Barazzutti: “Il vero talento è riuscire a duellare”

Tennis
epa04173684 Team captain of Italy Corrado Barazzutti reacts during the Tennis Fed Cup semi final match Roberta Vinci of Italy against Petra Kvitova of Czech Republic in Ostrava, Czech Republic, 20 April 2014.  EPA/FILIP SINGER

Intervista a Corrado Barazzutti: “Mio padre poliziotto mi osservava, poco convinto. Mamma voleva solo il diploma: l’ho preso, poi sono diventato numero 7 del mondo e partivo da una base inferiore: sapersi migliorare è una qualità fondamentale”

La vita degli uomini di tennis gira su pochi punti, ma spesso non sanno se li hanno vinti o perduti. Possono cambiare idea, nel corso del tempo, stimolati dalla dolcezza o dal tormento che infondono i ricordi. Corrado Barazzutti quei punti li ha vinti: lo dice e lo crede, e questa sua determinata fiducia in quanto fatto e accaduto è la polpa del suo carattere. Il rimpianto può essere una forma di narcisismo e la rifugge, e la fatica più grande «è parlare di se stesso e del passato». Non è semplice parlare nemmeno del presente o degli altri: tende a rimandare la palla, sì, come quando combatteva a tutto campo, ma questo è un retaggio del cronista, che ha letto molto (e visto qualche video eroico) di questo tennista che fu numero 7 del mondo, e leggere i nomi dei primi di quel ranking è come imparare la storia di questo sport: Connors, Borg, Vilas, McEnroe: loro, i primi quattro. «Mi fermavo a guardarli giocare: Nastase e Connors, qualche volta Borg. Li stimavo, li combattevo, a volte li battevo. Dovevo essere più bravo di loro, per poterci duellare perché partivo da una base inferiore. Si parla della forza dei tennisti e così si finisce per parlare poco del talento: si sovrappongono due cose un po’ diverse».

Cos’è il talento?

«È sicuramente una base di partenza: la naturalezza nel saper fare cose complicate. La qualità innata: tecnica, fisica. Una base diversa in ognuno di noi. Ed è una definizione ovvia. Poi c’è l’aspetto oscuro: la capacità di raccogliere tutto quello che abbiamo, svilupparlo fino a trovare una forza propria: anche questo è talento».

Cos’è la forza?

«Il livello raggiunto grazie alle qualità di base e al lavoro».

Possono confondersi?

«La miglior macchina da corsa, con l’aerodinamica perfetta, il motore potente, i freni calibrati, l’elettronica più moderna…una macchina che ha tutto per vincere, può invece perdere una corsa contro una macchina lacunosa, meno performante se il pilota della prima è scarso, e magari sbatte fuori strada alla prima curva, perché non sa governare la velocità. E l’altro è invece un asso del volante. Nel tennis vince chi sa gestire le proprie qualità, i colpi, il gioco, le emozioni, perfino le statistiche e molti momenti alterni dentro la partita e dentro la carriera intera. Nel campo da tennis ci sono le righe, e bisogna starci dentro».

Chi guida un tennista?

«La sua testa, senza dubbio. E alla mentalità può contribuire il coach, lo staff, la famiglia, e altre vicende personali…La testa è il sintonizzatore dei molti e diversi segnali che inondano il tennista. È l’accordo che armonizza tutto e lavora contro natura, perché il tennista compete da ragazzo, a 22-23 anni già è chiamato alle partite difficili e quella non è l’età della maturità (a volte non si raggiunge nemmeno a 30 anni…). Serve molto talento per gestirsi: forse anche più importante, più “fine” di quello che ti permette di colpire una pallina. Forse il numero 7 del mondo è stato più bravo del numero 1 perché ha usato il talento per migliorare la sua base di partenza, che era distante».

(Intanto passa Fabio Fognini e viene “risucchiato” spontaneamente dentro l’intervista, come se fosse lì, convocato al momento giusto)

«Ecco Fognini: pochi possiedono il suo tennis, la sua varietà, la sua capacità di ribaltare lo scambio. Si affida a quell’aspetto del talento, e eccede in questa fiducia. Il suo carattere è così: chissà se lo aiuta o lo diminuisce. La libertà che si prende nel viverlo lo facilità nel manifestarsi. Finché non lo sequestra. E ritorniamo alla macchina e al pilota».

Si fermava mai a osservare McEnroe?

«No, né lui né Wilander o Edberg…: mi facevano capire che stavo invecchiando. Quando sento dire che a 30 si gioca meglio, bah, non ci credo: si possono fare ancora molte cose, ma il meglio è passato, tutto diventa più faticoso, gli obiettivi si relativizzano. Federer gioca ancora un grande tennis, però vince Djokovic. Io a 30 anni vedevo questi ragazzi con tutto il loro esuberante estro e capivo che con loro avrei potuto competere sempre meno. I giovani campioni arrivano per misurarti le distanze e ricordare l’anagrafe, e sembrano anche volerti rinfacciare l’evoluzione del tuo sport».

Li allenerebbe, i giovani?

«Certo. Ho esperienza, ho giocato e visto solo tennis, da sempre. In Fed Cup con le ragazze e in Davis con i ragazzi faccio questo, e quando ho potuto lavorare più strettamente con Francesca Schiavone non è andata male (una vittoria e una finale al Roland Garros). Ma a parte le competizioni a squadre, alleno mia moglie…».

