Ayala: “I giudici non devono fare politica”

Politica e Giustizia
Giuseppe Ayala presenta il suo ultimo libro 'Troppe coincidenze', nell'ambito della mostra fotografica dell'ANSA sui vent'anni dall'uccisione di Falcone e Borsellino, Palermo, 19 novembre 2012 ANSA/MIKE PALAZZOTTO

L’ex pm, ora impegnato a spiegare la mafia ai giovani: “Dalle toghe ci si aspetta sentenze. Morosini? Strano non si sia dimesso. Al referendum costituzionale voterò Sì”

Il caso Morosini, il caso Scarpinato, i conflitti tra politica e magistratura. Di tutto questo parliamo con un uomo che ha attraversato entrambi i campi: pubblico ministero nel maxiprocesso alla mafia al fianco di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, parlamentare per quattro legislature e sottosegretario alla Giustizia. È Giuseppe Ayala, 71 anni il prossimo 17 maggio, attualmente una vita da ‘pensionato’ impegnato a spiegare la mafia ai giovani.

Dottor Ayala, torna il conflitto tra politica e magistratura. Non è bastato archiviare l’era Berlusconi per risolverlo?

«Con Berlusconi c’era un conflitto che nasceva dalla sua storia particolare, ma se oggi si ripropone vuol dire che c’è qualcosa di strutturale. Qualcosa che attiene al rapporto tra politica e magistratura. Comunque si tratta di un conflitto che ha effetti devastanti, anzitutto per la magistratura. Io non mi schiero aprioristicamente, i problemi sono più di fondo e non si risolvono schierandosi da una parte o dall’altra. La nostra Costituzione, per fortuna, riconosce l’autonomia e l’indipendenza della magistratura dalla politica, ma non c’è l’autonomia della politica dalla magistratura».

Cosa vuol dire?

«Glielo spiego subito. Premetto che non parlo delle persone, ma dei ruoli. Io ho una grande stima del ministro Orlando e apprezzo il suo lavoro, il fatto è che, vale per lui come per i suoi predecessori, il ministero è governato da magistrati. Non discuto la buona fede, ma è chiaro che c’è uno squilibrio. Nella nostra Costituzione l’unico dicastero citato è quello della Giustizia cui si affida il compito dell’organizzazione dei servizi giudiziari ma, poiché si tutelano l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, e il Csm ha rango costituzionale, al ministro resta un ruolo da amministratore di condominio».

Non le piace come funziona il Csm?

«Cito Giuliano Vassalli, un grande giurista che fu vicepresidente del Csm: ‘Ogni Csm riesce ad essere peggio del precedente’, diceva».

Non le sembra di esagerare?

«Esagero? Ma come si fa a lasciare senza capo una delle più importanti procure italiane, come quella di Milano, perché non si è raggiunto ancora un accordo tra correnti? Il fatto è che le nomine vengono fatte secondo la lottizzazione: il manuale Cencelli applicato alla magistratura».

La sua diagnosi è impietosa.

«Sì, ma, lo ripeto, non si tratta di giudicare le persone, per le quali ho grande stima. È il meccanismo che è impazzito. Per esempio, il fatto che il vicepresidente del Csm, che è il vice del Presidente, cioè del Capo dello Stato, incontri il ministro nella sede del ministero a me pare sbagliato. Dovrebbe essere il ministro a recarsi al Csm, non viceversa. È una grave sgrammaticatura istituzionale, come le altre di cui abbiamo parlato».

Ha fatto molto discutere il colloquio, poi smentito, del membro del Csm, Pierluigi Morosini, con Annamaria Chirico del Foglio, nel quale si affermava la necessità di fermare la deriva autoritaria del governo Renzi. Lei come la pensa?

«È una vicenda allucinante. Ricordo due precedenti: quello di Luciano Violante, allora presidente della commissione Antimafia, e di Mario Almerighi, appena eletto presidente dell’Anm, che si dimisero per analoghi ‘infortuni’. Non capisco perché non dovrebbe fare altrettanto Morosini. Il Csm, invece, ci ha messo una pietra sopra, dando per buona la smentita di Morosini, ma allora dovrebbe intervenire l’Ordine dei giornalisti».

L’altra presa di posizione che ha fatto molto discutere è quella di Davigo, sui politici e la corruzione.

«Su questo la penso come Renzi: i magistrati devono fare sentenze, non devono fare politica. Nel merito, non condivido affatto l’idea che i politici siano tutti delinquenti. Sono stato in Parlamento per quattro legislature, sempre eletto, mai nominato, e penso che sia lo specchio del paese: ci sono i farabutti e le persone per bene».

Roberto Scarpinato ha detto che la magistratura deve vigilare sulla politica per verificare che si attenga al dettato costituzionale. Secondo lei ha ragione?

«Conosco Roberto da una vita, da quando era ragazzino e quindi ho per lui molto affetto, ma non condivido affatto la sua tesi (a parte il fatto che ho dovuto rileggere due volte la sua intervista e non è che abbia capito proprio tutto). Un magistrato, se pensa che una singola legge abbia profili di incostituzionalità, deve rivolgersi alla Corte, che è l’unica abilitata a decidere su questo. Mi inquieta invece se si attribuisce alla magistratura un ruolo ‘strategico’, quasi fosse un potere sovraordinato rispetto agli altri».

Veniamo al referendum, è giusto che i magistrati si schierino?

«Premetto che io voterò Sì, pur se turandomi un po’ il naso, come Montanelli, per eliminare l’obbrobrio del titolo V (che votai tra molti dubbi e mi pento di non aver detto no allora) e la logica paralizzante del bicameralismo perfetto. Detto questo, dal momento che quando nel 2006 si votò nel referendum sulla riforma proposta da Berlusconi i magistrati si schierarono, non vedo proprio come si possa impedire loro di farlo oggi».

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