“Bene evitare il voto ma va regolato il lavoro occasionale”. Parla Carlo Dell’Aringa

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L’esperto e deputato Pd: “Oggi una consultazione avrebbe effetti negativi. Meglio aprire un tavolo con le forze sociali”

Avrebbe preferito avere più tempo, per trovare forme alternative ai voucher per le imprese. Ma il diktat referendario ha accelerato i tempi. «Ora bisogna fare in fretta, e aprire alla proposta Cgil, perché il referendum avrebbe effetti dannosi, aumentando la conflittualità già troppo alta». Carlo Dell’Aringa, esperto del mondo del lavoro, viceministro con il governo Letta, deputato Pd in commissione Bilancio, si aspetta che il governo emani un decreto, per sminare il terreno.

Non basta la proposta di legge oggi in commissione Lavoro?

« C’è bisogno di un intervento normativo, perché un disegno di legge da discutere in aula prende troppo tempo, mentre un decreto può essere fatto entro la data del 28 maggio».

Non serve anche la conversione per evitare la consultazione?

«Sì, ma i tempi, anche se stretti, ci sarebbero. E in ogni caso, male che vada, il decreto sarebbe comunque già in vigore e toglierebbe quindi terreno al referendum. I tempi tecnici ci sono: quello che manca ancora è la vera soluzione, cioè cosa fare per evitare il referendum».

Ecco, cosa fare?

«Su questo punto vorrei distinguere la mia posizione da uomo politico e da esperto. Dal punto di vista politico penso che sia necessario fare di tutto per evitare il referendum perché i danni che si creerebbero sarebbero maggiori dell’abolizione completa dei voucher. C’è una congiuntura politica densa di conflittualità: meglio evitare il voto e andare incontro alle richieste Cgil».

Che vuol dire concretamente?

«Vuol dire in sostanza togliere il riferimento alle imprese nel testo all’esame della commissione Lavoro. Su tutto il resto credo che il sindacato non opponga resistenza. In buona sostanza bisogna tornare alla legge Biagi.Oggi si è fatto un passo verso quella direzione, prevedendo che i committenti possano essere solo le famiglie,ma si è allargato a tutti i lavoratori, e non solo a studenti e lavoratori. Dal punto di vista dei referendari di fatto la normativa è svuotata se si toglie il riferimento alle imprese».

C’è anche l’uso della Pa.

«Anche quello si potrebbe togliere, anche se l’elemento sostanziale sono le imprese. Sul resto si può anche discutere, non è un punto critico così forte. Ricordiamo infatti che il testo della Lavoro introduce un terzo tetto rispetto alla Biagi che limita a 3.000 euro anni l’utilizzo complessivo da parte dei committenti. Insomma, rispetto al passato alla norma originaria c’è un allargamento dei lavoratori(che non sono solo studenti e pensionati) e un limite all’utilizzo. Ci si può stare. Così come si può evitare la polemica sull’handicap. Ripeto: questa è la mia posizione dal punto di vista politico. Da tecnico avrei preferito un’altra cosa».

Cioè?

«Da esperto osservo che le imprese hanno visto ridursi alcune forme di flessibilità: prima con il governo Letta, che ha eliminato il lavoro a chiamata, poi con il Jobs Act che ha cancellato i collaboratori. Anche per questo motivo sono esplosi i voucher. Sarebbe stato opportuno sostituirli con forme di lavoro occasionale accettabile. Tanto più che c’è nelle proposte della Cgil il lavoro occasionale con una sorta di carta magnetica. Avendo avuto tempo si potevano diminuire i voucher in favore di strumenti più strutturati, che danno più garanzie ai lavoratori. Invece si è lasciato solo questo strumento, spesso utilizzato impropriamente».

Perché non si è fatto prima?

« L’esplosione dei voucher c’è stata nell’ultimo anno: si è fatto il tagliando del Jobs Act e si è deliberata la tracciabilità. Si è voluta colpire l’illegalità, ma il problema non è quello. Il fatto è che c’è un uso eccessivo di uno strumento legale. Anche se non va dimenticato che i voucher rappresentano lo 0,6% del costo complessivo del lavoro. Vuol dire che in molti li usano, ma per poche ore».

All’estero si sono scelte altre forme.

«In Germania con i mini-job si è scelta comunque una forma di lavoro subordinato, anche se oggi si sono accorti che gli importi erano troppo bassi. In Francia ci sono i voucher, si chiamano “cesu”, che vengono utilizzati solo dalle famiglie per pagare il welfare familiare (asili, baby sitter, badanti), sono deducibili dal reddito e in caso di incapienza vengono distribuiti. Da noi, con l’introduzione del welfare aziendale, si potrebbe sperimentare un nuovo tipo di voucher sul modello di quello francese. Con il confronto con le parti, si sarebbero potute studiare forme alternative. Ma ora con il referendum non c’è più tempo».

Magari senza referendum non si sarebbe fatto nulla.

«Credo che in queste materia si debba essere molto laici e pragmatici. Le leggi vanno sottoposte a tagliando tutti gli anni, c’è più bisogno del cacciavite che di riforme epocali. Sarebbe stato meglio per i voucher e oggi sarebbe utile anche per i licenziamenti. È importante analizzare la realtà senza pregiudizi e correggere le norme ».

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