Bellanova: “C’è un clima di fiducia da coltivare”

Lavoro
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Sui giovani stiamo lavorando seriamente senza fingere di avere bacchette magiche

La sottosegretaria al Lavoro Teresa Bellanova ha lavorato ai dossier più importanti del governo Renzi, dal Jobs Act alle misure per le lavoratrici madri, fino ai nuovi ammortizzatori. Chiediamo a lei di commentare la ricerca Swg.

Come pensa che il governo risponda alla voglia di cambiamento che gli italiani sentono molto forte?
«Innanzi tutto la voglia di cambiamento è uno stato d’animo, non è una scelta politica e non si determina per legge. Lo dimostra l’andamento ondivago dei risultati elettorali, la rapidità con cui si aggregano e disaggregano entità politiche. Parlo di voti ma anche d’iscritti e parlo anche di astensionismo. Ma è anche un clima di fiducia che si può favorire mettendo in campo le condizioni e gli strumenti giusti. Come governo e come partito stiamo lavorando per dare forza ad alcune scelte politiche. Man mano che si esce dall’emergenza comincia un lavoro più pacato e profondo: quello di consolidare un’area di consenso la più ampia possibile intorno a un’ipotesi di lavoro che guarda al medio e lungo periodo. Il cambiamento vero si misura su quei tempi».

Uno dei fattori più importanti nel sentimento popolare è la meritocrazia. Crede che sul posto di lavoro oggi sia più facile premiare il merito?
«Nei principi di riforma della pubblica amministrazione messi in atto dal governo, la meritocrazia è il fondamento di un’idea dello Stato del tutto differente dal passato. Nel settore privato le organizzazioni datoriali e del lavoro devono costruire un sistema in grado di valorizzare il merito attraverso criteri di trasparenza ed equità. Per una volta direi che, sul piano dei principi, il privato dovrebbe copiare dal pubblico».

Quanto potrà influire su questo punto la formazione e l’orientamento al lavoro?
«Molto, moltissimo. L’innovazione di processo e di prodotto deve reggere la competizione globale e senza formazione, tutti, non solo i lavoratori ma anche i manager, i dirigenti non possono reggere al ritmo. L’orientamento al lavoro è un tassello rilevante e sono certa che tale rilevanza saprà essere colta anche dalle imprese».

La piaga dell’Italia resta la disoccupazione giovanile, come ci ha ricordato il presidente Mattarella. Cosa può fare il governo per recuperare posizioni?
«L’occupazione giovanile è un capitolo, il più delicato, della grande agenda sul lavoro. Il governo ha fatto la sua parte, penso a Garanzia Giovani, al Jobs Act ma anche a un complesso sistema di misure contenute nella Legge di Stabilità. Abbiamo ridato fiducia al Paese dopo una lunghissima stagnazione che non attribuisco soltanto alla congiuntura internazionale ma anche a limiti gravi delle politiche nazionali ed europee di quest’ultimo ventennio. Stiamo lavorando seriamente e senza fingere di avere bacchette magiche. Solo tra parentesi ricordo che a partire dal 13 gennaio prossimo saranno disponibili 50 milioni per nuove imprese avviate da giovani tra i 18 e i 35 anni e da donne attraverso il nuovo bando di finanziamento a tasso zero di Invitalia, teso a finanziare progetti con budget sino a un milione e mezzo di euro”.

Anche l’evasione fiscale è un buco nero difficile da eliminare. Il governo avrebbe potuto fare di più?
«Azzardo che l’evasione fiscale sia stata persino tollerata come un aiuto di Stato mascherato. È una storia che ci porterebbe lontano e che richiederebbe la ricostruzione di un modello di capitalismo debole e, per così dire, protetto. Ormai non ci possiamo permettere niente di tutto questo. Né una evasione tanto ampia, né una pressione fiscale tra le più abnormi d’Europa. Le due cose ovviamentesi tengono».

A che punto è l’Italia sul fronte dell’innovazione?
«Il governo non fa Ricerca & Sviluppo per le aziende, può solo creare le condizioni necessarie perché l’impresa e la ricerca, privata e pubblica, sia libera di svilupparsi e di dare risultati percepibili sul mercato. Penso alle misure a sostegno delle start up giovanili e all’ampliamento di quelle stesse misure alle pmi. Naturalmente non è detto che quanto è necessario sia anche sufficiente. Faremo di più e meglio nelle maglie strette dei vincoli di bilancio ma forse è necessario che un bel po’ d’imprese, “belle addormentate” si sveglino e comincino a pensarsi come ai bei vecchi tempi del Made in Italy. Giro parecchio e vedo che stiamo tornando prepotentemente di moda. Il che vuol dire sul mercato».

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