Bernardini: “Sovraffollate e inadeguate, le nostre carceri producono solo altra criminalità”

Giustizia
CARCERE REGINA COELI DETENUTI AMMINISTRAZIONE PENITENZIARIA RECLUSIONE ARRESTO POLIZIA PENITENZIARIA CARCERATI CELLA - REGINA COELI - fotografo: IMAGOECONOMICA

L’ex parlamentare radicale impegnata in questi giorni di festa nel consueto tour radicale negli istituti di pena: “Il nostro impegno nel nome di Marco Pannella”

Nella Casa circondariale di Taranto i detenuti stanno quasi uno sull’altro. Le persone rinchiuse in carcere sono 421 di cui 22 donne ma i posti regolamentari disponibili sono solo 300. Dunque, 121 detenuti in più. Rita Bernardini guida la delegazione del partito Radicale trasnazionale insieme a Sergio D’Elia, Antonella Casu e tanti altri, e annota su un blocchetto degli appunti tutto ciò che merita di essere censito.

Così come «ci ha insegnato Marco Pannella», racconta l’ex segretaria radicale. E il tutto avviene sotto gli occhi attenti e vigili di Stefania Baldassarri, la direttrice del carcere, e di Elena Vetrano, comandante della polizia penitenziaria che li seguono passo passo nella visita alla struttura detentiva. Più o meno la stessa cosa è accaduta anche a Regina Coeli a Roma e al carcere di Foggia.

Nel carcere di Trastevere, ad esempio i radicali hanno “contato” 924 detenuti su una capienza regolamentare di 624 posti e segnalano la presenza di solo 11 educatori su 13 assegnati. A Foggia invece il «vero scandalo» dei bagni a vista, senza porte, e le docce esterne alla cella. Il tutto per un totale di 516 detenuti su una capienza di 349. Non solo: 321 sono gli agenti penitenziari in pianta organica ma solo 282 gli effettivi: 45 sono occupati in “nucleo traduzioni” e altri 27 stanno per andare in pensione.

Mercoledì 28 dicembre, i radicali entrano nel carcere di Taranto alle 11 e quando escono fuori è già buio. Una visita minuziosa, senza saltare nessun «angolo» del penitenziario e annotando numeri, disfunzioni, problemi e carenze. Polizia penitenziaria: «340 agenti in pianta organica ma in servizio solo 291». Detenuti: «90 persone in alta detenzione e 331 comuni; detenuti con condanna definitiva 224; in situazione mista 197, di cui 150 in attesa di primo giudizio», cioè in carcere «da presunti innocenti». E ancora: 42 detenuti stranieri, 98 i tossicodipendenti, 105 i detenuti con epatite C, 35 i casi psichiatrici «di cui 25 uomini e 10 donne» mentre il totale delle donne detenute è 22.

«Il direttore sanitario – precisa Bernardini –ci ha anche detto che su 421 detenuti 400 seguono terapie farmacologiche ». In una cartella i radicali hanno una sorta di verbale-inventario per ogni carcere d’Italia. I radicali sono infatti già entrati in molti penitenziari: a Regina Coeli a Roma nel giorno di Natale, nel carcere di Foggia e di Taranto, e ieri nella struttura detentiva di Lecce. Visite puntigliose, cella per cella della durata di 6 ore circa che andranno avanti fino alla Befana.

Cosa si prova ad entrare nelle carceri senza avere più al fianco Marco Pannella?

«Un senso di tristezza e vuoto ma anche il coraggio che occorre avere per proseguire la sua opera. I detenuti che lo ricordano sono tantissimi. Quanto entravo in carcere con Marco sentivo i cori: “Marco uno di noi”. Oggi sono affettuosi, ci applaudono. Un detenuto ci ha detto: “Porta un fiore da parte mia a Marco al cimitero la prossima volta che ci va, mi raccomando”. A Regina Coeli un iracheno di 50 anni ha messo accanto all’immagine di Padre Pio anche Pannella e Papa Francesco. Sono molti i detenuti che ci mandano le loro lettere e sono moltissimi quelli che hanno aderito alla marcia per l’amnistia del 6 novembre scorso organizzata in concomitanza con il Giubileo dei carcerati».

