Bassolino: “Dopo la catastrofe napoletana, con Matteo rifacciamo il Pd”

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L’ex sindaco “da militante e fondatore Pd”: ora vincere nei ballottaggi, poi fase nuova, demolire le correnti e più qualità nel governo e nel partito

A qualche giorno dal voto napoletano così deludente per il Pd, Antonio Bassolino si dedica alla sua attività preferita, quella di nonno. Questa intervista si svolge, dunque, negli intervalli di una passeggiata con il nipotino. Ma si sbaglierebbe a pensare che il popolare leader napoletano non sia interessato a quel che accade a Napoli e nel Pd. Un po’ distaccato dal gioco politico quotidiano, come si addice alla sua età e alla sua storia, ma non un semplice osservatore. In questa intervista dice la sua opinione di “militante e fondatore del Pd” e di uno che ha “votato Renzi, ma non è renziano”. Il suo è un “grido di dolore e d’allarme”. E un accorato appello al premier-segretario: “Bisogna rifare tutto”. E bisogna fare in fretta. E non solo a Napoli.

Presidente Bassolino, Matteo Renzi ha detto che è ora di intervenire con il lanciafiamme sul Pd che non va. Lei è d’accordo? E magari pensa che è bene cominciare proprio da Napoli, dove c’è stata la batosta più forte e di cui è stato già annunciato il commissariamento?

Certo, semmai trovo che si sarebbe dovuto intervenire prima. Prima che avvenisse il disastro scrivevo sul mio profilo Facebook: “Renzi intervenga con determinazione, prima che il Pd precipiti in un burrone politico e morale”. Questo post era un grido di dolore e di allarme sul Pd a Napoli. È stato scritto prima delle liste, della campagna elettorale, dei guai delle ultime ore. Purtroppo nel burrone il Pd è precipitato. Per rimetterlo in piedi si deve rifare tutto. Commissariare il Pd provinciale e regionale con persone autorevoli e fuori dalle rigide correnti. Azzerare l’attuale tesseramento militarizzato e lottizzato. Preparare un congresso di rifondazione. Bisogna dare al partito un corpo (iscritti veri), una testa (un gruppo dirigente), un’ani – ma. Dobbiamo muoverci subito, con responsabilità e passione politica.

Da dove nasce questa catastrofe napoletana?

Nel risultato elettorale sono evidenti i problemi organizzativi e politici di un partito diviso in microcorrenti che ha perso ogni contatto con la realtà. C’è stato un grave deficit di politica che ha accentuato il paradosso napoletano.

Qual è questo paradosso?

Il fatto che è stato consentito a Luigi De Magistris di non essere giudicato per quello che ha fatto nei cinque anni di governo della città dei quali nessuno gli ha chiesto conto, e di presentarsi come se venisse da cinque anni di opposizione. La debolezza della nostra candidatura ha costretto Renzi a esporsi in prima persona, quasi che il candidato fosse lui, offrendo così al sindaco uscente l’opportunità di presentarsi come l’oppositore al governo nazionale e a non dover rendere conto del suo operato come sindaco. Tutti quei ministri scesi a Napoli – a fin di bene, per carità – hanno sollecitato l’anima ribellista che è da sempre una componente forte del popolo napoletano.

Da Napoli al quadro nazionale, dove vede i punti critici del Pd?

È un problema che non nasce oggi. Io vedo una grande questione nel rapporto con le periferie della grandi città: a Napoli, come a Torino, a Roma, a Milano, c’è una grande sofferenza sociale e io dico anche civile. Una grande e moderna forza riformista di centrosinistra quale deve essere il Pd deve rappresentare anche questa nuova sofferenza e dare ad essa risposte: penso ai problemi della sicurezza, per esempio, che non sono affatto di destra, ma cui anche noi dobbiamo offrire soluzioni. Certo, un centrosinistra moderno non può limitarsi a rappresentare solo questa sofferenza, ma da essa non può prescindere. Se guardo a Napoli, questo profilo di centrosinistra mi è sembrano non esserci, offuscato da una lontananza dai problemi reali e da quell’alleanza con Ala, mai discussa in alcuna sede, di cui oggi tutti rifiutano, a Napoli e a Roma, la paternità.

Serve una scossa? Da dove ripartire?

Il voto ha indicato con chiarezza le difficoltà. Ora ci si deve impegnare tutti per vincere i ballottaggi, ma bisogna pensare a ricostruire il partito e a rilanciare l’azione di governo. Non basta qualche personalità importante che affianchi il leader: serve un tagliando alla squadra di governo e un nuovo gruppo dirigente del partito. Lo dico a tutti: alla maggioranza e alla minoranza. C’è un certo renzismo territoriale che è più insidioso avversario di Renzi medesimo. Ma non serve neppure arroccarsi in una logica minoritaria. Il Pd deve fare il Pd: un partito moderno, ma di centrosinistra.

Da dove partire? Il problema è il doppio incarico del segretario-premier?

Non credo proprio. Io ho sostenuto Renzi, ma penso che la fase della rottamazione, pur necessaria per dare una scossa, sia esaurita. Renzi è uno straordinario velocista, ha fatto benissimo i 400, ma ora deve affrontare la mezza maratona e la maratona. Insisto: il problema è creare una squadra forte sia al governo che nel partito. Serve qualcuno che sappia dire lealmente al premier e al segretario quando sbaglia, ma senza arroccamenti minoritari. Nel partito si deve aprire una fase nuova: che partito vogliamo? Quale militanza, quali gruppi dirig enti?.

Lei è disponibile a dare una mano?

Non cerco posti, non mi serve. Negli ultimi cinque anni non sono stato chiamato neppure a presiedere un’as – semblea di circolo, ma ho sempre trovato il modo di dire la mia opinione e continuerò a farlo. Quel che penso l’ho scritto e detto di persona anche a Renzi quando l’ho incontrato. Sono un militante e un fondatore del Pd, per cui, se mi sarà chiesto, non mi sottrarrò a contribuire a questa fase nuova che ritengo necessaria e urgente.

In cosa dovrebbe consistere questa fase nuova nel partito?

Intanto bisogna demolire il meccanismo delle correnti e chiamare tutti a dare un contributo a rifare il Pd. Il toro va preso per le corna. Ora. Senza aspettare un minuto di più. Mi auguro che Renzi ne sia consapevole.

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