Biffoni: “Assistenza e progetti ad hoc Ecco perché lo Sprar funziona”

Migranti
Matteo Biffoni, sindaco di Prato, durante la seconda giornata dell'assemblea annuale dell'Anci, Milano, 7 Novembre 2014. ANSA/ MATTEO BAZZI

Il sindaco di Prato: “Rifugiati e richiedenti asilo alloggiano in case seguiti da personale competente e fanno anche lavori socialmente utili”

Matteo Biffoni, sindaco di Prato e delegato Anci per l’immigrazione, è uno dei primi cittadini d’Italia protagonisti dell’accoglienza diffusa dei migranti e richiedenti asilo. La cittadina toscana conta 191 mila abitanti e da una dozzina d’anni circa fa da apripista al sistema Sprar, il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati che va oltre la mera distribuzione di vitto e alloggio. «È enorme il vantaggio per i Comuni, noi con il supporto del Terzo Settore – sottolinea Biffoni – assistiamo e orientiamo le persone in attesa di un permesso di soggiorno o di status di rifugiato con un progetto ad hoc e mirato sulla convivenza e il rispetto delle regole affinché una volta fuori dallo Sprar possano cavarsela da soli».

Sindaco, quante persone ci sono nello Sprar di Prato?

«Attualmente 80, gli uomini sono in prevalenza rispetto alle donne e tutti i bambini migranti vanno a scuola o all’asilo. Le nazionalità sono diverse: persone arrivate dalla Siria, dal Mali, dalla Costa d’Avorio, dal Senegal, abbiamo persone afghane e del Ghana».

Ci racconti il vostro Sprar, dove alloggiano gli «ospiti» e cosa fanno tutto il giorno?

«Vivono in appartamenti diffusi in tutta la città. In ogni casa alloggiano 4 o 5 persone e tutte vengono seguite da operatori preparati e professionali».

E chi paga gli affitti?

«Il progetto Sprar».

Come primo cittadino, farebbe un nuovo bando per aprire un nuovo centro Sprar?

«No, andrei ad implementare le strutture che abbiamo già».

Ma il sistema dello Sprar funziona davvero?

«Si, funziona eccome. Da noi ha dato buone risposte».

Qual è il vantaggio e il valore aggiunto dell’accordo firmato tra Anci e Viminale?

«Il patto darà ai Comuni numeri certi sulle persone da ospitare, consentendo di gestire al meglio l’accoglienza. Non potranno essere più di 2,5 migranti ogni 1000 abitanti e questo consentirà di ‘spalmare’ in modo accettabile l’accoglienza su tutti i territori, con esenzioni previste per i comuni terremotati, per quelli sotto i 2000 abitanti ed un occhio riguardo per le aree metropolitane ».

Il Comune è dunque protagonista?

«Lo Sprar è un sistema di gestione davvero raffinato e l’adesione volontaria è il modo migliore per assicurarne il funzionamento lasciando la decisione in mano ai sindaci. I vantaggi con un sistema organizzato e razionale come lo Sprar sono notevoli, altrimenti l’unica possibilità è quella del canale di accoglienza prefettizia».

E cosa fanno le persone dello Sprar tutto il giorno?

«Tantissime cose, per loro e anche per il bene della collettività».

Prego, spieghi nel dettaglio

«Innanzitutto frequentano corsi di formazione linguistica, di educazione civica, per imparare le nostre regole di convivenza. Vale a dire, tutte quelle regole del vivere civile che vanno dalle norme del codice penale fino alle regole sulla raccolta differenziata, l’importanza dei vaccini ai bambini e delle principali regole di pronto soccorso. Inoltre, tutti i richiedenti asilo svolgono anche lavori socialmente utili, senza togliere posti di lavoro a nessun cittadino di Prato».

Faccia un esempio concreto.

«I giardini pubblici, se prima ammettiamo venivano puliti 2 volte al mese adesso riesci a curarli di più. Oppure si favoriscono scambi di ripetizioni inglese-italiano. Noi ovviamente siamo molto attenti al riconoscimento della loro posizione lavorativa originaria: se ad esempio un giovane del Mali nel suo paese faceva l’imbianchino noi cerchiamo di aiutarli a far sì che quel suo patrimonio di conoscenza lavorativa venga speso per il bene comune anche con lavoretti ad hoc, è un modo per mettere in pratica un mestiere che già ci conosce. Nello stesso tempo queste persone si misurano anche con le nostre abitudini di vita e di cucina: ad esempio vengono organizzati scambi di conoscenze culinarie: loro spiegano come fare il cous-cous e le nostre donne come si prepara una crostata. Il tutto in un clima di integrazione».

Fino a quando queste persone resteranno nel Sistema Sprar?

«Tutto il percorso è legato alla formazione personale e al riconoscimento del dello status di rifugiato o richiedente asilo. Viceversa, chi alla fine otterrà un diniego andrà via dallo Sprar».

I Centri di identificazione e di espulsione, i tanto contestati Cie. Nella sua città non ci sono caserme da requisire ma l’idea dei nuovi Cie, uno per regione, annunciati da Gabrielli, la convince?

«Se ci fossero le condizioni logistiche non mi tirerei indietro, ma in questo caso è la Regione protagonista. Di una cosa sono certo: i nuovi Cie non devono essere una fotocopia di quelli di prima perché non hanno funzionato».

Cosa è mancato?

«I Cie dovrebbero avere una funzione di appoggio con garanzie e tempi certi: una persona che ha commesso reati non deve restare in questi centri per anni, deve essere allontanata dal territorio. Altrimenti può attendere l’espulsione in carcere».

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