blindate, la separazione. La paura sta disgregando il Vecchio Continente?

Mi colpisce che la paura abbia prevalso dove c’erano meno immigrati. Nelle grandi città, dove ce ne sono di più, non ha vinto. Una città come Londra non ha avuto la stessa reazione della provincia. Dove c’è più immigrazione i cittadini ne capiscono anche il valore aggiunto e la temono meno. Ricordiamo inoltre che in Gran Bretagna l’immigrazione che suscita problemi è principalmente europea: dal Mediterraneo – da Italia, Grecia, Spagna – e dall’Europa dell’est. Con l’esito del referendum è come se si fosse arrivati al capolinea. Dopo anni di politiche antieuropeiste, in cui era facile prendersela con l’Europa come capro espiatorio, il martellamento ha dato i suoi risultati e non solo in Gran Bretagna. I leader europei hanno spesso usato l’Europa come capro espiatorio, laddove la responsabilità ricadevano su loro stessi per non contribuire alla costruzione europea. Questo ha creato un risentimento nell’opinione pubblica, e alla fine i leader si sono trovati ad assecondarlo, non sono stati più in grado di contrastarlo, l’hanno cavalcato. È come se la politica avesse abdicato ad indirizzare l’opinione pubblica. Come è stato detto in questi giorni, i leader sono diventati “follower ”, sono andati al traino. L’antieuropeismo è da anni un sentimento molto forte, montante, mentre nessuno si è preoccupato di lanciare l’europeismo, che infatti non suscita più sentimenti, non affascina più.

Il vento separatista non spira solo nel Regno Unito. Già in altri Paesi dell’Unione si invocano analoghi referendum. Lei teme un effetto-contagio che porti sulla scia della Brexit, al Frexit, Nexit, Grexit…?

Lo temo, certamente, e perciò ritengo imperativo rilanciare il processo federale. Ora o mai più. Vuol dire lavorare perché ci sia un’Europa a due velocità: una che va verso l’unione federale di stati, e l’altra che, non accettando questa evoluzione, diventa un satellite della prima. Per questo, il 14 settembre scorso, ho lanciato da Montecitorio la Dichiarazione “Più integrazione europea: la strada da percorrere”. Siamo partiti in 4 Presidenti di Camere – coi miei omologhi di Francia, Germania e Lussemburgo – e ora siamo in 15. In quella Dichiarazione ci sono i principi fondamentali: vogliamo più Europa, una politica economica più attenta all’impatto sociale e che punti su crescita e occupazione. Siamo disposti a condividere sovranità e vogliamo l’Unione federali di Stati. È una dichiarazione rivoluzionaria, è la “road map “federalista. E non basta coinvolgere le istituzioni in questo processo. Se non lo avessi fatto avrei sentito di non tener fede al mio ruolo. Però mi sono detta che non basta, che bisogna coinvolgere anche le persone comuni. E allora a febbraio abbiamo dato il via a una consultazione pubblica online in cui si dà ai cittadini la possibilità di contare. Sette domande, elaborate d’intesa con l’Istat, per dire la propria sul presente e sul futuro dell’Ue. Il referendum è un vero e proprio segnale di allarme, Sos Europa, e tutti abbiamo il dovere di rispondere. La consultazione pubblica ci dà la possibilità di farlo sul sito della Camera.

Al di là della spinta di vecchi e nuovi populismi, è indubbio che l’”Europa di Bruxelles” sembra sempre più distante dai cittadini europei. Più che una speranza, l’Europa sembra essere avvertita come una minaccia. Come far fronte a questo dis tacco?

Basta con l’austerità. Le disuguaglianze sono il grande male del nostro tempo, causate dall’impoverimen – to della società, dall’indebolimento della classe media, e questo fa deperire la democrazia. Per costruire l’Europa dei valori bisogna ripartire dalle periferie, dalle strutture per i poveri, dagli orfanotrofi e dagli ospedali della Grecia che non hanno più le medicine. Ripartire da quelli che si sentono traditi dall’Europa e dalle istituzioni nazionali che non hanno fatto nulla per proteggere le persone da questo declino. Per fare un salto di qualità, per far capire che l’Europa è un valore aggiunto, il reddito di dignità è fondamentale. I cittadini europei devono poter dire: guai a chi mi tocca l’Europa. Oggi invece nessuno ha motivo per dirlo.

L’Europa, si ripete spesso, non può essere solo una moneta unica. Ma gli egoismi nazionali non sono tra le ragioni principali che hanno sin qui impedito il rafforzamento delle istituzioni sovranazionali?

È così, per questo bisogna andare oltre la dimensione nazionale e accettare l’idea che si sta tutti meglio solo se si rafforza l’Europa, se sapremo dare all’Ue una architettura funzionante, capace di dare risposte ai bisogni delle persone. C’è un deficit di idee e forse di ideali, ma questa Europa in panne non segnala anche un deficit di leader che siano all’altezza dei padri fondatori dell’Unione? Bisogna avere più idealismo, più slancio. La politica è passione, oppure non è. L’europeismo deve essere un sentimento, capace di fare innamorare i giovani. Per questo vado a Ventotene il 27 e 28 agosto, a discutere di Europa coi ragazzi di tutta Europa. E lì ragioneremo delle prospettive, anche sulla scia della Brexit. Bisogna coinvolgere i nostri giovani in un’Europa nuova. Questa non ci piace, non è Europa. È la sua brutta copia, è un falso di quello che avevano immaginato e che volevano costruire i padri fondatori. Rivogliamo l’originale.

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