Arrivano i Kula Shaker: “La nostra via al rock è sofferta, che gusto ci sarebbe sennò?”

Musica
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Previste tre date italiane per la band inglese che nel 1996 raggiunse il successo planetario. Abbiamo intervistato il leader del gruppo, Crispian Mills

Tornano nel nostro paese per tre date, il 14 luglio all’Anfiteatro delle Cascine a Firenze, il 15 a Roma nella cornice di Villa Ada e il 16 al Verrucchio Festival (a Verrucchio, vicino a Rimini), i Kula Shaker.

Sentendo questo nome, qui in Italia saranno in molti a sussultare. Sono passati 20 anni da quando MTV trasmetteva incessantemente il video di Tattva, un pop rock dal sapore psichedelico, che sembrava uscito dalla penna di George Harrison nel pieno della sua infatuazione indiana.

Con il loro primo disco, K, i Kula Shaker vendono 1 milione di copie, proiettando alcuni singoli (Govinda, Hey dude, Hush) in rotazione nei circuiti radiofonici di tutto il mondo. Oltre al glamour del successo commerciale, la band s’impone, anche qui da noi, per la tendenza a un certo classicismo rock: il loro esordio è una raccolta di brani che miscela con equilibrio i codici della tradizione sessanta e settanta, filtrati attraverso il brit-rock che si va consolidando negli anni novanta. Dopo di loro sono in molti a costruire il proprio suono guardando al passato, ma diversamente dagli epigoni i Kula Shaker sono immuni dall’odierna fascinazione per il vintage: il loro gusto nel recupero è più che altro frutto di una certa cifra “colta”, che li rende popolari ma allo stesso gli evita scivoloni nel cattivo gusto.

La storia, che sembrava aver riservato alla band una marcia trionfale verso il successo, non si è poi rivelata così lineare. “La storia infatti è per sua natura tortuosa”, ci conferma proprio Crispian Mills, lo stesso che appena 23enne, nel 1996, era sul tetto del mondo alla guida della band. “La vita è priva di punti fermi mentre la morte è una sicurezza – dice ridendo – è come se fossimo tutti nel braccio della morte: ecco perché siamo alla ricerca di Dio. Questo è quello che separa gli uomini dalle bestie: possiamo interrogarci sullo scopo della vita. Se non ci si imbatte nei problemi, nelle sofferenze, se non si combatte e non si viene messi alla prova, non si può crescere e, cosa di rilevante importanza, non ci si pongono le domande fondamentali della vita: ‘Che senso ha il tutto?’, ‘Perché soffriamo?’ , ‘Cos’è la felicità?’, ‘Cos’è Dio?’. Riuscite a pensare a qualcosa di più noioso di una vita di gratificazioni automatiche e priva di ombre? Oltre a essere noiosa sarebbe ingannevole: una vita del genere ci porterebbe a pensare che il mondo è tutto ciò che esiste, e non è così. Ma prima di rendercene conto, verremo stroncati da un attacco di cuore mentre stiamo andando al mare”.

Schermata 07-2457577 alle 16.56.27Queste parole ci fanno capire che Mills è rimasto lo stesso di 20 anni fa: libero pensatore a briglia sciolta, imbevuto di filosofia fino al midollo. Forse anche per questo, nel 2016 ha fatto uscire un disco, K 2.0, che è un diretto omaggio al bestseller di due decadi fa. Ma proprio alla luce di quell’esordio folgorante, i Kula Shaker implodono pochi anni dopo: “Ci siamo separati nel 1999. Per cinque anni. Poi abbiamo deciso di ricominciare tutto daccapo. Un’idea folle, ma era ciò che andava fatto per riacquistare il controllo. E la nostra sanità mentale”. Dopo il successo il gruppo non riesce a gestire l’onda mediatica che li travolge. Crispian Mills compie una drammatica leggerezza rilasciando un’intervista in cui tratta il tema della svastica, che lui intende come simbolo della tradizione indiana, senza apparentemente pesare le proprie parole. In sostanza dichiara che gli sarebbe piaciuto avere delle svastiche infuocate come coreografia per un concerto da tenersi a Norimberga: non ha simpatie per il nazismo, ha una nonna ebrea, ma la sua dichiarazione si rivela un boomerang micidiale. Il cantante avrà modo di scusarsi per “non aver tenuto conto del dolore delle persone e di essersi lasciato andare a frasi avventate”, ma da quel momento la carriera della band comincia il suo vertiginoso declino: “Anche se non parlerei proprio di declino”, ci dice, “semplicemente stavamo tenendo concerti in tutto il mondo e abbiamo assistito a una completa eclissi solare. Allora ci siamo sciolti: si chiama sincronia cosmica. Era iniziato un millennio tutto nuovo ed era ora di un break.”

Sta di fatto che il loro secondo album, Paesants, Pigs & Astronauts, procrastinato fino al 1999, non riesce lontanamente a bissare l’exploit del precedente, e bisognerà attendere il 2007 per un nuovo lavoro in studio (Strangefolk). Oggi Crispian e soci provano a ripartire dalle radici, anche se per lui K 2.0. non è un solo un omaggio ai tempi che furono: “È sicuramente uno sguardo al passato, ma anche uno al presente e al futuro. Anzi: uno sguardo simultaneo a tutte e tre queste dimensioni. In Sanscrito, uno Yogi che riesce a mettere in atto questa pratica è chiamato ‘trikalajnana’, che vuol dire “tre volte conoscenza”. È una specie di arte. Penso che i 20 anni trascorsi fino a questo anniversario siano un tempo accettabile per diventare leggermente nostalgici”. E sui palchi italiani i Kula Shaker porteranno tutto quello che è venuto fuori in questi due, tumultuosi decenni: “Abbiamo sempre un suono personale; in questi anni la psichedelia ha dato origine a varie scene musicali, e molte band guardano agli anni ’60: devo dire che mi piacciono alcune canzoni dei Tame Impala, ma non c’è nessuno in giro che fa quello che facciamo noi”.

E ciò che sanno fare non vedono l’ora di dimostrarlo al pubblico italiano: “Sì, amiamo il vostro paese – conclude il cantante – È bello e sono belli i fan. Inoltre è molto adatto per i vegetariani”. E anche se su quest’ultima affermazione non ci sentiamo di dargli ragione, pensiamo sia raro trovare tanta saggezza lungo la tortuosa via che porta al gotha del rock.

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