Bolaffi: “La sinistra torni a capire il segno dei tempi”

Referendum
Un momento del prevertice tra i leader del Pse con il Premier Matteo Renzi, Roma, 28 Giugno 2016. ANSA/ US/ TIBERIO BARCHIELLI

Il filosofo della politica: “Populismo è diventato una sorta di passepartout che non dice niente”

«Ogni realtà nazionale trova in sé una chiave interpretativa che può spiegare, in parte, il perché di una sconfitta politica ed elettorale, tuttavia sarebbe un errore esiziale non alzare lo sguardo rendendosi conto di un dato generale di portata epocale: se la sinistra in Europa non riesce a ridefinire complessivamente le proprie opzioni strategiche e di analisi del reale, sempre che questo sia ancora possibile, essa è destinata inesorabilmente a un ciclo di sconfitte. La sinistra non può sperare di tornare a vincere se resta prigioniera del paradigma socialdemocratico». A sostenerlo è Angelo Bolaffi, filosofo della politica e germanista, dal 2007 al 2011 direttore dell’Istituto di cultura italiana a Berlino, autore di numerosi saggi tra i quali ricordiamo: «Il sogno tedesco. La nuova Germania e la coerenza europea» (Donzelli, 1993), e il più recente «Cuore tedesco. Il modello Germania, l’Italia e la crisi europea». (Donzelli, 2013).

Professor Bolaffi il meno che si possa dire guardando al presente, è che la sinistra in Europa non se la passi bene. È possibile individuare un tratto comune di questa crisi?

«Direi di sì, e questo tratto va ricercato nel fatto che i processi strutturali legati alla globalizzazione, rendono obsolete o addirittura impossibili quelle che sono state le politiche economiche classiche della sinistra, come d’altronde aveva previsto Ralph Dahrendorf quando parlò, circa un quarto di secolo fa, di fine dell’età socialdemocratica. Paradossalmente, dunque, la sinistra socialdemocratica classica si può dire vittima del proprio successo, nel senso che ha realizzato quello che voleva, vale a dire le politiche keynesiane classiche, le politiche di redistribuzione salariale e dei diritti portate avanti dai sindacati. Non è riadattando al Terzo Millennio e all’età della globalizzazione totale, un neo keynesismo che la sinistra può sperare di uscire dalla crisi che l’attanaglia. Una crisi che è innanzitutto di categorie di analisi, e dunque di capacità di comprendere il segno dei tempi, prim’ancora che di programmi o di gestione. Ormai è necessario un cambio di paradigma, tanto è vero che laddove riescono a vincere rappresentanti di forze non riconducibili alle destre, come in Austria o in alcuni Länder tedeschi, costoro sono dei Verdi, i quali hanno sottoposto a critica il paradigma socialdemocratico classico».

Guardando alle sconfitte elettorali che la sinistra ha inanellato in Europa e proiettandosi verso gli appuntamenti elettorali del 2017, le presidenziali in Francia, le legislative in Olanda e Germania, si fa sempre riferimento ad una inarrestata “onda populista”. Ma questo termine, “populismo”, può spiegare tutto?

«Assolutamente no. “Populismo” è ormai diventato una sorta di passepartout che non dice niente, generalizzando fenomeni diversi. Proviamo a distinguerli: i risultati delle elezioni in Gran Bretagna, dove è stato sconfitto il Partito laburista, e negli Stati Uniti, dove a perdere sono stati i Democratici della Clinton, attengono a due Paesi che non avevano in un caso – il Regno Unito – l’euro e nell’altro, gli Usa, la moneta è il dollaro. Questi risultati non sono ascrivibili, come invece sostiene una diffusa narrazione in voga a sinistra, a cosiddette politiche economiche di austerità che sarebbero state imposte dalla Germania. Ancora: la presenza di forze “populiste” in Austria, Olanda e Germania, Paesi che non soffrono di crisi economica, può essere ascrivibile a problemi legati all’immigrazione ma non certo alle politiche economiche di austerità. I Paesi che invece hanno sofferto maggiormente per via della crisi finanziaria dell’euro, come la Grecia, la Spagna, l’Irlanda, non presentano movimenti populisti di destra. Operare queste distinzioni non è un esercizio intellettuale ma è la base politica e concettuale indispensabile perché la sinistra affronti il “populismo”con un’analisi diversificata. Non c’è una spiegazione unica come non c’è un “populismo”unico. Certamente, sul piano politico, siamo di fronte a sommovimenti tellurici di portata globale che hanno bisogno di chiavi di lettura di cui la sinistra è oggi evidentemente priva».

È possibile, andando indietro nel tempo, individuare una fase, come quella dell’oggi, nella quale la sinistra era in così evidente difficoltà?

«Se vogliamo trovare in qualche modo una fase di difficoltà di tutta la sinistra in Europa, mi verrebbe da pensare alla fine degli anni Quaranta del secolo scorso, quando la ricostruzione dell’Europa occidentale venne guidata dalle forze moderate e conservatrici, mentre la sinistra era attestata su posizioni ideologiche quali l’opposizione all’Alleanza Atlantica e alla costruzione dell’Europa unita».

A proposito di Europa non travolta dalla marea populista, l’ultimo baluardo sembra essere la cancelliera tedesca Angela Merkel, che pure di sinistra certamente non è.

«Di nuovo: la sinistra deve fare i conti, fino in fondo, con la Storia. Anche negli anni del secondo dopoguerra, furono dei politici cattolici democratici, come Adenauer e De Gasperi, a guidare la ricostruzione dell’Europa e ad avviare il processo di unificazione dell’Europa occidentale e a dar vita, con la Nato, all’alleanza con gli Stati Uniti. Allora, nell’Europa della Guerra fredda, non solo la sinistra comunista ma anche la socialdemocrazia tedesca si attestò, sia pure in modi diversi, su posizioni ideologiche. Oggi, nell’epoca della globalizzazione, la sinistra, meno ideologica ma più progettuale, dovrebbe ritrovare il senso di sé indicando all’Europa una prospettiva, una direzione di marcia. Renzi ci ha provato. Altri, no, e questo gli va riconosciuto».

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