Bassolino: “Con Mosca Enrico si spinse al limite”

Berlinguer
Antonio Bassolino con la moglie entra nella Casa del Cinema adibita a camera ardente per il regista Francesco Rosi 12 gennaio 2015, a Roma.
ANSA/MASSIMO PERCOSSI

“Sapeva che le critiche dei dirigenti Pci erano più avanti della base che con il Pcus aveva un legame forte Dopo la morte di Moro cambiò tutto, Berlinguer fu spiazzato. Il compromesso storico non resse e poi ci fu il terremoto dell’80″

Antonio Bassolino, Berlinguer è stato rivoluzionario o conservatore? Innovatore o immerso pienamente nel suo tempo?
«È stato entrambe le cose, rivoluzionario e conservatore, come ha detto pubblicamente e a me più volte in privato. Erano due facce della stessa medaglia. E si riferiva a se stesso e al Pci. Anzi, c’era in lui un elemento di continuità con la tradizione del Pci già con Togliatti, naturalmente nei limiti del mondo di quell’epoca. Togliatti si spinse fino al memoriale di Yalta nel ‘64, poco prima della sua morte: quello fu il suo punto più innovativo».

Quale fu il punto più innovativo di Berlinguer, invece?
«Fu più forte che in Togliatti, che sentiva di più il peso della tradizione. Berlinguer andò oltre in politica sia estera che interna. Assunse posizioni più critiche, anche rispetto a Longo, sull’Urss e sui Paesi dell’Est. Lo fece al congresso e nella famosa intervista a Giampaolo Pansa sul Corriere in cui disse che si sentiva molto più tranquillo sotto l’ombrello della Nato. Una critica senza precedenti che fece scalpore. Ho vivo un ricordo personale».

Racconti.
«Ero a Mosca in quei giorni. Giovane capo di una delegazione di segretari di federazione del Pci. Tutti con meno di trent’anni. Con me tra gli altri c’erano Vannino Chiti e Ugo Sposetti, lì per una serie di incontri con il Pcus. L’ultimo giorno fummo ricevuti al comitato centrale da Boris Ponomariov, allora ideologo ufficiale del partito, che aveva sul tavolo l’intervista di Pansa con la traduzione».

Non era contento.
«Era furioso dietro la glaciale apparenza formale. Si alzò per il brindisi di saluto con un bicchierino di vodka, come usava allora, e sferrò per cinquanta minuti un attacco violento a Berlinguer e alla politica estera del Pci. Fu un processo, in quella stanza, attorno a quel tavolo».

E voi come reagiste?
«Quando toccò a me rispondere al saluto mi alzai e, nell’imbarazzo dell’interprete parlai volutamente più di Ponomariov, un’ora intera, per ribattere punto su punto. Restò male, ma fu una difesa doverosa di Berlinguer e del partito».

Allora è infondata l’accusa di chi ritiene Berlinguer comunque troppo legato e condizionato da Mosca?
«Ha via via accentuato l’autonomia rispetto a quel mondo, con gli interventi sulla fine della spinta propulsiva della Rivoluzione di Ottobre e sulla democrazia come valore universale, ma è indubbio che un legame è rimasto. Per ragioni internazionali ma anche italiane. Sapeva che le posizioni critiche assunte via via dal gruppo dirigente erano più avanti rispetto alla base del Pci che con Mosca aveva un rapporto politico e ideologico molto forte. Il problema fu che Berlinguer si spinse fino al suo limite ma non lo superò».

Nessun altro dirigente del Pci dell’epoca lo fece, però.
«Certo. Pensavamo che si dovesse rompere però restavamo tutti lì. Si sperò anche che il tentativo di Gorbaciov portasse alla riforma di quei regimi. Anche se per me l’ultimo treno era passato già nel ‘68 con i carri armati a Praga. Non avevo più illusioni né speranze. Ricordo una direzione del ‘79, dopo l’invasione sovietica dall’Afghanistan. Mi alzai per dire che era inammissibile, Giorgio Amendola mi fulminò con lo sguardo e sbatté il pugno sul tavolo: “Non capisci che il mondo è diviso in due parti e noi dobbiamo stare da una?”. Erano le stesse parole usate da Ingrao sui fatti del ‘56 in Ungheria, in un’editoriale sull’Unità di cui poi si scusò. Rievoco questo per dire come il legame con quel mondo era rimasto oltre il limite giusto».