È cambiato qualcosa nel sistema penitenziario? È migliorata la situazione per persone recluse?

«È leggermente migliorata per il sovraffollamento, anche se si registra una tendenza all’aumento: dall’inizio dell’anno ad oggi registriamo un aumento di 1600 detenuti in tutte le carceri. Ma il vero problema è il trattamento dei detenuti: se puoi uscire dalle celle e fare una attività la vita delle persone detenute di sicuro cambia. E invece sono scarse le attività di studio, lavoro, e sport all’interno delle carceri».

Una situazione generalizzata, secondo voi?

«Sì. A Taranto, abbiamo incontrato i detenuti nei passeggi (i cosiddetti luoghi d’aria, ndr), loro volevano un pallone per poter giocare. Ma non possono avere i palloni perché il passeggio è di cemento e basta una caduta e si possono fare male. E in questo caso sarebbe la direttrice del penitenziaro a pagarne le conseguenze. Insomma, chi ha fatto il sopralluogo ha stabilito che i passeggi per i detenuti sono inagibili al pallone. E ancora: a Taranto i detenuti non hanno una palestra e al posto del campo sportivo si sta costruendo un nuovo padiglione che in futuro ospiterà altri 200 reclusi. Quando l’hanno progettato non erano previsti i passeggi. Insomma, la direttrice di Taranto è capace ma ha tanti vincoli, uno per tutti: non si può rifiutare di accogliere i detenuti che l’autorità giudiziaria le manda. In passato, quando c’era Massmo Brandimarte a presiedere il Tribunale di sorveglianza le cose funzionavano meglio. Lui seguiva i detenuti uno per uno, concedeva misure alternative, dava fiducia ai detenuti e permessi premio. Oggi c’è un’altra composizione del tribunale: l’attuale magistrato-presidente sono 7 mesi che non entra in carcere».

Il vero problema delle carceri resta il sovraffollamento o anche l’incapacità dell’istituzione di essere “rieducativa”?

«Non c’è dubbio. La composizione nelle nostre carceri è formata da gente povera: stranieri, malati psichiatrici e tossicodipendenti. Dunque, persone più disagiate e fragili che come tali possono cadere nelle maglie della criminalità organizzata».

Eppure storiche battaglie radicali come l’indulto, l’amnistia, la riforma della giustizia, sembrano ancora sotto traccia: come mai? Perché non c’è più Pannella?

«Non è del tutto così. Abbiamo fatto una marcia per l’amnistia il 6 novembre scorso ed è stata molto partecipata. L’abbiamo fatta nel nome di Marco Pannella e di Papa Francesco, gli unici che si sono espressi a favore dell’amnistia e dell’indulto concependoli anche in modo diverso: il Papa come atto di clemenza e noi Radicali come stato di diritto e base indispensabile per fare la riforma della giustizia. Il carcere è solo l’ultimo stadio di una giustizia che non funziona. C’è anche il tema della giustizia lumaca dei processi: l’Italia è stata condannata in sede europea per l’irragionevole durata dei processi. Questo era il modo di Pannella per far ripartire la macchina della giustizia e rientrare nella legalità».

Quando consegnerete a Papa Francesco, al ministro Andrea Orlando e al Capo dello Stato Sergio Mattarella il volume “Forza Francesco, grazie Marco”?

«Alla fine del nostro giro nelle carceri italiane. Con il ministro Orlando c’è un rapporto positivo: è persona sensibile, da ministro ha avuto il coraggio di dire che le nostre carceri sono criminogene e che bisogna arrivare alle pene alternative alla reclusione. Ed è per questo che con la nostra iniziativa insieme ai detenuti, chiediamo lo stralcio della parte del Ddl sul processo penale che riguarda l’ordinamento penitenziario. È in discussione al Senato, deve essere trattata a parte ed approvata presto».

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