Bellanova: “Non voto. Dal Sì solo terrore sulla politica energetica”

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La viceministro allo Sviluppo Economico: “In mare si estrae per lo più gas e l’impatto ambientale è pari allo zero”

Dal Lavoro allo Sviluppo economico. Teresa Bellanova, da due mesi, dopo essersi occupata in prima linea del Jobs act, sta seguendo i tavoli di crisi industriali, gli incentivi e i sostegni alle imprese. Ma tra le sue deleghe c’è anche quella sull’energia. Il referendum del 17 aprile sulle trivelle è cosa che la riguarda direttamente, quindi. “Vedo in giro troppa demagogia su un tema serio. Chi sostiene il sì prevede catastrofi petrolifere in ogni parte del nostro mare, ma le cose non stanno così”, dice Teresa Bellanova.

Come stanno allora viceministro?

“Ci sono piattaforme di estrazione da più di quarant’anni nei nostri mari. Non c’è stato mai un pericolo per l’ambiente. Ci sono funzionari e tecnici che svolgono un lavoro enorme per verificare e garantire la sicurezza dei siti. I controlli sono continui e capillari”.

Ma la percentuale di gas e petrolio estratta in mare è così decisiva per il fabbisogno energetico dell’Italia?

“Noi stiamo portando sempre più velocemente il Paese a reggersi sulle fonti rinnovabili di energia. Sono stati dati oltre sei miliardi di incentivi fino al 2013 e altri stiamo per darne con un nuovo decreto sulle rinnovabili non fotovoltaiche. Il petrolio, e soprattutto il gas, in questa fase di transizione ci servono. E in mare si estrae prevalentemente gas, il cui impatto ambientale è pari allo zero, il 28% della produzione nazionale. Il confronto portato avanti con slogan e demagogia non tiene conto di queste cose e sta già producendo danni alla nostra economia, uno dei motivi per cui sarebbe stato meglio non farlo il referendum”.

Quali sarebbero questi danni?

“Nel settore stanno velocemente crollando gli investimenti. L’annuncio del referendum ha fatto già fuggire dall’Italia sei miliardi di euro tra il 2014 e il 2015. La vittoria dei sì ce ne farebbe perdere altri sette di miliardi. Io ho responsabilità di governo e non posso fare finta di non vedere. Quando i soldi se ne vanno da un’altra parte, se ne vanno via anche posti di lavoro”.

Quanti sono gli addetti nel settore delle concessioni in mare?

“Guardi, secondo le stime più contenute pochi mesi dopo la vittoria dei sì ci troveremmo con cinquemila posti di lavoro in meno, compreso l’indotto . Si tratta di lavoratori altamente specializzati, tecnici e ingegneri. Altro che rimpatrio di cervelli, noi così quelli che abbiamo li facciamo fuggire. Sarebbe messa in ginocchio l’economia di alcune città importanti della costa adriatica. Quel che stiamo facendo è un suicidio nazionale, non lo dico io lo ha detto il professor Romano Prodi. E per i ruoli che ha avuto in Italia e a livello internazionale dovremmo tutti ascoltarlo un po’ di più”.

Insomma, i fautori del sì starebbero fuori dalla realtà?

“Questo lo dice lei. Io voglio solo ricordare che oltre al crollo di sette miliardi di investimenti, e non mi pare che stiamo parlando di briciole, ci saranno costi enormi una volta che tutte le concessioni finiranno. I pozzi dovranno essere chiusi con un costo stimato per difetto intorno ai due miliardi di euro. Non solo. Vorrei far presente, così come ci spiegano i tecnici di valore che abbiamo al ministero, che la chiusura di un pozzo non ancora completamente esaurito è anche un’operazione pericolosa, oltre che costosa. Noi, tra l’altro, stiamo parlando delle piattaforme entro le 12 miglia marine, quelle di cui si occupa il referendum. Ma con la vittoria dei sì le aziende abbandoneranno anche tutte le altre. È da irresponsabili non tenere conto di tutto questo. Un motivo in più per dire che il referendum è dannoso oltre che inutile”.

Quindi, lei cosa consiglia di fare agli italiani il 17 aprile?

“Stiamo assistendo ad una campagna referendaria da parte dei sì fatta di slogan e demagogia, come se sul futuro energetico nazionale del nostro Paese si potesse parlare seminando terrore. Il governo è impegnato a valorizzare le bellezze naturali, paesaggistiche, artistiche con misure che nessuno prima di noi ha preso prima. Se vogliamo far prevalere la ragione, la cosa più saggia da fare il 17 aprile è non andare a votare. Questa è la mia posizione e del mio partito, il Pd. E questo io farò”.

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