Berengo Gardin: “La fotografia fa paura al potere”

Fotografia
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Intervista a Berengo Gardin: “Con le mie foto sulle ‘grandi navi’ in laguna voglio difendere Venezia”. Esporrà in uno spazio gestito dal Fai. E domani apre una mostra a Bologna 

Chi ha paura della fotografia? «Il potere, perché quando denuncia fa sempre paura», risponde Gianni Berengo Gardin. A fine settembre doveva esporre trenta foto al Palazzo Ducale di Venezia sull’invadenza delle “grandi navi” nella laguna, il sindaco leghista Luigi Brugnaro aveva obiettato che senza un contraltare avrebbe danneggiato l’immagine della città. Alla fine il fotografo insieme al Fondo per l’ambiente italiano ha optato per tutt’altra sede: il Negozio Olivetti in piazza San Marco 101, gestito dal Fai, dal 22 ottobre al 6 gennaio (catalogo edito da Contrasto, tel. 041 5228387 fainegoziolivetti@fondoambiente.it). Chi desidera vedere scatti del maestro, 85enne e vigilissimo come sempre, ha un’altra opportunità: da domani fino al 1° novembre la Fondazione del Monte a Palazzo Paltroni nel centro di Bologna ospita “L’uomo, il lavoro, la macchina” (esattamente in quest’ordine, puntualizza il comunicato stampa), per una delle 14 mostre allestite dalla biennale Foto industria Bologna. (www.mast.org)

Perché non espone a Palazzo Ducale? Dopo le polemiche, non voglio dare la mostra al sindaco.

Secondo Brugnaro le sue foto, senza un contraltare, danneggerebbero l’immagine della città. È il suo atteggiamento verso la mostra che danneggia la città. Ho fatto otto libri su Venezia e non l’hanno certo danneggiata. Ma con la sua polemica ne hanno parlato perfino Le Monde, il Guardian, El Pais, il New York Times: gli sono riconoscente, mi ha fatto una pubblicità enorme, altrimenti la vedevano in 200. Sono riconoscente anche verso Celentano, Elton John, che mi hanno difeso, e verso tutte le persone di cultura da cui ho ricevuto decine di telefonate di plauso.

Ritiene che le navi da crociera in laguna inquinino? Sono un inquinamento visivo e tecnico. Questi mostri non in scala con la città fanno impressione. Se succede una disgrazia come successe a Genova… Lì la nave andò a sbattere con la torre d’entrata del porto: a parte il fatto che ci sono stati 6-7 morti, quella torre la ricostruiscono, era moderna; se a Venezia una nave sbatte contro Punta della Dogana o Palazzo Ducale o l’Isola di San Giorgio perdiamo quei luoghi monumentali con un danno gravissimo per tutto il mondo. Sono nato per caso a Santa Margherita Ligure, mi sento venezianissimo e ho il dovere di difendere da questi giganti la città in cui ho vissuto trenta anni, con una famiglia che è lì da cinque generazioni.

Un argomento usato a favore delle grandi navi è che, non facendole transitare dalla laguna, si perderebbero 5mila posti di lavoro. Assolutamente no: il problema è che non passino nel bacino di San Marco davanti alla Salute. Facciano un altro giro. Arrivando normalmente nel porto non si perde nemmeno un posto di lavoro. Anzi, adottando altre soluzioni servirebber mezzi di trasporto diversi tra fuori laguna e la città e facendo guadagnare posti di lavoro.

La fotografia fa paura? Perché? Perché mostra le cose. Gli scritti sono importanti ma la foto fa vedere la realtà, i disastri o quel che si vuole contestare. Il sindaco ha sostenuto che avrò usato chissà quali teleobiettivi falsando le prospettive. Non è vero: ho un milione e 500mila foto in archivio, mai usato teleobiettivi. Addirittura ho dovuto usare grandangoli perché le navi erano così grandi che non entravano nel mirino.

Lei usa il digitale? Fotografo solo in analogico e in pellicola per evitare taroccamenti. Come tutte le rivoluzioni il digitale ha portato bene e male: bene perché ha avvicinato alla foto migliaia e migliaia di persone; male perché quasi tutti fotografano malissimo. La fotografia ha regole che nessuno rispetta più per ignoranza. Prima dovevi studiare come per il dottore, l’ingegnere, l’architetto; oggi uno compra una macchina e dice di essere fotografo. No, è uno che scatta fotografie e, il più delle volte, male. Ho imparato studiando sui libri dei grandi e ancora oggi studio. Chi? Tanti, posso citare Cartier-Bresson, i fotografi di Life, Dorothea Lange…

Perché usa il bianco e nero? Perché per il mio tipo di fotografia è più efficace. Il colore distrae. Se fotografo a colori una signora con un golf rosso lei vede subito il golf rosso e non la faccia della signora; in bianco e nero il golf passa in secondo piano e vede il viso. Il colore non è mai obiettivo, non rispecchia quasi mai la realtà. E poi anche il bianco e nero è colore, ha un’infinità di grigi. Ma visto che lei chiama da l’Unità vorrei aggiungere una cosa: sono ancora un vecchio comunista anche se all’acqua di rose. Alle feste de l’Unità ci si sentiva fratelli, essere compagni era importante e c’era uno spirito eccezionale. Diventai comunista non perché avessi studiato i testi classici bensì frequentando gli operai in fabbrica, andando per anni alla Olivetti, alla Ibm, alla Ansaldo, alla Fiat, all’Alfa Romeo. E ora che la classe operaia non c’è più mi sento un po’ abbandonato.

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