“Basta parlare di Verdini, per battere Grillo il Pd riscopra il conflitto”: parla Mario Tronti

Politica
ANSA/ RICCARDO ANTIMIANI

Il filosofo e senatore: “Questa idea per cui per governare devi andare verso il centro non regge più. La crisi ha riaperto la forbice sociale, la sinistra deve dire da che parte sta”

“Dobbiamo ritrovare le faglie del conflitto, cui dare forma e coscienza, quindi anche organizzazione e strumenti di lotta. Ecco perché non mi convince molto il discorso di Alfredo Reichlin, il suo ripartire dalle ragioni dello stare insieme come italiani. Ma chi sono gli italiani? Io penso che in questa società sempre più divisa tu devi rappresentare una parte”. Filosofo della politica prima che senatore del Pd – il suo testo più famoso, Operai e Capitale, compie quest’anno mezzo secolo – Mario Tronti parte dall’avvertenza che ogni intervistatore vorrebbe sentire prima di cominciare. E cioè che capisce bene le ragioni per cui chi ha un ruolo politico di primo piano non può dire quello che dice lui, ma non considerando se stesso un politico di primo piano, semmai uno che sulla politica riflette, non ritiene di doversi fare gli stessi scrupoli. Quanto alla sua obiezione all’articolo di Reichlin sulle lezioni del voto amministrativo, il ragionamento, inevitabilmente, parte da lontano. “Il punto di partenza – spiega – è una crisi economica mondiale, ormai decennale, che non è esplosa. Il che non è necessariamente un bene, perché quando una crisi esplode fa anche intravedere le possibili soluzioni. Come dice Hölderlin: ‘Lì dove c’è il pericolo, cresce anche ciò che salva’. No. Qui c’è una crisi che non finisce, che ha scavato come una goccia sul marmo nella vita delle persone, ha cambiato la composizione sociale e rimesso in campo una divaricazione che sembrava dissolta. Lo vediamo nell’emergere di una destra antica, in tutta Europa. E lo vediamo in America, dove emerge Trump, ma pure Sanders: un segnale di una certa eloquenza”.

Un segnale che dice che cosa, esattamente, alla sinistra italiana?

Anzitutto che questa idea secondo cui per governare devi andare verso il centro non funziona più, perché sono cambiate le cose. Il processo di “cetomedizzazione” si è fermato, anzi, si è invertito: una piccola parte del ceto medio è diventata ricca, mentre una parte molto più larga è andata indietro. Dunque, in questo quadro, una sinistra con u n’ambizione maggioritaria è possibile ed è quello che serve per battere l’antipolitica, per asciugare l’acqua in cui nuota.

Renzi ha detto che il voto ai cinquestelle è un voto di cambiamento, non di protesta.

Sì, capisco che lo dica. Io però aggiungerei: un cambiamento cieco, senza prospettiva.

A suo giudizio cosa lo ha causato?

Ci sono diversi fattori. Uno politico. A Roma non c’è stato solo il problema della cattiva amministrazione recente, degli scandali e delle inchieste, ma anche del modo in cui si è deciso di uscirne, con la caduta di Marino. Se tu crei il vuoto, poi qualcuno lo riempie sempre. Se vuoi cambiare, devi avere una carta di riserva, non puoi dire: azzeriamo tutto e poi vediamo. Ci devi pensare prima, altrimenti poi vai incontro a qualcosa che non puoi prevedere e nemmeno capire.

Cosa intende dire?

Voglio dire questo: vedo una subalternità della politica rispetto all’opinione, che ci deve sempre preoccupare. Perché non è vero che l’elettore ha sempre ragione: ecco un’altra cosa che un politico non può dire. Ma se rifletti sull’indicazione che viene dal voto, puoi anche concluderne che quell’indica – zione non va nella direzione giusta, perché questo ti dà modo di dire come si cambia.

A suo giudizio qual è il segnale che viene dal voto?

Il dato oggettivo è il disorientamento di massa. Si potrebbe fare un gran discorso sulle sue cause, dal mutamento della composizione sociale a quello della struttura urbana, ma prima di tutto dobbiamo dire che questo disorientamento noi lo abbiamo in parte provocato, perché abbiamo smesso di orientare, che è la funzione naturale della politica. Quando la politica non ha più un progetto, non orienta più, decade, degrada.

La politica o i partiti?

Io sostengo da tempo che la crisi dei partiti è venuta prima e ha causato la crisi della politica. Si è cominciato con la destrutturazione delle forme organizzate della politica. Ma la politica o è organizzata o è crisi. E oggi è crisi. Di qui anche l’umore antipolitico che abbiamo lasciato scorrere nelle vene del paese.

