Beppino Englaro: “La mia Eluana ha cambiato l’Italia”

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20090515 - MILANO - ACE - BEPPINO ENGLARO INCONTRA STUDENTI. Beppino Englaro durante l'incontro di questa mattina, con gli studenti del liceo classico Manzoni, sulla vicenda di sua figla Eluana.
ANSA / MATTEO BAZZI

Parla il padre della ragazza a cui furono sospese le cure dopo 17 anni in stato vegetativo: “Nessuna sfida, solo rispetto per lei”

Beppino Englaro ha una rete di piccole rughe intorno agli occhi ma lo sguardo senza nubi e la stretta di mano salda delle persone con la coscienza a posto. Sette anni dopo la morte di sua figlia Eluana, un quarto di secolo dopo l’inizio di una vicenda che ha cambiato l’Italia «come il giorno e la notte», la parola fine non è ancora stata scritta. Ad aprile scorso il Tar ha finalmente quantificato in 142mila euro il risarcimento che gli è dovuto come padre e tutore della ragazza di Lecco rimasta in stato vegetativo per 17 anni. Somme dovute poiché la regione Lombardia guidata da Roberto Formigoni nel 2009 aveva vietato alle sue strutture sanitarie di accogliere la paziente per dar seguito al protocollo di interruzione delle cure contravvenendo a una sentenza della Corte di Cassazione. Ma il suo successore al Pirellone, Roberto Maroni, ha deciso di impugnare la decisione, e dovrà esprimersi il Consiglio di Stato.

Cosa prevedeva la Cassazione nell’ormai famosa sentenza che ha dato inizio a un clamoroso caso politico e mediatico che ha spaccato l’Italia?

«Ha stabilito, nel 2007, i principi del diritto all’auto determinazione, che non può avere limiti, cassando tutto ciò che era stato detto prima e rimandando alla Corte d’Appello che doveva verificare solo due presupposti: la condizione fisica dell’Eluana e il suo libero convincimento. La Corte ha poi emanato il decreto del 9 luglio 2008 e da quel momento la politica si è scatenata perché avevo la possibilità di riprendere il procedimento di sospensione delle cure».

Come ha vissuto quel momento?

«Vede, per me la partenza è stata un’altra. Per seguire la storia bisogna capire la nostra famiglia, che già nel ’92 quando accadde l’incidente era avanti. Noi tre, l’Eluana, io e mia moglie Saturnia, formavamo un nucleo molto forte e saldo, basato sul rispetto e sull’aiuto reciproco. Non ci saremmo mai sognati che un altro potesse decidere della nostra vita. Invece all’epoca l’idea di rifiutare le cure non esisteva. Noi volevamo dialogare e ci veniva risposto: impossibile. Dicevamo: lasciate che la morte accada. Per noi il tabù non era la morte bensì la profanazione del corpo in mani altrui».

Da lì cominciò la sua battaglia giudiziaria durata 17 anni e infine vinta. Anche se, in quel febbraio del 2009, la politica ha tentato di tutto per opporsi alla decisione dei giudici.

«Sì, ma prima che della politica l’Eluana è stata vittima sacrificale della medicina. Il problema dell’autodeterminazione in Italia non esisteva, nessuno voleva nemmeno parlarne. Ricordo il cardinal Bagnasco che evocò l’eutanasia, che non aveva niente a che vedere con la sentenza. L’eutanasia è un reato, possibile che il massimo organo giurisdizionale l’avesse autorizzata?».

Non crede che almeno i medici fossero in buona fede, cosa che non di tutti i politici si può dare per scontata?

«Certamente, i medici hanno i loro convincimenti. Ma noi chiedevamo una cosa che ci appariva banale. In uno dei primi colloqui, spiegai a un dottore che mia figlia era un purosangue della libertà. Mi rispose: allora prenda una pistola e le spari. Non era una provocazione, bensì un modo per spiegare che la medicina non concepiva il “no grazie” alle terapie ».

L’hanno accusata di voler spettacolarizzare una vicenda dolorosa. Perché viverla sotto i riflettori anziché, come molti, nell’ipocrisia del chiedere sottovoce all’infermiere di staccare il sondino?

