Bettini: “Una via per la sinistra tra governismo e vecchie ricette”

Politica
muro berlino

Il dem: “Nella crisi europea, le esperienze più interessanti e innovative sono quelle di Renzi, Tsipras e Iglesias”

Di prossima uscita per le edizioni di Ponte Sisto, l’ultimo libro di Goffredo Bettini (“La difficile stagione della sinistra. Impraticabilità di campo?”), una lunga intervista di Carmine Fotia, è una riflessione sull’Italia, l’Europa, sul Pd e la leadership di Renzi (cui offre un sostegno critico) e sul futuro della sinistra. Le risposte non sono rassicuranti: Bettini indica nella rottura tra governanti e popolo la ragione fondamentale della crisi della rappresentanza democratica in Italia e in Europa e della crescita dei populismi. Una crisi cui la sinistra risponde o rinchiudendosi nelle sue vecchie idee oppure nella sola dimensione di governo. Bettini sembra oscillare tra l’impegno politico in un mondo dei partiti da cui si sente tuttavia lontanissimo e la fuga in una sorta di astratto “monachesimo”, gli contesta l’intervistatore. La risposta, in tutta la conversazione, è la ricerca di una “terza via” che a Bettini sembra di vedere, almeno allo stadio di potenzialità, nelle leadership, sia pure così diverse, di Renzi e Tsipras. Del libro, che sarà presentato lunedì prossimo alle 18 a Roma presso il Teatro di Adriano, in piazza di Pietra, pubblichiamo uno stralcio dedicato alla sinistra e l’89.

Non sei molto ottimista sul futuro dell’Europa.

La mia opinione è che l’Europa abbia perso la sua grande opportunità nell’89. Allora finì la guerra fredda, perché scomparve uno dei contendenti. Si aprì per noi europei un enorme spazio e la possibilità di superare la doppia subalternità che il Continente era stato costretto ad accettare: il dominio dell’Urss ad est e il dominio degli Stati Uniti a ovest. Il trattato di Yalta aveva, infatti, sancito la fine della supremazia europea, anche sul piano culturale, intellettuale, del pensiero. Ancora nell’immediato dopoguerra nella produzione delle idee, dei costumi, del senso comune resistette Parigi. Ma il “cuore” europeo si era spezzato tra americanismo e totalitarismo asiatico. La caduta del muro riaccese la speranza che l’Europa, finalmente libera, ritrovasse una sua vocazione e ricostruisse il suo discorso al mondo. Non è andata così ed oggi siamo nel pantano, condizionati dalla vecchia storia. L’Europa si è persa e ha paura. Emblematico è il tema degli immigrati. Il dramma è reale. Soprattutto per l’Italia ha un impatto di notevole dimensione.

Rispetto a sessant’anni fa il mondo è completamente cambiato: è crollata l’Urss, è finita la guerra fredda.

I problemi dell’Europa sono dovuti anche a ragioni geopolitiche, troppo condizionanti e talvolta sbagliate, che intrappolano la nostra autonomia e libertà di azione. Qui viene avanti il tema delicato e complesso che riguarda la Russia. Non solo l’Occidente non aiutò Gorbaciov; ma neppure considerò necessario dare qualche sostegno a questa grande potenza, dopo il crollo della sua identità e del suo ruolo nel mondo. Si volle non solo vincere, ma stravincere. La Russia ha subìto un trauma spaventoso; che fatichiamo a comprendere a causa del difetto di leggere tutto dal nostro punto di vista e non metterci mai nei panni degli altri. La Russia, dall’essere la prima potenza mondiale in competizione con l’America, si è trovata all’improvviso disintegrata, in balia degli eventi, con scarsissimo potere e autorevolezza. L’umiliazione è stata enorme. Non si comprenderebbero altrimenti il ritorno, lì, a certi miti sovietici, ai simboli di un grande passato; e neppure la forza di Putin. Oggi la Guerra fredda non c’è più. Si sarebbe dovuto agire in modo più aperto, accorto, rispettoso. E con meno paure.

E invece?

E invece no. L’Europa non ha agito libera e per i suoi interessi. Ha agito per conto degli Stati Uniti; in uno schema di contrapposizione, di guerra fredda senza i presupposti, persino materiali, dell’antag onismo di ieri. Non pochi hanno considerato l’allargamento dell’Unione a Est come un cuscinetto di protezione rispetto alla Russia; così come l’insi – stenza nel voler arruolare i Paesi usciti dal comunismo e che confinano con la terra russa, nella Nato, mi pare imprudente e destabilizzante. In definitiva l’Europa dopo l’89 poteva collocarsi su una posizione di terzietà, molto più efficace anche per contribuire alla pace e alla soluzione dei conflitti aperti, in particolare nel Mediterraneo.

Oggi ne siamo molto lontani: la crisi greca, l’affermazione dei nazionalisti in diversi paesi europei, il referendum inglese. Mai l’Europa è apparsa così a rischio come oggi.

