Berlinguer: “Assise e poi voto, basta litigiosità nel partito”

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Non si può decidere la data delle urne sulla speranza di un risultato buono o cattivo. Bisogna rispettare la scadenza della legislatura

Luigi Berlinguer, cugino di Enrico e professore universitario, europeista convinto e autore di saggi politici, è stato parlamentare per quattro legislature, eurodeputato, membro del Csm, ministro della Pubblica Istruzione con il primo governo Prodi.

Professore, da osservatore esterno con lunga esperienza politica, come legge le attuali convulsioni del Pd?

«La dialettica interna va rispettata, però vedo un eccesso che può diventare litigiosità. Prima di analizzare la situazione, però, vorrei esprimere un concetto per me fondamentale».

Prego.

«Mi schiero con chi ritiene un errore anticipare il voto politico. Le istituzioni rispondono a interessi generali e non elettorali. Non si può decidere la data delle urne sulla speranza di un risultato buono o cattivo. Bisogna rispettare la scadenza della legislatura: la funzionalità del Parlamento è anche affidata a una durata di cinque anni anziché due o tre. Se non si fa prevalere l’interesse generale su quello particolare, la democrazia non vive».

Al voto nel 2018, dunque, ma con quale legge elettorale?

«Anche questo argomento rafforza l’opportunità di non votare subito. Dobbiamo avere la sicurezza che il sistema elettorale garantisca la rappresentatività ma anche la governabilità. Il Pd è servito a questo, di fronte al grillismo o al leghismo che vogliono la disarticolazione del Paese. Il Pd, anche in questa legislatura, ha rappresentato il baluardo del funzionamento della democrazia e del suo sistema poiché ha assicurato la maggioranza. Senza maggioranza non c’è democrazia bensì caos».

Non è quello che rischiamo con un sistema proporzionale?

«Oggi l’Italicum è stato smontato. Non giudico le decisioni della Corte Costituzionale. Ma ci troviamo con un sistema non omogeneo tra le due Camere. Il rischio è che così la governabilità non venga assicurata».

Deve intervenire il Parlamento, dunque. In che termini?

«Mi permetto di non scegliere tra proporzionale e Mattarellum. Deciderà il Parlamento, ma l’obiettivo è netto: rappresentatività e governabilità. Quindi, omogeneità tra le leggi applicabili a Camera e Senato. Altrimenti il Paese si sfascia, e il Pd non può assumersi questa responsabilità. Si lavori per questo scopo».

Come, in concreto? Non sarà facile raggiungere un accordo tra le forze politiche.

«Serve un periodo dedicato al riscatto della politica. Si comincia a dire troppo che la sinistra è uguale alla destra. In Italia stanno arrivando fenomeni qualunquistici presenti in certa destra americana, persino alla Casa Bianca, e nella Brexit. Il rifiuto delle istituzioni massimamente rappresentative».

Qual è il compito della sinistra in questo quadro?

«Una forza di centrosinistra deve far ritrovare agli elettori la fiducia in essa. Presentando un programma strategico di centrosinistra dove le correnti convergono. Certo, in questa prospettiva la litigiosità non aiuta».

Bisogna, allora, anticipare il congresso?

«Sì. Il congresso è molto più importante delle primarie. Non ho niente contro di loro, ma un partito non può diventare sede ordinaria di primarie perché accentuano la polarizzazione sui nomi. Invece, un congresso elabora strategie e si pone come finalità non solo la conta interna ma la costruzione di un’identità comune. Gruppi politici di origine diversa devono trovare un’idealità comune. Ecco perché invoco il congresso come momento non solo di democrazia interna ma di elaborazione strategica».

Secondo lei, ci sono le condizioni per questo obiettivo?

«Non si può fare in due mesi. Bisogna completare la legislatura e fare un congresso forte e disteso. Per costruire organi dirigenti rappresentativi e la partecipazione di militanti ed elettori. Il congresso non serve soltanto per eleggere il leader. Oggi un partito, qualsiasi partito, non è solo sede di dialogo bensì spina dorsale della democrazia. È il luogo in cui si decidono le proposte e i temi politici da portare in Parlamento».

La sua road map è chiara: voto nel 2018 e intanto congresso e legge elettorale. Ma le sembra fattibile, mentre nel Pd si parla sempre più forte di scissione?

«È l’unico modo per evitare una iattura come la scissione. Tutte le scissioni sono insieme segno di esasperata ricerca di micro-identità interne, mancato funzionamento della vita di partito, rinuncia a esperire tutti i tentativi per salvare il partito».

È ecumenico nell’attribuzione delle responsabilità…

«Sì, tutti devono farsi carico di questo obiettivo. La sinistra deve presentarsi positivamente di fronte agli elettori e riprendere a dialogare. Ma c’è un’ultima cosa che mi sta a cuore».

Quale?

«Nella maggioranza elettorale italiana e nel Pd c’è una componente –a cui io appartengo –che proviene dal Pci. È assurdo pensare che possa essere considerata un ingombro o superata. È stata e resta parte essenziale della storia recente del riformismo italiano e del centrosinistra. Non si può lasciarla estinguere con una forma di rinnovamento meta-storico. Senza l’apporto della cultura comunista nessun riformismo è possibile».

L’Ulivo può rinascere o è un’utopia?

«Sono più favorevole a un bosco di sinistra che a un semplice uliveto. E poi mi sembra difficile ripiantarlo. Andiamo avanti con le componenti che ci sono, senza litigare».

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