«C’è una lettera che l’Eluana ci scrisse nel Natale ’91, ritrovata molto più tardi, che contribuì alla decisione della Cassazione. Mia figlia ricorda che le abbiamo insegnato il valore del rispetto verso se stessi e gli altri. Non avrei mai potuto deluderla. Prima ancora che noi sapessimo dell’incidente, dato che non eravamo a casa quella notte, la sua amica Francesca aveva commentato che l’Eluana avrebbe preferito la morte alla frattura cerebrale e cervicale. Certo, se non fosse esistita una ragazza con il suo anelito di libertà, che beffardamente si è venuta a trovare in quella situazione, le cose sarebbero andate diversamente. Per noi e per l’Italia».

Secondo lei, l’ondata di protesta che tentò di impedire l’attuazione del protocollo per Eluana, sorse perché siamo un paese cattolico?

«In parte sì. Ma il procuratore aggiunto di Venezia Carlo Nordio ha raccontato in un convegno che anche tanti magistrati erano contro la sentenza».

Grazie alla sua battaglia, ritiene che l’Italia sia cambiata?

«Come il giorno e la notte. Prima il problema di trovarsi nell’incapacità di intendere e volere non era noto. Anche sui media non era mai apparso: ne scrisse per primo Piero Colaprico su Repubblica nel giugno 2000, e i Tg si interessarono. Mi invitò Maurizio Costanzo e lì definii quella di mia figlia una condanna a vita. L’Eluana ha sollevato un velo. La libertà di assumersi le proprie responsabilità è una condizione che non si può perdere ».

Si è fatto molti nemici. Le ha pesato?

«Non penso a loro, a poche persone accecate dall’ideologia, ma ai molti amici che ho incontrato. Ancora adesso trovo gente che mi dice: grazie di quello che hai fatto anche per me. La grande maggioranza delle persone ha apprezzato che un cittadino qualunque abbia cercato in modo trasparente di esercitare un diritto».

Più che agli ideologi, pensavo ai politici…

«La politica ha sentito sfidato il suo primato e si è scatenata contro la magistratura che non poteva non rispondere alla domanda di giustizia. Noi sin dal 2000 abbiamo fatto appello alle istituzioni, loro non sono state in grado di raccoglierlo ».

Berlusconi, Sacconi, Formigoni, Quagliariello, Roccella: in molti le furono contro. Prova rancore?

«Provo grande pena. Si devono scusare con l’Eluana. Io non ne ho bisogno».

La politica del 2016 è migliore di quella del 2009 che cercò, prima con un decreto e poi con un disegno di legge, di sovvertire la decisione dei giudici?

«È la gente che è sempre più avanti. La legge sul fine vita doveva essere fatta in poche settimane e invece è iniziata una nuova legislatura. Ho paura che non ne verranno a capo, perché il tema, così si dice, è “divisivo”. Eppure il principio di diritto c’è già nella Costituzione, basterebbe attuarlo. Come dice Sciascia, in certe situazioni della vita non è la speranza l’ultima a morire ma è il morire l’ultima speranza».

I suoi detrattori insinuavano che volesse fare politica. Ci ha mai pensato?

«Non ho mai avuto queste velleità. Ho rifiutato ogni offerta di candidatura. Ho sbagliato nel 2009 a sostenere la mozione di Ignazio Marino, che era stato vicino a me e mia moglie, perché fu usato come appiglio da chi voleva denigrarmi, e me ne sono tirato subito fuori».

Si è mai pentito o ha mai sentito la forza venirle meno?

«La nostra non è stata una sfida a niente o nessuno. È solo capitato un destino alla persona sbagliata. Non potevamo comportarci altrimenti, a qualsiasi costo. Io sono ancora qui, l’unico rimasto in piedi. Chi ha pagato carissimo sono state l’Eluana e mia moglie. Io ho rispettato mia figlia per 21 anni: anche gli altri dovevano farlo».

La decisione di Maroni è l’ultimo tentativo di negarle giustizia?

«No, è un modo di continuare a sbagliare e di non capire una vicenda semplice, cristallina e inattaccabile perché avvenuta nella legalità e nella società. Non ci sono abituati, evidentemente».

 

(Nella foto Beppino Englaro durante un incontro con gli studenti del liceo classico Manzoni, sulla vicenda di sua figla Eluana. Maggio 2009 / ANSA / Matteo Bazzi)

 

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