Non è solo la Brexit a preoccupare. Non sono risolte affatto le crisi che ci hanno attraversato. I riflessi della crisi finanziaria, il dramma della Grecia, la guerra in Ucraina, il grande esodo dei rifugiati. Tuttavia, il ritorno della crisi greca e l’uscita della Gran Bretagna potrebbero dare un colpo ulteriore e, forse, irrimediabile. Non credo probabile la vittoria degli antieuropei nel Regno Unito. Possibile, invece, sì. Le conseguenze sarebbero prima di tutto molto concrete, economiche e finanziarie; sia per chi decidesse di uscire, sia per la Ue.

E sulla paura sta crescendo ovunque il populismo xenofobo.

Ma se guardiamo ai grandi numeri, in Europa, l’emergenza è molto inferiore a quella affrontata da altri Paesi; penso al caso della Giordania o del Libano, che ospitano milioni di rifugiati nei propri territori disagiati. Sono 70 milioni, inoltre, le persone che migrano nel mondo. L’Europa è grande, popolosa, ancora ricca, eppure si lamenta inconsolabile, non sa organizzarsi, reagisce con improvvisazione e disordine.

Quali sono le risposte che si stanno delineando in Europa, nella sinistra?

Da una parte c’è il ritorno ai buoni e antichi principi. Alle certezze di sempre: il sindacato, la classe operaia, le rivendicazioni salariali e sociali, il partito tradizionale. L’esem – pio più simpatico e riuscito di questa tendenza è Corbyn in Inghilterra, che piace a molti giovani in cerca di qualche certezza. Ho l’impre ssione che anche una parte consistente della attuale minoranza del Pd abbia imboccato questa strada. Tranne Cuperlo che ha un pensiero maggiormente complesso e moderno. In tali posizioni, ci sono contenuti giusti e utili, in alcuni casi persino troppo dimenticati; tuttavia l’impianto generale non regge. Si riferisce a dei paradigmi conflittuali travolti dalle dinamiche del capitalismo di oggi, che finiscono per parlare a settori ormai minoritari, seppur rilevanti… Non è un caso che quando i Socialisti scelgono questa strada regolarmente perdono consensi e, conseguentemente, le elezioni.

L’altra risposta?

Il secondo tipo di risposta è, all’op – posto di quella finora descritta, la convinzione che attraverso il governo, la leva del potere, la responsabilità nazionale si possono superare le difficoltà e ritrovare il profilo concreto, fattivo, pragmatico dei Socialisti. Con caratteristiche diverse è l’opzione sia dell’Spd tedesca che di Hollande in Francia. Anche qui, l’illusione è grande… Il governo a tutti i costi, per di più gestito con tratti di autoritario decisionismo, non può che allontanarci ulteriormente dal sentimento “terragno” delle inquiete popolazioni europee. Tant’è che Hollande è precipitato nei consensi, nonostante la sua abilità, simpatia e informalità; o grazie anche ad esse; perché in verità sono doti non corrispondenti alla grandeur dei francesi, che pretendono un Capo dello Stato austero, sobrio, pensoso, persino un po’ altezzoso; per intenderci, simile a de Gaulle. E l’Spd è praticamente un partito scomparso dietro l’ombra prominente della Merkel.

C’è una terza via oltre queste due che, mi pare, giudichi inadeguate e perdenti?

Sì, c’è una terza risposta; la più interessante. I tentativi, diversissimi nel la modalità, di una sinistra innovativa proiettata nel futuro, aperta nella ricerca di nuove forme organizzative. Tante sono le esperienze emerse: Tsipras, Podemos e Renzi. Cosa c’entra Renzi con Tsipras e Iglesias? C’entra anche Renzi; almeno nelle sue premesse. Cosa accomuna infatti queste diversità? La volontà di sbaraccare i vecchi schemi e le antiche liturgie, per tornare a guardare con occhi puliti, disponibili e forse più innocenti, le persone. Juan Carlos Monedero parla, con semplicità provocatoria, di persone decenti. Sono proprio questi più recenti protagonisti ad avere i migliori successi elettorali e a rappresentare una speranza, uscendo dalla monotona lamentazione di quelli con lo sguardo rivolto all’indietro.

Quindi dai un giudizio positivo del ruolo di Renzi in Europa?

Nella crisi europea il governo italiano ha battuto più di un colpo. Hanno pesato positivamente alcune riforme. Il Jobs Act è stato perfino studiato all’estero. Gli sforzi per semplificare e rendere più competitiva la Pubblica amministrazione e migliorare la giustizia sono generalmente apprezzati. La battaglia per una giusta flessibilità e per maggiori investimenti ha trovato molti alleati; così come il saggio equilibrio sugli scenari delle crisi internazionali. Renzi non è più considerato un imbarazzante e spericolato ragazzaccio; ha acquisito un profilo più serio e impegnativo e conta nella classe dirigente europea. Propone temi che incidono, spostano, creano un confronto utile.

 

Vedi anche

Altri articoli