«Berlinguer anticipò la fine della Prima Repubblica»

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Intervista a Giuliano Ferrara: «Il Berlinguer che più ammiro è quello del 1975-76, capace di prendere i voti su una linea complessa, non demagogica. Ma dopo avere difeso il sistema dal terrorismo ne minò le basi scegliendo la linea della questione morale»

In estrema sintesi, secondo Giuliano Ferrara, l’articolo con cui Biagio de Giovanni ha aperto il dibattito su Enrico Berlinguer sulle pagine dell’Unità è «un modo intelligente di affrontare il problema della strana discontinuità realizzatasi dopo il tramonto dissolutivo, di cui Berlinguer fu anticipatore, della repubblica dei partiti: da Berlusconi a Renzi. Fatte salve, ovviamente, le debite differenze». E fatta salva anche quella buona dose di gusto del paradosso e dell’ironia con cui Ferrara non manca mai di condire e forse a volte pure di nascondere, enfatizzandolo, il suo pensiero (o di enfatizzarlo fingendo di nasconderlo, fate voi).

Lei ha lasciato il Partito comunista proprio negli anni in cui Enrico Berlinguer era segretario, per schierarsi poi con quello che di Berlinguer è stato il grande rivale/avversario, Bettino Craxi. Come giudica il dibattito aperto da de Giovanni su l’Unità?

«Per prima cosa vorrei dire che capisco la necessità di rispettare quello che è un pezzo di storia e di memoria della sinistra. E questo vale anche per me, perché anch’io ho un mio Berlinguer. Ricordo bene quando a Torino facemmo il famoso questionario anti Br, una scelta piuttosto borderline dal punto di vista delle procedure liberaldemocratiche, e Berlinguer dalla tribuna del congresso, come gli avevamo chiesto, fece un passaggio nella relazione di pieno sostegno».

De Giovanni dice che Berlinguer, in un certo senso, era più comunista di Togliatti. Che ne pensa?

«Beh, ovviamente, Togliatti era molto comunista. Ma aveva anche una vena umanistica, mediata dallo storicismo, dal suo rapporto con Croce, e questo temperava l’elemento comunista grezzo, per dir così, che era naturalmente parte della sua biografia, della sua ideologia e della sua prassi. Ma Togliatti aveva anche questa vena, che secondo i suoi detrattori ne faceva un “professore di liceo”, secondo i suoi ammiratori qualcosa di più, che ad ogni modo lo portava a tradurre e pubblicare “Il trattato sulla tolleranza” di Voltaire, pur non essendo affatto un uomo tollerante. Del resto, a pensarci bene, non lo era nemmeno Voltaire».

Quindi su questo è d’accordo con de Giovanni, Berlinguer sarebbe più comunista di Togliatti perché meno storicista?

«De Giovanni sottolinea molto, per entrambi, il tema dell’ossessione del rapporto con i cattolici, ma c’è una differenza. Per Togliatti era soltanto una questione tattica, per Berlinguer no. Da questo punto di vista quello che manca nell’analisi di de Giovanni è il riferimento a Rodano (il grande intellettuale leader dei cattolici comunisti Franco Rodano, molto vicino sia a Togliatti sia a Berlinguer, ndr). Togliatti fu sempre molto attento a mantenere una distanza da lui, in Berlinguer c’è invece l’abbraccio. Il “maggior comunismo” di Berlinguer, secondo me, dipende da questo, dal rapporto con Rodano».

Si è detto che da lì derivi anche la forte venatura etica, secondo i critici “moralistica”, dell’ultimo Berlinguer…

«La questione della vena eticizzante è un tema fondamentale. Dopo un primo Berlinguer che dà un grande contributo a difendere la repubblica dei partiti dall’assalto del terrorismo, che elabora una strategia di governo fondata sulle alleanze, c’è stato questo Berlinguer che esplode come anticipatore della fine della repubblica dei partiti. In pratica, con l’intervista a Scalfari sulla questione morale, ci mette una bomba sotto, un po’ come Pasolini con la teoria del paese pulito nel paese sporco. In questo, senza dubbio, c’è molto rodanismo. E poi gli è successo quello che è successo anche a papa Francesco».

Sarebbe a dire?

«Uno si confida con Scalfari, ma Scalfari è un uomo di cultura giellina, radical liberale, azionista, insomma quella cosa che non ha vere radici nel paese ma è capace di mediare, cogliendone il significato e l’importanza, con il diverso da sé, e di costruire in questo incontro dei grandi miti. Ecco: Scalfari è mitopoietico, costruisce miti. Come quello di un papa che gli ha detto che è contro il proselitismo e che Dio non è cattolico, o quello di un comunista che gli ha detto che la vera questione al centro della lotta politica è la questione morale».

Tralasciando il papa, che è fuori dal nostro tema, non risulta che Berlinguer lo abbia mai smentito. O sbaglio?

«Sì, certo. Ma è vero che a volte la storia ti mette anche di fronte a delle trappole. Poi c’è anche il modo in cui Scalfari fa le interviste: senza prendere un appunto. L’ho fatto anche io, a volte, ed è chiaro che quando torni e la scrivi di getto ti viene benissimo, è il modo migliore per far sì che l’intervista sia fresca, scorrevole, lineare, ma è altrettanto chiaro che in questo modo tu non è che inventi niente, per carità, riporti quello che ti hanno detto, ma al tempo stesso lo “vesti” completamente della tua sensibilità, della tua cultura, della tua visione delle cose. E siccome Scalfari è un grande giornalista e un grande scrittore, succede che il giorno dopo l’intervistato, leggendo l’intervista, si piace».

Eppure, non abbiamo appena detto che quella vena eticizzante era profondamente radicata in Berlinguer?

«Forse qui è il vero tema della doppiezza. Il Berlinguer che io più ammiro è quello del 1975-76, quello capace di prendere i voti su una linea complessa, non facile da spiegare, non demagogica, praticamente un ossimoro, come quella sua frase bellissima, “siamo conservatori e rivoluzionari”. E forse è vero anche che la sua strategia in fondo è sempre stata quella, mentre la questione morale e l’alleanza con la cultura azionista era compensativa, una reazione tattica alla difficoltà determinata dall’ascesa di Craxi».

In conclusione, tutta questa discussione, a suo avviso, ha ancora un’attinenza con l’attualità, le vicende della sinistra, del Pd e dell’Italia di oggi, o è pura archeologia ideologica?

«Altroché. È una discussione che ci dice che i grandi miti trainanti che hanno fatto stramazzare la repubblica dei partiti e sono sopravvisuti, sia pure in forma parziale, sono stati terminati da un fenomeno apparentemente inspiegabile quale il renzismo perché avevano questo nucleo di fragilità. Massimo D’Alema, ad esempio, al netto di tutti i suoi abbracci con Clinton e le sue telefonate con Condi Rice, rappresentava anzitutto il campione e il testimone del legame con quel nucleo originario. De Giovanni ora dice che questo nucleo non era più produttivo e dunque non poteva non finire così. Considero il suo articolo un saggio sul perché della rottamazione, su come è stato possibile che da quel mondo si sia arrivati al governo dei boyscout e a Matteo Renzi, che per me è un figlio del berlusconismo, uno che con questa storia non ha davvero nulla a che fare: uno che aumenta il limite del contante a tremila euro è molto lontano dalla retorica della questione morale».

 

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