Sul piano dei diritti civili, Berlinguer fu innovatore o conservatore? Occhetto lo ricorda attento al femminismo, ma sul divorzio fu tiepido.
«Gli anni più felici di Berlinguer, come ha colto Giuliano Ferrara, furono dal ‘74 al ‘76. L’Italia cambia, lui accompagna e in parte guida questo cambiamento. Sul divorzio comincia con cautela, poi si scioglie e il referendum diventa un grande fatto civile, il primo passo di un’operazione civile e sociale. È una stagione felice, ci sono grandi sindaci come Novelli a Torino e Valenzi a Napoli. Nel ‘76 porta il Pci a un ottimo risultato nelle urne, con un allargamento a settori finora lontani della società. Ben oltre la classe operaia, il mondo del lavoro e le élite intellettuali. Si avvicinano insegnanti, ceto medio, giovani».

Poi qualcosa si incrina. Perché ha fallito la politica del compromesso storico?
«Comincia una fase delicata nei rapporti tra il compromesso storico, la vera grande strategia berlingueriana, e la politica di solidarietà nazionale. Lui ha cercato di distinguere ma non era semplice, perché dal voto era no usciti due vincitori. Poi il 9 maggio del ‘78 viene ucciso Aldo Moro, suo grande interlocutore. E ferita a morte la politica di Berlinguer, che è spiazzato come racconta il suo storico autista Alberto Menichelli. Cambia tutto. Senza l’omicidio di Moro la storia italiana sarebbe stata tutt’altra».

Menichelli racconta anche che lei da giovanissimo era uno dei cocchi del leader comunista. È vero?
«Avevamo un rapporto molto affettuoso. Lui e Pietro Ingrao sono stati i grandi maestri della mia formazione».

Dopo la morte di Moro che successe?
«Tutto diventò difficile. E poi il 23 novembre del 1980 arrivò il terremoto in Irpinia e Basilicata. Ero a Napoli quella sera, saltai in macchina con due giornalisti dell’Unità, Rocco Di Blasi e Vito Faenza. Raggiungemmo i paesi, c’erano migliaia di morti sotto le macerie, era impressionante. Restammo lì diversi giorni, con lo Stato lontano e assente e i media che non davano il senso della tragedia. Telefonai a Berlinguer e gli dissi: bada, la realtà è molto più drammatica di quanto appare a Roma. Mancavano le pale per scavare, i soldati senza mezzi si riscaldavano ai fuochi da campo».

Le prime 48 ore dopo il sisma furono un fallimento delle istituzioni.
«Berlinguer chiamò Pertini e disse: so dai nostri che laggiù la situazione è terribile. Il presidente della Repubblica arrivò e fece la sfuriata davanti alle tv nel frattempo arrivate. Ma Berlinguer rimase colpito dal punto di vista politico e morale dall’assenza dello Stato e il terremoto divenne l’occasione per fare una scelta che aveva dentro da tempo ma non aveva ancora maturato fino in fondo: passare sulla linea dell’alternativoademocratica».

La scelse perché deluso dallo Stato?
«La scelse dopo una riflessione sugli anni di solidarietà nazionale, ma sotto la spinta del terremoto. Poi venne a illustrare la linea nella svolta a Salerno. Io la auspicavo, ma sapevo che avveniva con un retroterra politico e culturale insufficiente».

È vero, insomma, che la proposta politica del Pci negli anni 80 era ormai molto debole?
«Quella svolta fu discussa in poche ore ed era evidente la contraddizione: essere alternativi alla Dc ma con pezzi di Dc. Berlinguer la sentì come un atto obbligato e non come una grande scelta politica. Ma era davvero scosso dalle macerie irpine. Lo ricordo camminare come Cristo tra i contadini senza casa, con il cappotto grigio addosso e la sigaretta in bocca».

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