Se è per questo lo abbiamo pure cavalcato, per non dire alimentato, o no?

Lo abbiamo cavalcato quando pareva favorirci ed è stato un errore devastante, che ha prodotto l’emergenza che abbiamo davanti.

Non è troppo duro il suo giudizio sui Cinquestelle? Nella loro richiesta di rinnovamento radicale, nel loro assemblearismo e nelle loro suggestioni di democrazia diretta, non hanno anche qualcosa di simile ai movimenti degli anni sessanta? Non sono in qualche misura anche figli di quella stagione?

Malgrado mi sforzi, non riesco a vedere questo elemento. Il Movimento 5 Stelle è puramente contro. Anche questo risultato elettorale è figlio di un voto esclusivamente contro. Non c’è nessuna indicazione di una credibile alternativa.

Le diranno che così demonizza l’avversario.

Intendiamoci. Io ho rispetto per chi dice: io sono di destra. Guardi, perfino per chi dice: io sono fascista. Ma non riesco a prendere sul serio chi dice di non essere né di destra né di sinistra. Perché chi lo dice sta già facendo un discorso di destra, solo che non lo sa. E questo per me è insopportabile. Adesso sento dire che dovremmo dialogare con i Cinque stelle…

Lo ha detto Pier Luigi Bersani.

Non voglio fare polemiche. Ma a parte il fatto che dopo le elezioni del 2013 abbiamo già sperimentato questa strada, e abbiamo visto com’è andata, io credo che i Cinquestelle non vadano accarezzati. Credo che vadano combattuti, come si combatte un avversario politico. Vede, a me hanno insegnato che in ogni fase c’è un particolare avversario su cui devi concentrare la lotta, anche mettendo da parte altre questioni. Insomma, pure questa ossessione per Verdini! Il nostro avversario è l’antipolitica: se non si batte quello, non c’è possibilità di governo, non c’è possibilità di una vera opposizione, non c’è possibilità di riforme sociali e istituzionali, perché c’è un tappo che impedisce il funzionamento delle istituzioni. Oggi il nemico da battere è questo umore antipolitico che è cresciuto fortemente nel paese, che certamente ha mille ragioni di cui possiamo discutere, ma queste ragioni, ecco il punto che un politico non può dire, non lo giustificano.

E come si combatte?

Leggo di nostalgie uliviste. Figuriamoci, io sono un uomo pieno di nostalgie… diciamo che coltivo nostalgie di altra qualità. Ma il fatto è che oggi considero sbagliato ripresentare una proposta di centrosinistra. Dinanzi al ritorno di così forti divaricazioni sociali, è una risposta debole. A parte poi che l’Ulivo era tenuto insieme dal collante dell’antiberlusconismo, che aveva sostituito altri collanti e che ha pure funzionato, permettendo di andare al governo e fare cose che non disprezzo affatto. Ma oggi non ha senso ripetere che bisogna conquistare il centro: il centro non c’è più, c’è una divaricazione sociale che ha fatto riemergere una destra antica, cui bisogna rispondere con una sinistra nuova.

Com’è una sinistra nuova, secondo lei?

Una sinistra moderna, autorevole, responsabile. Una sinistra di governo, che faccia i conti con l’Europa, con i mercati. A me sta bene il partito a vocazione maggioritaria, che preferisco alla coalizione, e anche una leadership forte, se è capace di crearsi attorno una classe dirigente forte. La ricostruzione di classi dirigenti autorevoli e riconosciute, dal centro alla periferia, è un grande tema. Oggi il Pd deve fare questa mossa coraggiosa, darsi questa identità di grande forza della sinistra che non ha paura di presentarsi come tale, e che sia al tempo stesso inclusiva. Forse proprio oggi, dopo il rinnovamento renziano, è possibile farlo: questo nuovo gruppo dirigente dovrebbe ristrutturarsi, riqualificarsi, dare di sé un’altra immagine.

Più rassicurante?

No, non più rassicurante. Al contrario. Noi dobbiamo riscoprire il conflitto politico, altrimenti non si batte l’antipolitica. E poi vorrei dire un’ultima cosa.

Prego.

Non dovremmo più usare la parola cambiamento, che ormai ha un significato neutro, ma trasformazione, che vuol dire dare forme nuove alle cose. Questa parola è assente dal dibattito e forse invece è la parola chiave. Cambiamento è parola impolitica,è qualcosa che accade. Trasformazione chiama in causa la soggettività, è qualcosa che tu devi far accadere.

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