La emoziona ancora questo sport, una partita, un gesto?

«Sì, altrimenti non sarei questo indefesso spettatore. Mi piace il bel gioco, l’agonismo, l’equilibrio. Ma le emozioni maggiori le vivo sulla panchina, da capitano».

Italia-Polonia, settembre 2004, spareggio per lasciare l’umiliante Serie C del tennis, dove siamo sprofondati per reali demeriti sportivi. Livorno, campo di terra, il Maestrale impasta l’aria di salmastro, quinta partita, situazione drammatica e inattesa, 2-2 nel punteggio globale e nei set, Potito Starace è sotto di un break (3-5) ed è pure 15-40 sul suo servizio. Mariusz Fyrstenberg – n° 630 del mondo! – sembra un fenomeno, due match point polacchi.

«E Starace fa serve&volley: la palla si ferma lì, dieci centimetri dopo la rete. Il cuore resse, ma tremò: avessimo perso, sarebbe finita la mia carriera di Ct della Nazionale. È stata la sliding doors della mia carriera da capitano. Vinto quel punto, poi sono arrivati i trionfi in Fed Cup, la risalita in Davis fino alla semifinale contro gli svizzeri. E dopo dodici anni sono ancora qua».

Da capitano lei ha vinto il punto decisivo. Da giocatore?

«Non fu un punto: fu un viaggio, da Udine ad Alessandria. Mio padre era un agente della polizia stradale, fu trasferito in Piemonte. C’erano i campi – i maestri – e cominciai a giocare a tennis. Non avrei potuto farlo in Friuli, i pochi campi erano più esclusivi. A casa non c’era niente da sprecare, mamma era casalinga, vacanze non si facevano, lussi o stramberie erano vietate. Ad Alessandria giocavo più per opportunità di fare sport che per convinzione. Però vincevo: ero competitivo, se dovevo fare una corsa un amico, correvo per vincere. In campo, questa mentalità tornava utile. Vinsi i campionati italiani giovanili di tutte le categorie d’età, a 18 anni vinsi l’Orange Bowl, grossomodo un “mondiale” per ragazzi. Il maestro (Giuseppe Cornara) mi disse: provaci».

Il poliziotto credeva nel tennis come lavoro per il figlio?

«Mi guardava. I miei genitori non si mettevano di traverso , non partecipavano. Osservavano. A mamma interessava solo che mi diplomassi».

Lo fece?

«Perito designatore edile: studiavo la sera, mamma fu accontentata. Dopo il diploma, mi concentrai sul tennis: divenni, in sostanza, professionista».

Quando si convinse che fu la scelta giusta?

«Mai. Però dopo un anno pensai di aver sbagliato tutto. Volevo smettere, vincevo poco e pensavo all’Università. Avevo già fissato l’esame per prendermi il documento di ammissione. Poi vinsi una partita proprio qui, al Foro Italico. Il mitico Mario Belardinelli mi disse: vai avanti, tieni duro».

Semifinale a Parigi e all’Us Open, e la Davis, con gli altri tre – Panatta, Bertolucci, Zugarelli – 40 anni fa. In Cile, con mezzo Paese che non voleva farvi andare là, da Pinochet. E l’impressione che non fu mai possibile disintossicare da quest’ombra quell’immensa vittoria.

«Ero e sono contento di averla giocata e vinta. Avevo 23 anni e ascoltavo i discorsi dei politici. Non li capivo: non sarebbe stato il nostro boicottaggio a rovesciare il dittatore. La politica internazionale e la gente del Cile poteva, con il tempo, riuscirci e così successe. Noi avevamo conquistato (sudando, lavorando) il diritto a giocare una finale. L’eterna propaganda che attanaglia i nostri politici voleva toglierci quel diritto e quella soddisfazione sportiva che poi fu festeggiata e rivendicata da tutti (anche da chi voleva lasciarci a casa). Funziona così, ancora oggi: ma è pessima politica, è manipolazione delle parole e degli altri, da parte dei politici, fino allo sfruttamento per i loro tornaconti. Non credo che la politica debba servire a questo. A noi rovinò il ritorno: all’aeroporto non c’era nessuno, solo le femministe a tirarci i pomodori».

E voi quattro, ne parlate mai di quella vittoria? Una cena ogni tanto per celebrarla?

«Siamo caratteri diversi e la vita e il lavoro ci hanno allontanato. Abbiamo un bellissimo ricordo da condividere, ma non siamo amici».

Siamo sulle poltroncine dell’accoglienza sotto il centrale del Foro Italico. Sul campo accanto, il Pietrangeli (non ne esiste uno più bello al mondo), quel pazzo di Gulbis gioca e ogni cosa è uno spreco, ogni gesto un rimpianto per un talento limpido e mortificato, Barazzutti sbuffa, non sopporta lo sperpero. Gli chiedo – stupidamente – se ci fosse ancora una partita da vivere preferirebbe giocarla da protagonista (e contro chi, quale rivincita consumerebbe) o viverla da coach. La competizione e l’agonismo lo investono, e vorrebbe giocarla, contro uno forte. «E contro di lui confrontarmi, capirmi dentro il duello: giocavo per conoscermi, per misurare chi fossi». Non parla di vittoria.

 

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